Mendy Cahan, il custode dello yiddish in Israele

di Aldo Baquis, da Tel Aviv

Migliaia di libri, riviste, quaderni, diari, cartoline… Nelle viscere della gigantesca e fatiscente ex-Stazione centrale degli autobus di Tel Aviv, un luogo quasi clandestino e un po’ surreale, rivive la memoria della lingua che ha plasmato la cultura ashkenazita e i suoi capolavori

 

Nel luogo più inaspettato di Tel Aviv, nelle viscere di un colosso di cemento in stato di decadenza avanzata noto come la “Stazione centrale degli autobus”, pulsa il cuore della cultura yiddish in Israele. Il suo custode è Mendy Cahan, un ebreo belga originario di Anversa. Negli anni della sua giovinezza vi erano là 20 mila ebrei e 50 sinagoghe attive. Hassidim e commercianti di diamanti si esprimevano naturalmente in yiddish, ma parlavano anche in francese, tedesco e fiammingo. Lui stesso sarebbe diventato un cultore dello yiddish, “una lingua con mille anni di storia, in quanto il primo testo conosciuto in quell’idioma risale al 1272”. Ma negli anni Ottanta, una volta immigrato in Israele, avrebbe scoperto con stupore che nel Paese di adozione la sua lingua materna era “persona non grata”. «Non c’era nemmeno un luogo – ricorda – dove acquistare un libro in yiddish».

Ai pionieri sionisti lo yiddish ricordava da vicino il mondo ebraico della Diaspora mentre loro intendevano forgiare un “ebreo nuovo”. «Le stazioni radio si rifiutavano di trasmettere pubblicità in yiddish» e anche le attività politiche dei membri del Bund, immigrati dall’Europa orientale, sarebbero rimaste ai margini della società. C’era comunque una stazione radio che trasmetteva un notiziario in yiddish, e Cahan vi leggeva i testi.In seguito sarebbe divenuto un punto di riferimento per persone sparse per Israele: dovendo sgomberare scaffali di libri e vecchie soffitte, ed ignorando essi stessi quella lingua, intendevano consegnare quei tesori a chi li avrebbe apprezzati nel loro giusto valore, che ne avrebbe custodita la memoria.

Oggi, nel suo accogliente circolo culturale Yung Yiddish, all’interno della gigantesca e fatiscente Stazione centrale degli autobus, Cahan è circondato da scaffali carichi di molte migliaia di libri in yiddish, di riviste, quaderni, diari, cartoline, la lingua che Israele volle bandire per costruire la figura del sabra. Anche decenni dopo, mantengono la fragranza del periodo in cui furono pubblicati. Ci sono libri per bambini, arricchiti da una grafica accattivante, testi politici di impegno sociale del Bund, nonché testi di carattere religioso e filosofico. Ci sono quaderni familiari, cartoline con dediche personali. «Sfogliando uno di quei libri, ho trovato anche fiori secchi, rimasti per decenni fra le pagine». Su un tavolo c’è una copia dell’Yiddishe Bilder del 1939: parla della preoccupante situazione politica, fiuta già il conflitto, include lezioni di inglese per quanti progettano di partire, fornisce dettagli sulla possibilità di ottenere visti di ingresso in Guatemala. Poi – siamo al 13 settembre 1939 – fa ai lettori gli auguri di “Buon anno nuovo”… Alle pareti sono appesi ritratti di scrittori e immagini di località dell’Europa dell’Est.

Su un palco sono deposti pupazzi utilizzati nella rappresentazione teatrale del celebre Dibbuk di Shloyme Ansky, e con loro strumenti per i concerti di musica klezmer. Nelle stazioni radio israeliane questa musica – così caratteristica degli ebrei dell’Europa dell’est, divulgata in particolare dal movimento hassidico – è volutamente ignorata. Non trova spazi né nella radio pubblica né nella radio militare, le emittenti più ascoltate nel Paese.

Per scoprire il Yung Yiddish Club bisogna entrare dall’ingresso principale della Stazione degli autobus, cercare il McDonald’s, poi attraversare un dedalo di corridoi e gradinate in un ambiente colossale di cemento frequentato principalmente dai marginali di Tel Aviv: per lo più migranti asiatici e africani, indaffarati a fare acquisti in bancherelle di indumenti a poco prezzo o in negozietti di apparecchi telefonici. Una volta c’era qua un teatro, ma con le ondate di Covid ha chiuso i battenti. Il Yung Yiddish è rimasto, in questa struttura, un’ultima “oasi di cultura”, secondo Cahan.

Ogni domenica sera si fa musica klezmer e la jam session va avanti fino a notte fonda. Le sue note attraggono un pubblico composito: «Siamo ‘fringe’, marginali. Vediamo fra gli ospiti hassidim, vecchi bundisti, ebrei ortodossi, gentili, giovani punk, coloni». Ogni tanto fanno capolino anche migranti. «Lo yiddish è multi-culturale. È sempre in ascolto di quanto avviene attorno a lui, fa da ponte». La musica klezmer, aggiunge, è ricca di influenze diverse. «È una musica che ha ascoltato melodie turche (giunte nell’Europa dell’est), che ha conosciuto la musica zigana e rumena, ma che ha anche a che fare con la hazanut delle sinagoghe e col soliloquio delle preghiere ebraiche. Non è tanto musica da ballo. È piuttosto una musica meditativa».

Tuttavia, quando nel XVII e nel XVIII secolo il popolo ebraico ebbe a crescere «allora diventò popolare nei matrimoni». Alla fine del XIX secolo approdò negli Stati Uniti. Al cembalo, al violino, al clarinetto e alla fisarmonica si unì allora anche il sassofono, imparentandosi anche col jazz. «La musica klezmer è molto eclettica», rileva Cahan. Per la fine dell’anno civile ha fatto una maratona, sul web, con interventi di band attive a New York, nonché in Nuova Zelanda, Giappone, Germania e Polonia. In Israele è abbastanza raro assistere a concerti klezmer: le due occasioni maggiori sono il Festival di Safed e il Lag ba-Omer sul monte Meron. «Là avviene la nostra Woodstock annuale». Altrimenti è possibile ascoltare musica klezmer nei matrimoni di ebraico ortodossi o negli insediamenti ebraici della Cisgiordania, in prevalenza quelli abitati da giovani.

La Stazione centrale era stata aperta al pubblico nel 1993. Un edificio di sei piani con rampe per le diverse linee di bus che abbracciavano un vasto centro commerciale. Sulla scia degli accordi di Oslo era stata vista anche come un tassello di un nuovo Medio Oriente, con terminal di partenza di bus quotidiani per il Cairo e per Amman. Tuttavia gli entusiasmi regionali si sarebbero via via raffreddati, e avrebbero fatto posto all’emergenza di gravi problemi urbanistici locali. Essendo collocata all’interno di un dedalo di vie popolari, il traffico massiccio di autobus creava ingorghi insopportabili e inquinamento. Negli ultimi anni il deperimento della struttura è divenuto inarrestabile e a dicembre il suo destino sembrava compiuto: avrebbe dovuto essere rasa al suolo. In extremis la decisione è però slittata. «Questo edificio è stato costruito in cemento pesante, concepito come un rifugio atomico. Se fosse demolito – ha appreso Cahan – Tel Aviv sarebbe coperta a lungo da una nuvola di polvere». Ma non c’è un che di simbolico nel piccolo circolo culturale yiddish che funziona in un bunker antiatomico in sfacelo? «Forse – ammette Cahan – potrebbe essere anche questa una trama buona per un libro yiddish».