Post-memoria: narrate, nipoti, la vostra storia

di Marina Gersony

Che cosa sta succedendo alla Memoria della Shoah? Una volta scomparsi i testimoni diretti, come eviteremo i rischi di farne qualcosa di ripetitivo, apologetico e svuotato del significato più profondo? Sarà vero, come ha scritto Avraham Burg, classe 1955, ex deputato laburista, ex presidente della Knesset, che troppo spesso l’Olocausto sta diventando «un monopolio che sta trasformando una memoria preziosa in una banale routine e il dolore bruciante in un manierismo dolciastro, colloso e quasi vuoto di senso…»? Parole urticanti, quelle di Burg, non sempre facili da digerire, che rivelano tutta l’angoscia di un trauma non ancora metabolizzato che forse soltanto le generazioni a venire saranno in grado di superare (le trovate nel libro Sconfiggere Hitler. Per un nuovo universalismo e umanesimo ebraico, Neri Pozza). E sono proprio i nipoti dei sopravvissuti a incarnare la terza generazione, quella della Post Memoria. E a sorprenderci per la lucidità e la capacità di rielaborare un passato tragico ancora bruciante nell’inconscio collettivo globale. Certo, la Germania nazista non esiste più da oltre 60 anni, ma la morte di quasi 12 milioni di persone, tra cui oltre 6 milioni di ebrei, ma anche zingari, omosessuali, comunisti, slavi e sacerdoti cattolici, continua a pesare come un macigno. Le parole di questa terza generazione, spesso fatta di artisti e scrittori, sono paradigmatiche e straordinarie: non temono di toccare temi già ampiamente indagati e tuttora dolorosi. Il loro obbiettivo -con sensibilità, appartenenze e vissuti differenti-, non sta probabilmente nel fornire risposte bensì nel dare nuove chiavi di lettura e dimostrare che la memoria si può mantenere viva senza che sia museificata o che diventi una sorta di contemplazione istituzionalizzata, svuotata e narcisistica del passato. Scriveva il grande Isaac B. Singer: «Non hai la speranza? Fai finta di averla e le cose verranno …». Come dire: se coltivi il ricordo, il ricordo resterà, come un sole a mezzanotte, purché resti vivo, pulsante e vero.

La post-memoria, quindi. Testimoniata nei libri bellissimi di scrittori come il giovane francese di 26 anni Arthur Dreyfus, dell’australiana Shira Nayman, degli americani Daniel Mendelsohn, Jonathan S. Foer, Nicole Krauss, dell’italiano Shulim Vogelman, dell’israeliano Nir Baram e molti altri. Un viaggio nella terza generazione dell’Olocausto e tra alcuni dei suoi protagonisti più sensibili, capaci di narrare l’esperienza dei nonni e restituirla in un palpitante grumo di significato. Ovvero, “come mio nonno mi fece sentire, capire, provare cosa è stato Auschwitz”. Raccontato per il Bollettino da alcune tra le voci più giovani e poetiche della letteratura contemporanea.

Nir Baram, israeliano

Classe 1976. Nato a Gerusalemme. Origine: sefardite, egiziane, ucraine, libanesi.

