Not a perfect day: 3 anni senza il geniale cantautore ebreo americano Lou Reed

Taccuino

di Roberto Zadik

Il 27 ottobre 2013 se n’è andato improvvisamente uno dei miei artisti preferiti, Lewis Allan Reed, ebreo newyorchese, meglio conosciuto come Lou Reed, ex leader dei Velvet Underground, assieme alla cantante tedesca Nico Paffgen, e poi magnetico e complicato cantautore solista per 40 anni, dal 1971 al 2011.

Raggelato dalla notizia della sua scomparsa a causa di un tumore che non rivelò mai palesemente, secondo la sua riservatezza e che lo stroncò a soli 71 anni, mi sono gettato a scrivere uno dei primi articoli di questo mio blog “Zadikshow” che a dicembre compie 3 anni. A Reed avevo dedicato anche uno special per il mio programma radiofonico “Prozadik”, quando sognavo di diventare uno speaker,  e fin dai miei 16 anni quando un compagno di scuola me lo fece scoprire questo cantautore non ha mai smesso di ispirarmi e di influenzarmi.

Nato da una agiata famiglia di avvocati, al Beth El Hospital di New York il 2 marzo 1942, Pesci, Reed era il contrario di Bob Dylan: quest’ultimo idealista e sognatore, mentre il primo invece cantò con realismo e lucidità il dolore, la solitudine, l’emarginazione, la droga e l’omosessualità rivoluzionando la storia musicale americana e internazionale con la crudezza spesso sarcastica di canzoni come “Heroin”, “Venus in furs” e “Waiting for the man” assieme ai suoi Velvet fondati dall’amico-nemico Andy Warhol a cui dedicò la su bellissima e velenosa “Vicious”.

Poeta, intellettuale, e anche attore per film come “Blue in The face”, eccessivo e schivo, questo artista come Dylan e Jim Morrison, che detestava, si fece notare per la forza dei suoi testi, per le performance stravaganti in cui negli anni ’70 fingeva di bucarsi con una siringa mentre cantava con capelli gialli e occhiali da sole e per essere stato fra i primi a affrontare tematiche considerate autentici tabù dalla società perbenista dell’America anni ’60.

Dotato di una voce non particolarmente bella ma suggestiva e di una grande espressività che traspariva nonostante la timidezza, Lou Reed scrisse brani graffianti  e splendide canzoni d’amore come “Satellite of Love”, “I love you” , “Lisa says”, “She’s my best friend” o “Legendary hearts”, passando dal rock, al pop a lunghi componimenti poetici e letterari sempre in bilico fra musica e poesia. Avido lettore, soprattutto di filosofia, curioso osservatore e bisessuale dichiarato, ebbe una vita artistica e personale decisamente avventurosa e vissuta fra piacere e dolore, subì diversi elettroshock in gioventù a causa dei genitori che speravano follemente di fargli del bene rovinandone la già fragile personalità e cadde in una tremenda dipendenza dall’eroina dalla quale uscì con estrema difficoltà a metà degli anni ‘80.

Lou Reed è sempre stato un tipo interessante ma estremo, a volte aggressivo e molto complesso con pochi amici e pieno di persone che non lo sopportavano. Adolescente vivace e sportivo divenne un adulto cupo e vizioso, cominciò a provare varie droghe e strinse amicizia con diverse rockstar come David Bowie, con cui realizzò uno dei suoi migliori album “Transformer” del 1972 e di Mick Jagger con cui ebbe sempre un rapporto molto tormentato. Sposato tre volte, l’ultima delle quali, con l’artista multimediale Laurie Anderson, Lou Reed non si riferì mai troppo esplicitamente alla sua identità ebraica, diversamente da Bob Dylan o da Leonard Cohen, anche se ogni tanto qualche riferimento si può trovare in canzoni rabbiose come “Good evening Mr Waldheim”politico austriaco sospettato di nazismo e per certi versi rappresentò il tipico ebreo newyorchese intellettuale e dissacrante come Woody Allen, Philip Roth o Stankey Kubrick. Lou Reed portò poesia alla musica rock, unì ispirazioni letterarie da Baudelaire a Edgar Allan Poe, al suono elettrico della sua immancabile chitarra, ispirò le colonne sonore di vari film, con classici come “Walk on the wildside” o “Perfect day”pezzo forte della bella colonna sonora di “Trainspotting”. Schivo e molto legnoso sul palco dove sorrideva poco e parlava ancora meno, Lou Reed eccelleva nei suoi album pieni di atmosfera e decisamente romantici e emozionanti  e nonostante i vizi mantenne sempre lucidità, sensibilità e passione per quello che faceva. Molto lunatico e incostante, alternò fasi di grande splendore, prima coi Velvet Underground e poi da solista fra la fine degli anni ’60 e la metà degli anni 70’ in quei sei anni diede il suo meglio per poi sgonfiarsi notevolmente negli anni ’80, decennio che col suo inquieto carattere c’entrava davvero poco e riprendersi negli anni 90’ dove registrò pezzi intensi e interessanti. Anticonformista, bizzoso e sempre molto secco e misterioso, Lou Reed, Non fu mai un artista di massa, anzi, e nemmeno un intrattenitore scatenato come Freddie Mercury o Ozzy Osbourne o Ian Anderson dei Jethro Tull ma un grande intimista, un poeta incredibile e un cantore dei sentimenti, delle debolezze e delle solitudini che costellano la sua New York, la mia Milano, la nostra vita. Ci manchi tanto, Lou.

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