di Roberto Zadik
È una sfida davvero complessa miscelare un affresco storico con vicende biografiche e intimiste ma una pellicola, in programma al Festival di Venezia, la proiezione mercoledì 27 e giovedì 28 agosto, sembra riuscirci perfettamente. È il caso di “Orphan” (Orfano) il nuovo film di Lazslo Nemes, talentuoso autore ebreo ungherese abituato a “storie forti”, che narra le peripezie di un ragazzo suo correligionario che vive con la madre e che e’ orfano di un padre che, secondo la testimonianza materna, non è mai più tornato dai lager.
La storia è sospesa fra la fine della Shoah, dodici anni prima, e il Regime Comunista, dopo il fallimento della sommossa popolare che aveva inutilmente tentato di liberare, nel 1956, l’Ungheria dal giogo dittatoriale che oppresse l’Est Europa fino al 1989.
Ripercorrendo i grandi eventi e le tragedie della tormentata storia ebraica ungherese ed Est europea e descrivendo, in parallelo, i drammi personali del giovane protagonista, un ragazzo di nome Andor, il regista delinea meticolosamente le sofferenze degli ebrei del suo paese filtrandole con l’acerba lucidità di questo adolescente; il ragazzo idealizza il padre scomparso mentre viene maltrattato dal patrigno, uomo violento che, a un certo punto, appare nella sua vita sostenendo in seguito di essere il suo vero genitore.
Come ha specificato il regista, in un’ interessante intervista, uscita in questi giorni, riportata da vari siti, tra cui l’ Hollywood reporter rispondendo alle domande egli ha rivelato che il film “è in parte autobiografico ed ispirato alla storia di suo padre. Il protagonista è un bambino che affronta la propria situazione famigliare confrontandosi sia coi suoi turbamenti emotivi sia con le catastrofi del Novecento che hanno devastato il cuore dell’Europa, prima fra tutte la “sua” Ungheria patria di ebrei illustri e sofferenti, dal regista di “Mephisto” Istvan Szabo allo scrittore della Shoah ungherese Imre Kertesz.
Ma come è nata l’idea di un film del genere e quali i contenuti? Le vicissitudini della famiglia del regista, lacerata dal dramma della Shoah e dall’oppressione comunista, vissute in prima persona proprio dal padre di Nemes ha molto contribuito a questa trama che ruota attorno alla capacità del linguaggio cinematografico di raccontare allo spettatore la confusione di un triangolo famigliare oscuro immerso in un contesto assai difficile. La domanda finale è “Andor che è il protagonista accetterà ciò che ha vissuto?”. Un film forte, intenso e molto attuale riguardo al quale egli ha poi affermato “spero che la pellicola non sia solo una riflessione sul passato ma, soprattutto, su quanto stiamo vivendo in questa epoca che dimostra come l’Europa non sia stata in grado di imparare dalla propria storia. Mi auguro che in questa vicenda tutti quanti si possano rispecchiare perché oltrepassa confini e differenze culturali”.
Molto soddisfatto della propria partecipazione al Festival di Venezia, il regista ha rivelato le difficoltà nello scegliere gli attori specialmente riguardo al personaggio del brutale patrigno mentre si è definito molto soddisfatto del ragazzo protagonista della trama parlando di un lungo lavoro nella scelta degli interpreti e di una pellicola equilibrata nei toni e non troppo tragica con alcuni momenti divertenti. In conclusione sottolineando la calorosa accoglienza al Festival nonostante il clima ostile di questi giorni egli ha riflettuto sul potere del cinema di oltrepassare confini e ideologie con un’opera profonda e coraggiosa sulla memoria e l’infanzia che arriva in un clima molto tempestoso, al Festival di Venezia, tormentato da polemiche e proteste ideologiche come mai prima d’ora.