«La cosa più importante è riflettere sulle conclusioni universali della Shoah e non credere che sia stata un fatto esclusivamente ebraico. La lezione da trarre dalla Shoah è pensare sempre in termini di esseri umani con il loro diritto a vivere in dignità. Senza alcun riferimento al gruppo etnico, al credo religioso, all’appartenenza e così via. Nella mia famiglia non ci sono state vittime della Shoah. Ma in Israele ogni bambino sente di farne parte, lo impara fin da subito, la Guerra e l’Olocausto sono sempre presenti nella coscienza di ogni israeliano, è inevitabile. I giovani tendono ad interpretare il mondo e gli eventi attuali in questa prospettiva. La società israeliana ne è intrisa. Siamo consumati dalla paura, una paura esistenziale, radicata nella Shoah. La nostra tendenza primaria è di avere paura, non è di prendere decisioni coraggiose in modo da cambiare la realtà: questa cosa dobbiamo cambiarla. Non dobbiamo dimenticare la Shoah, assolutamente, ma neanche consentirle di distruggere il nostro futuro. Durante la mia adolescenza ero incuriosito da questi temi, ma sentivo che la discussione era limitata e talvolta mi sentivo soffocare dalla semplicità delle conclusioni e dalla tendenza delle istituzioni israeliane ad usare l’Olocausto per collocare noi ebrei in un’eterna posizione di vittime. Così ho iniziato a leggere e a interessarmi alle “brave persone”, quelle che hanno assecondato i regimi durante la Seconda Guerra Mondiale (è il titolo del libro di Nir Baram: Brave persone, Ponte alle Grazie, ndr). Volevo capire chi era questa maggioranza che viveva in modo “normale e corretto”; volevo capire come organizzava le proprie azioni, le proprie aspirazioni, come interpretava la società. Il romanzo che ho scritto non è sull’Olocausto, bensì su coloro che hanno deciso di collaborare con i regimi senza sporcarsi le mani di sangue. Pur non avendo preso parte direttamente allo sterminio, hanno tuttavia contribuito, con le loro azioni, a oliare la macchina del genocidio. Circa l’elaborazione del dolore legato all’Olocausto, credo che 70 anni non siano tanti rispetto a un evento di questa portata. Pensiamo al collasso dell’Impero romano: settant’anni non sono nulla per elaborare un lutto simile, ci vogliono secoli per capire. Per questo penso che in Israele -e forse in alcune parti d’Europa-, stiamo ancora vivendo all’ombra della Seconda Guerra Mondiale».

Nicole Krauss, americana

Classe 1974. Nata a New York. Origini: famiglia ebraica, madre inglese e padre americano cresciuto in Israele. Nonni materni nati in Germania e in Ucraina e nonni paterni nati in Ungheria e Bielorussia.

«Nella mia generazione non credo ci sia un vero interesse a ricostruire il passato, bensì a reimmaginare completamente i fatti e metterli insieme in un altro modo. Del resto, appartenere alla terza generazione, vuol dire avere più distanza. Se non hai vissuto l’esperienza dell’Olocausto, come puoi avere le stesse sensazioni rispetto a chi invece l’ha vissuta? Succede però che scatti qualcosa d’altro, specie se sei, in qualche modo, il prodotto di quest’esperienza. Ed è il silenzio del non conosciuto che ti porta a elaborare delle risposte attraverso l’immaginazione. Fondamentalmente la Memoria è un atto creativo, è un immagine che lavora dentro di noi, abbiamo molte esperienze da ricordare, può succedere che abbiamo dei vuoti, delle dimenticanze. Ma se ci concentriamo, se mettiamo insieme i ricordi, abbiamo del materiale che ci serve per creare la nostra coscienza. E la mente ha bisogno della coscienza per funzionare, per sopravvivere. Per questo sono così interessata a una Memoria creativa e di come la usiamo per ri-creare noi stessi, anche in rapporto a un grande trauma come l’Olocausto. Nei mie libri non parlo di Olocausto, strictu sensu. Naturalmente un’ombra di questo evento è presente, è parte del mio lavoro, ma è qualcosa di diverso. Certo, anch’io sono rimasta profondamente scossa, come chiunque abbia una famiglia che ne sia stata colpita… La mia stessa famiglia si è dispersa in seguito agli avvenimenti della Shoah. Nessuno è riuscito a radicarsi da qualche parte, ognuno dei miei quattro nonni è nato in un posto, si è sposato in un altro ed è morto in un terzo posto e mio fratello si è trasferito in Israele. C’è un senso di illusione sul concetto di casa. Ciò che è importante nella vicenda dell’Olocausto è l’ombra, sono i risvolti psicologici di questo trauma, ed è innegabile che nel mio lavoro questa dimensione esista e si esprima attraverso gli spostamenti, i dislocamenti, con una distorsione del tempo. L’Olocausto per me rappresenta la perdita originale. Credo di averlo espresso nel mio ultimo libro La grande casa (Guanda), un romanzo polifonico, dove ci sono molte voci, parti diverse, e tutte confluiscono in una grande dimora. È un impulso il mio, una sorta di desiderio che la Diaspora si ricomponga in tutte le sue voci, nei suoi frammenti. Il titolo del romanzo deriva da una storia ebraica bellissima, che parla della reinvenzione radicale delle persone. E questo è esattamente quello che mi interessa: com’è che si risponde a una grande perdita? La storia ebraica lo sa. Come accadde dopo la distruzione romana di Gerusalemme quando l’anziano rabbino Yochanan ben Zakkai fondò una scuola talmudica nella cittadina di Yavne. Mancava una patria, così trasformò Gerusalemme in un’idea: ogni ebreo avrebbe portato con sé un minuscolo frammento di Memoria di quella “Grande casa”, in modo che quando il popolo ebraico si fosse riunito, si sarebbe ricomposta, nella sua integralità, l’anima ebraica. In modo da sopravvivere fino ai giorni nostri. Nonostante i duemila anni di persecuzioni, soprusi e distruzioni. Nonostante la Shoah».

