di Anna Balestrieri
Dietro i nomi d’arte Azri e Gabri ci sono due musicisti israeliani che vivono da molti anni in Francia. La loro traiettoria attraversa Tel Aviv, Kfar Sava, Parigi, Istanbul e un Mediterraneo immaginario nel quale le identità non sono mai definitive. Ma dopo anni trascorsi a sottrarsi alla definizione di “musicisti ebrei”, il 7 ottobre ha reso quella stessa appartenenza più difficile da ignorare e, insieme, più urgente da rivendicare.
Per oltre un decennio Boogie Balagan è rimasto quasi in silenzio. Qualche concerto, alcune collaborazioni, progetti lasciati a metà. Ora il duo israelo-francese torna con Gözlerim Yahalom, un album il cui titolo unisce già due mondi: una parola turca e una ebraica, “occhi di diamante”.
È una formula che riassume bene la loro musica. Chitarre che passano dal rock psichedelico alle sonorità mediorientali, elettronica francese, echi turchi, testi in ebraico, arabo, francese e perfino in una lingua inventata. Boogie Balagan non mescola le culture per cancellarne le differenze, ma per sottrarle alle frontiere che vorrebbero tenerle separate.
Dietro i nomi d’arte Azri e Gabri ci sono due musicisti israeliani che vivono da molti anni in Francia. La loro traiettoria attraversa Tel Aviv, Kfar Sava, Parigi, Istanbul e un Mediterraneo immaginario nel quale le identità non sono mai definitive.
Palestisrael, il Paese che non esiste
Il duo ha dato un nome al proprio universo: “Palestisrael”. Non una dichiarazione geopolitica e neppure il tentativo di presentarsi come una formazione mista israelo-palestinese, come molti hanno creduto. È piuttosto una patria mentale, uno spazio nel quale le lingue, i repertori e le appartenenze possono convivere senza chiedere permesso.
Questa ambiguità ha accompagnato tutta la loro carriera. In Francia, promotori e case discografiche hanno spesso cercato una definizione semplice: israeliani, ebrei, mediterranei, orientali, oppure simboli di una possibile riconciliazione israelo-palestinese.
Azri e Gabri hanno resistito a ciascuna di queste formule. Non hanno mai nascosto di essere israeliani, ma non hanno voluto che quella provenienza diventasse un genere musicale o una strategia commerciale.
Il loro problema non è l’identità, ma l’uso che l’industria culturale fa dell’identità quando la trasforma in un’etichetta vendibile.
Quando in Francia diventarono “gli ebrei”
La questione divenne più evidente dopo l’uscita del secondo album, nel 2015. Con il mutare del clima politico francese e con la crescita del discorso sulla cosiddetta “invasione musulmana”, il duo si ritrovò improvvisamente presentato come “i musicisti ebrei”.
Non era un’identità scelta, ma una classificazione imposta dall’esterno. Secondo Azri, fino ad allora nessuno aveva sentito il bisogno di definirli anzitutto in quel modo. Quando il dibattito pubblico francese si irrigidì, la loro ebraicità divenne invece un prodotto da indirizzare verso un pubblico specifico.
Per una testata ebraica, è forse questo uno degli aspetti più significativi della loro esperienza: si può tentare di sfuggire alle categorie, ma nei momenti di crisi la società finisce spesso per restituire agli ebrei un’identità decisa dagli altri.
La scelta di Boogie Balagan non è stata quella di negare l’appartenenza, bensì di rifiutare che venisse utilizzata per ridurre la complessità della loro musica.
Il 7 ottobre e il ritorno dell’appartenenza
Il nuovo album nasce da Messiah, una canzone scritta dopo il 7 ottobre. Quasi interamente in ebraico, il brano intreccia immagini quotidiane, oscurità, ironia, riferimenti religiosi e un sentimento di perdita.
Gabri racconta che proprio dopo il massacro ha avvertito ciò che molti ebrei francesi hanno sperimentato: un riavvicinamento all’ebraismo, una necessità di rendere più visibile la propria presenza, talvolta anche attraverso una Stella di David indossata apertamente.
Non si tratta di una conversione religiosa né di un’adesione alla messianicità politica della destra israeliana. Azri lo precisa con una battuta: il loro messia non è quello dei nazionalisti religiosi.
Dopo anni trascorsi a sottrarsi alla definizione di “musicisti ebrei”, il 7 ottobre ha reso quella stessa appartenenza più difficile da ignorare e, insieme, più urgente da rivendicare.
La tensione resta aperta: come riconoscersi in una comunità senza accettare l’uso politico che altri fanno della sua identità?
Tra Parigi e Israele
Dopo trent’anni in Francia, i due musicisti tornano a interrogarsi sul luogo al quale appartengono. Una loro canzone riassume il paradosso con una formula semplice: quando sono là, vengono da qui; quando sono qui, vengono da là.
È la condizione tipica della diaspora, ma anche quella di molti israeliani che hanno costruito la propria vita in Europa. La distanza non cancella il legame con Israele, mentre il ritorno non elimina l’estraneità acquisita altrove.
Per il nuovo album Boogie Balagan ha scelto un’etichetta israeliana, Kamea, invece di tornare alla precedente casa discografica francese. La decisione ha un valore simbolico. Non equivale a chiudersi entro i confini nazionali, ma a riaffermare la propria origine in una fase in cui diversi artisti israeliani all’estero preferiscono non dichiararla per timore di boicottaggi o ripercussioni professionali.
