La legge del mercato e il cinema ebraico francese di Vincent Lindon

Taccuino

di Roberto Zadik

Il cinema ebraico francese è più attivo di quanto si creda e anche se meno appariscente, in questo senso, della Hollywood americana, vanta diversi esponenti di valore. La lista è abbastanza lunga e si passa dal geniale Roman Polanski, a un’altra leggenda come Claude Lelouche, di origine algerina. E che dire di Francois Truffaut, a quanto pare figlio di un padre ebreo che non ha mai conosciuto, e nomi più recenti come i due registi Nakache e Toledano, quelli della commedia campione d’incasso Quasi amici. E ancora Mathieu Kassovitz e Francis Veber, entrambi di padre ebreo, l’attrice e cantante Charlotte Gainsbourg, figlia del grande chansonnier Serge e della modella inglese Jane Birkin; il comico e esilarante monologhista ebreo marocchino naturalizzato francese Gad Elmaleh, cabarettista e attore definito “l’uomo più divertente di Francia” che è stato legato nientemeno che alla bellissima Charlotte Casiraghi dalla quale ha avuto il figlio Raphael. La lista prosegue fino all’insospettabile Vincent Lindon, il cui vero cognome è il ben più ebraico Lindenembaum. Di famiglia polacca benestante, l’attore, Cancro ascendente Sagittario, un mix molto complesso e affascinante, è ora il protagonista del nuovissimo film di denuncia La legge del mercato, vigoroso atto d’accusa contro il mondo del lavoro di oggi e la sua spietatezza, diretto dal bravo Stephane Brizè.

Lindon, 56 anni, è un interprete espressivo, tenace e inquieto, noto più per le sue storie d’amore (celebre il legame con la principessa Carolina di Monaco, che per sposarlo nel 1992 gli aveva chiesto di convertirsi al cattolicesimo) e il matrimonio con l’attrice e correligionaria Sandrine Kimberlaine, che per i suoi film. Eppure, nella sua lunga carriera, cominciata nel 1983, l’attore ha lavorato con cineasti importanti, da Claude Lelouche in La belle histoire, al già citato Kassovitz che l’ha voluto per il suo bel film L’odio contro il razzismo, un cult con Vincent Cassel nella parte dell’ebreo, a Claude Sautet, autore del bellissimo Il cuore in inverno con il grande Daniel Auteuil al nostrano Ricky Tognazzi che l’ha scritturato per il film contro l’usura Vite strozzate. Ebbene, qui il senso di giustizia e l’impegno sociale di questo interprete si ripresenta e Lindon recita nel ruolo di un disoccupato 51enne di nome Thierry, sposato e con un figlio disabile.

È un uomo disperato, ma dignitoso e riservato, segnato dalla continua ricerca del lavoro e di nuove opportunità, sia per realizzarsi sia per mantenere la sua complessa famiglia; è segnato dalla precarietà economica ed esistenziale, tipica di questa pesante epoca, che vede lo sfruttamento, i licenziamenti facili e la costante ricerca di una stabilità che sembra più una chimera che una condizione realizzabile o addirittura un diritto.

Prodotta dallo stesso Lindon, la pellicola sta riscuotendo un grande successo e diverse polemiche, vista l’attualità del tema trattato senza retorica o banalità e in maniera asciutta e partecipe. Come non si usa più nel nostro Paese, da un po’ di tempo, se non in rari casi, come ne L’intrepido di Pupi Avati con uno straordinario Antonio Albanese.

Thierry, un uomo senza più illusioni che pensa solo a sopravvivere, come tanti in questa epoca incerta, troverà lavoro come sorvegliante alla sicurezza di un supermercato e lì cominceranno una serie di avventure e situazioni.

Premiato in vari festival, il film ha una forte vena sociale e umanitaria e racconta della lotta di un uomo qualunque, introverso e asciutto, per la sopravvivenza; il suo attaccamento alla famiglia e ai veri valori; la premura verso il figlio e la moglie, nonostante le difficoltà.

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