Musica antica in versione moderna con gli “Yemen  Blues” al Teatro Manzoni

Taccuino

di Roberto Zadik

In questo mio blog dedicato alla  cultura e all’intrattenimento del  mondo ebraico contemporaneo, non poteva certo mancare un musicista eclettico e simpaticamente stravagante come l’israeliano di origine yemenita, Ravid Kahalani. Raffinato e al tempo stesso scatenato l’ex leader degli Idan Raichel  Project ha cambiato vita, diventando il  leader degli “Yemen blues” che suoneranno al  il  prossimo 8 novembre dalle 11 iniziando la serie di appuntamenti musicali della rassegna Aperitivo in concerto”.

Nato in Israele nel 1978 da parenti yemeniti, come  diversi artisti israeliani, da Eyal Golan, cantautore disimpegnato e un po’ commerciale, al  transessuale Dana International, all’acclamata Achinoam Nini, meglio conosciuta come Noa, pacifista, politicizzata e più volte contestata fino alla conturbante e magnetica Ofra Haza morta a soli 43 anni di Aids, Kahalani si differenzia da tutti loro. In che modo? Proponendo un’alchimia musicale del tutto insolita che mischia generi musicali agli antipodi creando un sound unico e indefinibile.

Avete  mai visto un  bluesman yemenita che passa dal jazz,al rock ai ritmi mediorientali con assoluta naturalezza suonando le percussioni e dimenandosi sul palcoscenico? Ebbene con gli “Yemen blues” questo potrà  sicuramente accadere in un concerto in grado di rievocare le antiche atmosfere della musica ebraica yemenita condite da vibrazioni e armonie contemporanee. Di famiglia ebraica tradizionalista che conosceva i canti di Shabbat e seguiva una certa osservanza religiosa,  Kahalani, 37 anni, discende da generazioni di cantori e la cantillazione degli ebrei yemeniti è una delle  più antiche della tradizione sinagogale ebraica. Proprio queste influenze ben si notano in canzoni come “Jat Mahibathi” che presenta strumenti esotici come  la darbuka e l’oud molto utilizzati anche nella  musica nordafricana mischiati a influssi mediorientali creando un suono penetrante e emozionante e decisamente innovativo. Kahalani canta in varie lingue,  dall’arabo yemenita,all’ebraico,all’inglese dimostrandosi interessante ponte di linguaggi e tradizioni.  Brani come “Um Min al Yaman” invece fanno il verso maggiormente alle musiche africane di artisti maliani come  Salif Keita o il senegalese Youssoun N’Dour.

La mia passione per la musica etnica viene così soddisfatta appieno da questi “Yemen blues”. Essi mi hanno colpito subito ascoltando il ritmo ipnotico e suggestivo di pezzi come  “Eli” e   “The Mountains will dance” due motivi a tutto ritmo,  pieni di percussioni e fiati che colorano le oscillazioni vocali di Kahalani. Nel repertorio degli Yemen Blues notevole  è anche la canzone “Sea of stars” (mare di stelle) cantata in ebraico ma con accenti simili all’arabo e con voce profonda da questo vocalist capace di passare fra atmosfere e generi diversissimi con assoluta naturalezza. E così al Manzoni ci sarà da divertirsi con  questo affiatato gruppo di musicisti, fra cui spiccano un bassista jazz di finissima caratura come il newyorchese Shanir Blumenkrantz,il  tastierista Brian Marsella e i due percussionisti Itamar Doari e Rony Irwyn.

Nonostante tutte le difficoltà, i conflitti e i problemi Israele si rivela un Paese straordinario e pieno di avanguardie,sperimentalismi e novità come questi “Yemen Blues”.Una vera sorpresa per chi pensava che la musica ebraica fosse solo Klezmer e le solite canzoni come “Shalom Aleichem” e “Chava Nagila” e che la musica israeliana si limitasse ai pur grandissimi Arik Einstein, Shlomo Artzi o Noa.

