Nava Semel e la storia della Shoah italiana

di Ilaria Myr

“Per me è una grande emozione presentare questo libro in Italia. E poi in un luogo così intenso come il Memoriale della Shoah…Prima di arrivare qui pensavo fosse solo un Museo della Shoah. Mai avrei pensato a un posto così evocativo, con il rumore dei treni di sottofondo”.

Non nasconde la sua emozione la scrittrice israeliana Nava Semel durante la presentazione dell’edizione italiana di Testastorta (edizioni Salomone Belforte & C.), il suo ultimo romanzo ambientato nell’Italia della seconda guerra mondiale. L’incontro si è tenuto il 23 gennaio al Memoriale della Shoah nell’Auditorium Jeanne e Joseph Nissim alla presenza di Rav Giuseppe Laras, organizzato dall’Associazione Italiana Amici dell’Università di Gerusalemme in collaborazione con il Memoriale della Shoah di Milano.

L’autrice, nata a Tel Aviv da genitori sopravvissuti alla Shoah, è tra le più talentuose e importanti figure della letteratura israeliana contemporanea, autrice di Il Cappello di Vetro, Come si avvia un amore e E il topo rise(Atmosphere Libri). In tutti, la Shoah e il tema della memoria sono sempre presenti, in quanto temi profondamente vicini alla vita dell’autrice.

“Anche in Israele la memoria della Shoah ha faticato ad affermarsi, per la volontà dei sopravvissuti di voltare pagina e di andare avanti – ha spiegato -. Solo a poco a poco mia madre ha cominciato a raccontarmi cosa aveva vissuto. Per esempio, che quando era su un treno per andare da Auschwitz in un campo di lavoro in Germania, a una stazione aveva cominciato a chiedere da bere, agitando la mano dalle grate. Improvvisamente, una mano le aveva dato un bicchiere d’acqua. Questo non solo le aveva salvato la vita, ma le aveva anche restituito un briciolo di fiducia nel mondo e nelle persone, e la forza che forse valeva la pena vivere. Ed è proprio delle persone che “porgono il bicchiere d’acqua” che ho voluto parlare nel mio ultimo libro”.

Testastorta parla infatti di persone buone che in Piemonte, a Borgo San Dalmazzo,nascondono un ebreo a rischio della loro vita, ma anche del lato buio di questo orribile periodo, di fascisti e nazisti indottrinati e ciechi davanti alla sofferenza di esseri umani. Tutto ruota intorno al protagonista, Tommaso, un bambino che è convinto che nella soffitta ci sia una principessa, che altro non è che un ebreo che le due donne che hanno adottato il bimbo stanno nascondendo. Sono loro a chiamare bugiardo e “testastorta” il piccolo Tommaso, umiliandolo e offendendolo, ma, in realtà, con il solo obiettivo di zittirlo e fare in modo che la Gestapo non si insospettisca e vada a controllare se effettivamente c’è nascosto qualcuno.

Tutto parla italiano in questa storia: l’ambientazione geografica, le persone, le vicende di un’Italia sconvolta dalla guerra. Ma Nava Semel non ha nessun origine italiana, nessun legame personale con il nostro Paese. Allora, da dove la scelta di scrivere un romanza storico sulla Shoah italiana?

“Non so se sono le storie che aspettano me o se sono io che trovo le storie – ha spiegato -. Di sicuro, nel caso di questo libro è stata la storia che ha trovato me. Otto anni fa ero stata invitata a Fossoli per un convegno su primo Levi e, in seguito, in Piemonte: era la prima volta in assoluto che visitavo questa Regione. Un giorno passeggiavo per Borgo San Dlamazzo, affascinata dai tetti spioventi che in Israele non esistono: a un certo punto, ho visto un tetto con sotto una soffitta. E’ lì che ho avuto la rivelazione: mi è sembrato di vedere qualcuno al suo interno, ho sentito che lì era accaduto qualcosa. ‘In questa casa avevano salvato degli ebrei durante la guerra’, mi confermò la mia guida italiana. Così nacque Testastorta: una storia sul tema del prezzo che si paga per e proprie azioni. Ma anche una storia d’amore fra una delle protagoniste, Maddalena, e Salomone Levi, l’ebreo nascosto”.

La stesura del romanzo impegna nava Semel per ben sei anni: un impegno intenso, che la assorbe talmente da portarla a fermarsi, poi, per due anni. Uscito due anni fa in Israele (solo oggi è disponibile in italiano), il testo è stato subito accolto con entusiasmo e interesse dalla critica israeliana. “Mi piace l’idea di potere contribuire ad approfondire la conoscenza sulla Shoah italiana – ha commentato -, di cui in Israele non si sa molto, e su cui non penso esista una letteratura di narrativa”.

L’autrice aveva già parlato diffusamente del suo libro Testastorta a Mosaico nel dicembre 2012, in occasione di un incontro sulla letteratura ebraica al femminile, tenutosi all’Università Statale di Milano.

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