Il cantautore Herbert Pagani

Trent’ anni fa moriva Herbert Pagani. Ricordo di un grande poeta dell’identità ebraica e sionista

Taccuino

di Roberto Zadik
Fin dal mio primo ascolto il grande cantautore Herbert  Pagani mi ha subito conquistato, trovando punti in comune e identificandomi in questo geniale disegnatore ebreo libico e cosmopolita, poi diventato poeta e cantautore ma anche pittore e scultore. Sfilando al corteo del 25 aprile, giorno in cui ironia della sorte nacque il grande Herbert Pagani nel 1944, alla vista di quelle bandiere palestinesi e in questo 70esimo “compleanno” di Israele, ho pensato molto a questo personaggio capace di versi dolorosi e al tempo stesso spiritosi e sempre in difesa di Israele e di una possibile pacificazione del conflitto. Mi è subito venuto in mente il suo capolavoro “Arringa per la mia terra” che composta nel lontano 1975, vista la sua attualità, sembra scritta oggi pomeriggio.

Pagani è morto 30 anni fa, il 16 agosto 1988, battendosi nei suoi 44 anni di vita incessantemente per la sua identità ebraica e Israele rivelandosi il più tenace e audace difensore del sionismo nella musica italiana e forse internazionalmente. Grazie alla sua fertile vena poetica si è distinto per le sue doti espressive e letterarie  in vari testi, scrivendo versi memorabili come “Arringa” in cui lancia frecciate, battute, frasi geniali come “La Bibbia il libro più venduto e peggio letto al mondo” o “sono un palestinese di duemila anni fa, l’oppresso più vecchio che ci sia” che però suscitarono polemiche sia in Italia che in Francia dove l’artista visse lungamente trattando spesso tematiche originali, anticonvenzionali e scrivendo splendide canzoni d’amore come “Cento scalini” o la bellissima “L’amitie” (totalmente diversa da “L’amicizia” in italiano anche se la parola è la stessa in francese) e omaggi alla propria identità ebraica ne “Il capretto” versione italiana di “Dona Dona” canto pasquale piuttosto che ne  “La stella d’oro”.

Dimenticato per troppi anni, specialmente nel nostro Paese, dopo la metà degli anni 70’ ebbe molto più successo nella sua Parigi che ne influenzò molto lo stile musicale, chiare le sue ispirazioni ai grandi chansonnier, da Edith Piaf a Georges Brassens che influenzò molto anche De Andrè.  Libico, ma anche francese e italiano, Pagani fu un vero “cittadino del mondo” definizione che solitamente non amo. Morto in America a Palm Springs per una leucemia fulminante, ebreo libico si chiamava Herbert Avraham Haggiag Pagani e’ stato sia per sua volontà che suo malgrado fin dalla nascita un tipico esempio di “ebreo errante”. Questo sia per la sua vena cosmopolita e aperta, scrisse canzoni e poesie memorabili sia in italiano, come  l’eccentrica “Concerto per un cane”  che in francese  e anche per aver  vissuto in vari luoghi, “spedito via come un pacco postale” come diceva nella sua splendida “La mia generazione” ,una delle sue canzoni più toccanti, dalla Germania, alla Francia, dopo il divorzio dei suoi genitori che lo segnò duramente.

Il padre con cui fu in perenne scontro  lo voleva uomo d’affari come lui, ma Herbert, legatissimo alla madre Giulia Arbib di cui ho letto lo struggente diario sul rapporto con Herbert “Giaci figlio mio” e morta nel 2003,  aveva un animo delicato, artistico e uno spirito irrequieto e curioso tipico dei grandi creativi, diviso fra coraggio e ipersensibilità, fra voglia di esprimere e riservatezza.

La folta chioma alla Bob Dylan e alla Lucio Battisti, lo sguardo penetrante e quella voce melodiosa seguita da verve e espressività fuori dal comune non passarono inosservate e negli anni ’60 divenne famoso in Italia con le sue performance prima radiofoniche per Radio Montecarlo, poi cantautoriali e dal vivo, come ben si vede nella sua trascinante esibizione alla Rai di “L’amicizia” dove mentre canta sale e scende i gradini dello studio tv mentre il pubblico è in adorazione. Performer trascinante e carattere molto riservata, non si sa nulla sulla sua vita privata, probabilmente si sposò e ebbe un figlio, nel 1979 lasciò la musica per dedicarsi all’arte e ai suoi ideali. Audace, vitale e  politicamente impegnato, militò nel Partito Radicale,  si battè fra i primi per l’ecologia, il rispetto dell’ambiente, il tema dell’immigrazione.

Pur occupandomi da sempre di musica non ho mai visto un tipo versatile come lui. Scultore, pittore, cantautore, attivista politico e pacifista, per il suo impegno venne elogiato al suo funerale a Tel Aviv, il 20 agosto 1988 nientemeno che da Shimon Peres, allora Ministro degli Esteri, come rivela un vecchio articolo de “la Repubblica” a pochi giorni dalla scomparsa. Portò in Italia la canzone francese, di Jacques Brel, con la traduzione reinventata e nobilitata di “Les Pays Plat” che divenne “Lombardia” nel 1965 e Edith Piaf la cui “Les amants du jour” si trasformò nella splendida e ironicissima “Albergo a ore”. Nel testo egli diventa lo stravagante barista di un hotel che ne vede di tutti i colori mentre lava bicchieri e consegna chiavi ai clienti. Il testo ebbe problemi di censura, nell’Italia del 1969 e Pagani, come ha ricordato il suo amico Marco Ferradini che ho avuto il piacere di conoscere qualche anno fa, venne lungamente dimenticato. Grazie a questo cantautore con cui scrisse il testo del suo più grande successo “Teorema” del 1980, il nome di Pagani è tornato fra noi e in questi 70 anni di Israele e nei 30 anni dalla sua scomparsa mi piacerebbe molto ricordarlo con incontri e iniziative per conservarne e se possibile vivacizzarne la memoria. La forza dei suoi versi, la bellezza dei suoi disegni visionari e elaborati  e delle  sue sculture, la personalità coraggiosa, “non aveva mai paura di dire quello che pensava” ha ricordato Ferradini in un concerto e al tempo stesso fragile e complessa, non devono mai più essere ignorate. Egli rappresenta un grande stimolo e ispirazione anche e soprattutto per questi anni, tormentati e artisticamente un poì piatti per tanti motivi. L’impegno idealistico, la fantasiosa ironia e la febbrile curiosità verso i temi più vari sono state le principali doti di questo artista precoce e intraprendente in quel misto di determinazione e di sensibiltà, di dolente sarcasmo e di seria lucidità che caratterizzano diversi componimenti, da “Lettera al Colonnello” indirizzata addirittura a Gheddafi, a brani pungenti come “Signori presidenti” dove se la prende coi leader politici alla stregua di Bob Dylan nella sua “Masters of war”. Per tutto quello che in così pochi anni di vita sei riuscito a trasmettere, grazie di tutto Herbert.

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