Nel segno di Zorn, strumentista, talent scout, compositore e molto altro
In previsione dei due concerti degli “Yemen Blues” e dei “Klezmerson” che si esibiranno il prossimo, 8 e 15 novembre al Teatro Manzoni, mi sembrava giusto parlare di chi gli ha scoperti e portati sotto i riflettori. Il loro talent scout è nientemeno che il geniale e ironico polistrumentista e compositore ebreo newyorchese John Zorn, un personaggio sul quale si potrebbe scrivere un poema più che un semplice articolo. Zorn, 62enne, segno della Vergine, cerebrale, inquieto e perfezionista, sentiva già dall’infanzia il “fuoco sacro” della musica e cominciò a suonare vari strumenti , dal pianoforte, alla chitarra, al flauto pensando prevalentemente a sviluppare i propri interessi artistici più che all’osservanza delle mitzvot o alla scuola che abbandonò ben presto durante il college per seguire le orme degli improvvisatori di jazz e dei musicisti che incontrava per le strade della Grande Mela. Un figlio della classe media americana, suo padre era un parrucchiere e sua madre una professoressa, Zorn si rivelò fertilissimo compositore, passando disinvoltamente fra vari generi musicali, fondando band oppure scoprendo e incoraggiando nuovi talenti.

Proprietario di una casa discografica che manco a farlo apposta si chiama “Tzadik” ovviamente si tratta di pura omonimia col sottoscritto, egli ha lavorato inarrestabilmente fin dagli anni Settanta cominciando a scrivere canzoni per varie formazioni  poi sciolte rapidamente per naturale irrequietezza, dai Naked City ai Painkiller, e collaborando a varie colonne sonore di film dedicando  maestri del calibro di Ennio Morricone, Scorpione ascendente Leone, e sfornando quasi sempre lavori di grande raffinatezza stilistica e contenutistica dalle tematiche esistenziali diventando punto di riferimento di vari musicisti anche molto dotati . Dal compositore Philip Glass, alla rockstar  Lou Reed del quale fu grande amico con cui ha lavorato a diversi progetti come un’audace rielaborazione musicale del “Cantico dei Cantici”, a Leonard Cohen, suoi correligionari che assieme a lui svilupparono idee, progetti e nuovi stimoli. Sempre prediligendo la musica “impegnata” e di un certo livello artistico e qualitativo, interessato sia agli sport che al misticismo ebraico e a modo suo legato alla propria identità, ha chiamato una delle sue formazioni musicali “Masada String” o opere come “Bar Kokhba” ispirata alla celebre insurrezione ebraica e album come “Kristallnacht” del 1993 dove Zorn ha rievocato il tremendo massacro antiebraico da parte dei nazisti della “Notte dei Cristalli”, questo artista ribelle e stimolante si è dedicato anche alle musiche per cartoni animati e per la televisione esplorando poi i suoni della musica esotica e di Paesi che hanno attirato la sua viva e onnivora curiosità. Artista colto e versatile, Zorn nelle sue tantissime opere si è ispirato spesso anche alla letteratura, dall’amico William Burroughs, uno degli scrittori di punta della Beat Generation e personaggio decisamente losco e inquietante dedito a droghe e eccessi di vario genere al poeta francese Jean Arthur Rimbaud, uno dei verseggiatori principali d’oltralpe assieme a Baudelaire e Verlaine, dalla forte vena visionaria e simbolista che nel 2012 l’ha ispirato nella realizzazione dell’album “Rimbaud”. Nella sua lunga carriera Zorn ha vinto numerosi premi e riconoscimenti come musicista d’avanguardia, sperimentale e versatile, dedicandosi anche a progetti di musica klezmer e ebraica ashkenazita. Ora Zorm che ha seguito il lavoro degli “Yemen Blues” e dei “Klezmerson” sicuramente non si fermerà a questo, e sicuramente è già pronto per nuove avventure.

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