Arnaud Rykner, francese

Classe 1966. Nato a Parigi. Origine: ebrei polacchi trapiantati in Francia all’inizio del secolo scorso.

«Mi vergogno un po’ a dire che l’aver scritto questo libro mi ha aiutato a ritrovare il sonno perduto da più di trent’anni. Nella mia famiglia c’erano storie rimosse, sentimenti confusi, era difficile districarmi tra chi sapeva, chi taceva e chi si trincerava dietro ai “non so”. Come molti bambini della mia età ho scoperto le atrocità naziste e la Soluzione Finale grazie a una serie televisiva (abbastanza brutta), alla fine degli anni Settanta, Holocaust. All’epoca pensavo si trattasse di una storia che riguardasse tutta l’umanità. Non pensavo avesse toccato da vicino la mia famiglia. Fino ai 15 anni non ho realizzato che mio nonno fosse ebreo; i miei genitori erano cattolici. Quello che era accaduto era talmente insopportabile per cui non se ne parlava, una forma di negazione del dolore. Verso i 25 anni ho scoperto che due cugine di mio padre erano state deportate e gasate ad Auschwitz. A questa storia, passata sotto silenzio, si è aggiunta quella del fratello minore di mio nonno che aveva partecipato alla Resistenza sotto falso nome. Fu fatto prigioniero e torturato dai nazisti. Fu deportato a Dachau in un treno che poi è stato battezzato “il treno della morte”. Mio zio, che era sopravvissuto e che io ho avuto modo di conoscere bene, non ha mai parlato in famiglia di quello che aveva dovuto sopportare. Né su quel treno, né a Dachau. Questo ho voluto raccontare nel mio libro Il vagone (Mondadori). Ho cercato di narrare questa storia per potermi avvicinare alla prima vicenda, che mi pareva ancora più insopportabile: quella delle due ragazzine, le nostre cugine, gasate. Ho sentito tutto sulla pelle, come se l’avessi vissuto. La Memoria è dentro di noi, essa vive, che lo si voglia o no. Possiamo cercare di dimenticarla, o semplicemente di trascurarla, ma lei sarà sempre lì, presente. Non parlarne, far finta che non ci sia mai stata, non trasmetterla, significa lasciare il campo libero a tutte le nevrosi collettive e individuali che sono sempre portatrici di distruzione. La nostra Memoria va affrontata, guardata in faccia, non per il futuro, ma per il presente. Paradossalmente, questo ci aiuta a vivere».