Scegliere Israele come luogo editoriale diventa così un atto di visibilità, non una rinuncia alla vocazione cosmopolita.
Il boicottaggio che non sa decidere
Il rapporto del duo con il movimento BDS sintetizza bene la difficoltà di classificarlo. In una lista di artisti israeliani da boicottare, Boogie Balagan sarebbe stato inserito con una precisazione: la decisione finale spettava agli organizzatori.
Azri ne parla con ironia. Il gruppo aveva confuso perfino chi avrebbe dovuto stabilire se escluderlo. Era israeliano, ma cantava in arabo; rivendicava un legame con Israele, ma criticava la sua politica; costruiva una patria immaginaria chiamata Palestisrael, senza essere una formazione israelo-palestinese.
La vicenda mostra i limiti di ogni automatismo. Il boicottaggio culturale tende a giudicare gli artisti sulla base della nazionalità, mentre la loro opera può esprimere posizioni molto più articolate di quelle attribuite allo Stato di provenienza.
Per Boogie Balagan, si può scegliere di non acquistare un prodotto israeliano, ma l’arte richiede un criterio diverso. Boicottare una canzone per il passaporto di chi l’ha scritta significa confondere la creazione con il governo e l’autore con la politica nazionale.
Una lingua fatta di molte lingue
Il nuovo disco conserva l’eclettismo dei lavori precedenti. La chitarra può evocare nello stesso brano il musicista israeliano Yehuda Keisar e Jimi Hendrix. Il rock pesante incontra la musica turca; l’elettronica francese si sovrappone ai repertori mediterranei.
Anche le parole attraversano continuamente i confini. L’uso del nonsense non è un semplice gioco: quando le lingue esistenti diventano troppo cariche di storia e di conflitto, il duo ne inventa una nuova.
Questa instabilità linguistica rispecchia la loro esperienza biografica. L’ebraico è la lingua dell’origine e della memoria; il francese quella della vita adulta e del lavoro; l’arabo e il turco aprono verso un Oriente musicale nel quale Israele non appare come un’isola occidentale separata dalla regione.
Nella musica di Boogie Balagan il Mediterraneo non è una frontiera, ma un archivio comune di ritmi, melodie e migrazioni.
La nostalgia per un altro Israele
Gabri e Azri appartengono dichiaratamente a una sinistra israeliana più antica, oggi marginale. Quando parlano del Paese evocano un Israele diverso da quello identificato con Benjamin Netanyahu, Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir.
È una memoria forse idealizzata, ma non per questo irrilevante. Il loro Israele è quello capace di cambiare rapidamente, di produrre contraddizioni, di aprirsi improvvisamente dopo essersi chiuso. Rispetto alla lentezza delle trasformazioni europee, lo considerano un luogo instabile e per questo insieme spaventoso e vitale.
Non ignorano la deriva nazionalista, ma rifiutano di consegnarle l’intera identità israeliana. Continuare a parlare di “un altro Israele” significa opporsi all’idea che il presente politico abbia cancellato tutte le possibilità precedenti e future del Paese.
Le canzoni come traduzione
Tra i brani del nuovo album figura una rilettura di At Li Layla, canzone resa celebre da Boaz Sharabi e Zohar Argov. Il duo trasforma il termine ebraico layla, “notte”, nel nome di una donna, spostando così il senso del testo e facendone una canzone rivolta al femminile.
C’è poi Le Chanteur di Daniel Balavoine, figura della vecchia sinistra francese. La storia di un cantante vicino al fallimento che scrive il brano destinato a renderlo celebre diventa per Boogie Balagan una dichiarazione sul valore dell’arte e sulla necessità di non rinunciarvi.
Il disco si chiude con un omaggio alla cantante libanese Fairuz. Dopo anni trascorsi ad ascoltare la musica egiziana, i due vedono in lei qualcosa di più aereo, un’apertura verso l’alto e insieme un’ipotesi di pace con il Libano.
Non è ingenuo pacifismo. È la convinzione che la cultura possa anticipare relazioni che la politica non è ancora in grado di costruire.
L’identità come movimento
Boogie Balagan non offre una soluzione alle tensioni tra ebraicità, israelianità, diaspora e appartenenza mediorientale. Il suo interesse sta precisamente nel rifiuto di risolverle.
Il duo non vuole essere soltanto ebreo, ma non rinnega l’ebraicità. Non vuole essere confinato nella categoria israeliana, ma sceglie un’etichetta israeliana. Critica il governo, ma rifiuta il boicottaggio dell’arte. Canta la pace, senza cancellare il trauma del 7 ottobre.
La loro identità non è una sintesi pacificata, ma un movimento continuo tra luoghi, lingue e memorie.
In una fase in cui il dibattito pubblico pretende appartenenze nette, Boogie Balagan difende il diritto alla contraddizione. La sua “Palestisrael” non è una mappa politica, ma uno spazio artistico nel quale ciò che la storia divide può almeno tornare ad ascoltarsi.
Ed è forse questa la vera ragione del loro ritorno: ricordare che una cultura resta viva non quando trova una definizione definitiva, ma quando continua a confondere chi vorrebbe assegnarle un solo nome.



