Miro Silvera e la cura delle parole

“È ossessivamente immerso nella sua identità ebraica”. È traduttore, poeta, romanziere, saggista sceneggiatore, un perfetto consulente editoriale. Stiamo parlando di Miro Silvera, siriano di nascita (ad Aleppo) ma milanese d’adozione dal 1947, dove ha studiato (anche nella scuola di via Eupili) e lavorato. Mosaico lo ha incontrato per parlare del suo nuovo lavoro, Libroterapia, Salani ed., che arriverà a ottobre nelle librerie.

Iniziamo con la tua identità ebraica: per Miro Silvera – scrittore quanto conta l’ebraicità?
Fortemente. Ho sempre sentito la mia appartenenza a una minoranza come una diversità, ma una diversità positiva, che ho vissuto come un privilegio che mi ha dato una marcia in più. Ad Aleppo la mia famiglia aveva il passaporto italiano ma frequentavamo molto la comunità ebraica che è sempre stata molto colta e importante. Qui si fermò Maimonide, dando un grande impulso alla filosofia e agli studi ebraici, qui esiste il più antico Tempio ebraico insieme a quello di Gerusalemme, fondato addirittura da un generale di re Davide. È sopravvissuto a tutte le vicende ebraiche ma è ancora lì, anche se chiuso e abbandonato. Nelle sue fondamenta ci sono alcune sepolture, tra le quali quelle dei miei nonni. Non esiste più invece il tempio dei miei zii che si trovava in un edificio collegato alla loro casa tanto che potevano seguire le funzioni da una finestrina della loro abitazione. È un mondo finito. Il ricordo del viaggio in nave con mia madre e mio fratello verso l’Italia, lasciando tutto il nostro mondo alle spalle, mi ha seguito tutta la vita, con un senso profondo interiore di precarietà e abbandono.

Scrivi in italiano ma la tua madre lingua è il francese, associato all’arabo, poi all’italiano quando sei arrivato bambino a Milano, all’ebraico e all’inglese. In che lingua sogni? In che lingua rifletti?
I miei sogni sono per immagini, da film muto. Penso in italiano, ma se sono in Francia penso in francese. Del resto traduco da francese e inglese che sono per me come due lingue madri e cerco di praticare il più possibile entrambe. Spesso utilizzo francesismi nei miei testi in italiano e cerco di mantenere una lingua colta anche se un tantino fuori di moda. Purtroppo anche l’italiano sta impoverendosi, riducendo il numero delle parole utilizzate, forse a 400. Ma è un’evoluzione che tutte le lingue stanno subendo.

Ti dedichi anche alla poesia. Quanto questa fa parte della tua produzione letteraria?

Ho iniziato fin da ragazzo a scrivere poesie. Negli anni Sessanta furono pubblicate alcune da Schwiller. Il linguaggio delle poesie è, secondo me, il distillato della lingua in cui pensi. Richiedono ispirazione e rigore e la lingua deve essere essenziale, non inquinata. Ma poesia e prosa possono coesistere nell’animo dello stesso scrittore.

Sta per uscire a ottobre il tuo nuovo saggio, Libroterapia, Salani ed., nel quale ancora una volta mostri il tuo grande amore per i libri.

I libri danno benessere, la biblioteca è come una farmacia dell’anima, la curano. Per qualsiasi disturbo, carenza o bisogno, i libri curano, confortano, nutrono. Nel mio saggio ho parlato di casi celebri di libroterapie riuscite, come per Kipling e Andersen; ho parlato della Bibbia, che è il miglior medicinale di prima auto-medicazione; ho portato esempi di aforismi che fanno bene all’anima, grazie alle loro terapie brevi e di immediato successo; ho fornito consigli terapeutici in pillole tramite la lettura del libro, che non potrà mai essere soppiantato. Il libro è la nostra vita: quando recentemente per un incendio nella mia casa di campagna è bruciata una parte della mia biblioteca, ho perso una parte di me.

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