Raffaella Di Castro, italiana

Classe 1970. Nata a Roma. Origine: ebrea italiana da generazioni.

«La terza generazione è spettatrice di un passaggio: quello che da una memoria privata, solitaria e muta porta a una memoria museificata, fatta di Giornate pubbliche della Memoria e alla cosiddetta Post-Memoria. In questa duplice trasformazione, la memoria della Shoah tende a congelarsi tra una memoria-trauma, sempre meno comunicabile e rappresentabile quanto più ci si allontana dall’evento, e una memoria-dovere, sempre più retorica, astratta e ripetitiva. La “guerra nazista contro la memoria” rischia così di vincere ancora. “Se loro non si fossero salvati, io non sarei nato”: questa frase ricorre tra i giovani ebrei di terza generazione. Io stessa ho percepito la mia nascita come una “sfacciata fortuna”, per citare Primo Levi. È come se fossimo nati dentro una “ferita” che, per quanto non vissuta, ci travolge lo stesso. Verso la fine degli anni ‘90 è stato pubblicato il diario di mio nonno sulle persecuzioni fasciste e naziste. Allora, ho sentito l’urgenza di fare i conti con queste “memorie-del-come-se-ci-fossi-stato”. È stato un lungo percorso di presa di coscienza, ma anche di presa di distanza dall’identificazione con il vissuto di mia madre. La bambina costretta a scappare e a nascondersi, ero io. La confusione emotiva con mia madre rischiava di bloccare la memoria anziché renderla più fedele ai fatti. Tra il 1999 e il 2000 ho collaborato con la Commissione Italiana del Fondo Svizzero per Vittime della Shoah e intervistato centinaia di sopravvissuti. La mia memoria si è popolata di storie, volti, date, documenti. Iniziai a poter distinguere me da mia madre, il suo passato dal mio vissuto, i luoghi reali dai miei spazi mentali. Così è nato il mio saggio Testimoni del non-provato. Ricordare, pensare, immaginare la Shoah nella terza generazione (Carocci). Ho lasciato parlare, attraverso 23 interviste, l’ultima generazione di ebrei ad aver ricevuto una trasmissione diretta della memoria delle persecuzioni. Per questo la chiamo “terza generazione”, non solo in relazione alla memoria di genitori e nonni, ma anche con riferimento a una terza epoca della memoria».

Shulim Vogelman, italiano

Classe 1978. Nato a Firenze. Origini: ashkenaziti, galiziani e italiani.

«Mio nonno Shulim ha perso la moglie Annetta e la figlia Sissel ad Auschwitz. Tornato in Italia, dopo la guerra, ha trovato la forza di rifarsi una famiglia e dal nuovo matrimonio è nato mio padre. Quando ho scritto il mio primo libro non avevo intenzione di parlare di Shoah né di persecuzioni (Mentre la città bruciava, Giuntina). Piuttosto, il libro è un viaggio alla scoperta di un’identità ebraica sana, libera e completa. Certo, nel mio caso il punto di partenza è stato l’esperienza di mio nonno, sopravvissuto ad Auschwitz. Penso tuttavia che chi abbia vissuto l’orrore della Shoah non possa essere capito veramente da chi non è stato là. I sopravvissuti sono soli con il proprio ricordo. I figli della Shoah, la seconda generazione, hanno spesso sofferto proprio per l’impossibilità di capacitarsi di ciò che i propri genitori hanno vissuto. La terza generazione, con più distanza, può forse pensare la Shoah in modo diverso, e guardare al futuro ebraico con maggior ottimismo. Credo che la Shoah sia ancora un aspetto fondante dell’identità ebraica dei giovani ebrei italiani di oggi. Per quanto mi riguarda, inizialmente aveva un ruolo prevaricante, poi con i sei anni trascorsi in Israele, ho capito che un ebreo può e deve fare riferimento anche a tanti altri elementi culturali oltre che alla Shoah».

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