Jamil Cohen

L’altro Mossad

di Antonio Picasso
Jamil Cohen, chi era costui? Un recente articolo di Matty Friedman sul New York Times, Israel’s Secret Founding Fathers, fa luce su alcuni capitoli perlopiù sconosciuti della storia d’Israele. Le avventure degli agenti del Mossad operativi nei Paesi arabi tra gli anni Quaranta e Cinquanta – tra cui appunto Mister Cohen – sono state messe in ombra da altre vicende. Come dice lo stesso autore: “Israele tende a raccontare di se stessa una storia europea”. L’esodo post Shoah, la nascita della prima (unica) democrazia in Medio Oriente, il socialismo reale dei Kibbutz. Il che si proietta nella cultura generalista. Quando si parla dei primi anni di vita di Israele, ci si concentra su avvenimenti – vittorie morali e politiche – che hanno confermato la posizione di Israele quale cuneo dell’Occidente nel cuore della Mezzaluna fertile. Di conseguenza, le operazioni di spionaggio oltreconfine sono condannate a restare dietro le quinte. Per quanto fu grazie a uomini come Cohen che Israele riuscì fin da subito a contenere l’aggressività dei nemici vicini.

Quindi, chi era Jamil Cohen? Di certo non era famoso. Lo ammette anche Friedman. Del resto, non tutte le spie vantano un curriculum operativo come Rafi Eitan, di cui si sta celebrando la scomparsa proprio in questi giorni. Però, se si parte dal fatto che una spia è efficiente se non viene scoperta, allora Cohen dev’essere stato davvero bravo.

Nato a Damasco nel 1922 e lì cresciuto come libero cittadino siriano di religione ebraica, a vent’anni circa, Cohen decide di abbracciare la causa sionista. Passa quindi il confine della Palestina sotto Mandato Britannico e inizia a lavorare in un kibbutz. Lì cambia nome, da Jamil a Gamliel, e si dedica in tutto e per tutto alla costruzione di una nuova terra: ebraica, socialista, progressista. Ma quello non è il suo destino. Quando i primi organizzatori del Mossad vengono a cercarlo, non come Gamliel, bensì in quanto prima Jamil, Cohen si rende conto che la vita lo conduce verso quel mondo da dove lui è scappato. Così entra nella leggenda.

Lungi da fare spoiling al pezzo di Friedman, ci limitiamo a suggerirne due chiavi di lettura. L’articolo può essere appunto una bella spy story, che ricostruisce come le “barbe finte” del Mossad si muovessero agili tra i vicoli delle città arabe, oppure può gettare il lettore nel pozzo della memoria, fatta di ricordi frammentati, immagini sbiadite e dati spesso conservati alla rinfusa. In questo caso l’articolo diventa un intelligente pretesto per capire che fine abbiano fatto le centinaia di migliaia di ebrei nati in quel mondo arabo-islamico dal quale oggi Israele si difende. Al di là delle distribuzioni demografiche del passato, di cui ormai anche le fonti aperte forniscono cifre più che attendibili, resta da sapere come vivessero le comunità ebraiche nelle aree a maggioranza musulmana.

Gli ebrei arabi nella storia

Lo storico francese Georges Bensoussan è uscito lo scorso anno con “Gli ebrei nel mondo arabo”. Un libro che ha riaperto il dibattito su quello status di Dhimmitudine che ha condizionato ebrei e cristiani sotto il giogo di Istanbul per tanti secoli. Al tempo del califfato, le minoranze religiose ed etniche erano Dhimmi (protetti). Formalmente ebrei e cristiani, in quanto popoli del Libro, erano soggetti a una discriminazione giuridica che li esonerava dai precetti del diritto musulmano, pur confermandone lo status di sudditanza verso il sultano. Sudditi quindi, ma di Serie B, alle volte soggetti a persecuzioni – però non della portata dei pogrom russi – in altri casi con possibilità di giocare in Champions League. Questo perché il Sultano non si fidava dei suoi pari e affidava la gestione di alcuni settori dello Stato a chi musulmano non era. Ovvero cristiani ed ebrei. Infedeli agli occhi dell’Islam, fedeli al cospetto del trono. In quegli stessi decenni, succedeva più o meno la stessa cosa nelle corti d’Europa. Il Re Sole si circondava di un governo borghese, mentre lasciava i nobili riottosi trastullarsi nelle beghe di palazzo. Il principio era semplice. A chi fa parte di una minoranza conviene stare con il più forte. Al più forte conviene farsi amiche le minoranze, perché tutte insieme fanno un pacchetto di mischia proporzionalmente utile per il mantenimento del consenso. Ma soprattutto perché al loro interno è più probabile trovare individui competenti e ambiziosi. Gente che sa governare.

La diaspora dai Paesi arabi

Fatta la premessa storica, resta da capire cosa sia successo dopo il crollo dell’Impero ottomano. C’è stata una diaspora, questo è noto. Forse non così accelerata e sanguinosa come dall’Europa. Tuttavia, un fuggi fuggi si è verificato. L’Italia ne è stata testimone di prima linea. Per ovvie ragioni geografiche, chi scappava dall’Egitto e dalla Libia – e non erano solo ebrei – dove satrapi panarabi antioccidentali e antiisraeliani facevano breccia nel cuore delle masse indigenti e facilmente indottrinabili con il Corano e il fucile, vedeva nelle nostre coste un primo approdo, da dove poi ripartire con una nuova vita.

Meno note a noi sono le vicende degli ebrei iracheni, siriani, libanesi, yemeniti, marocchini, tunisini, algerini e così via. Si potrebbero citare tutti, davvero tutti i membri della Lega araba. Anche in questo caso di diaspora si è trattato.

Spy story o flash back?

Come dice giustamente Friedman, non è solo una faccenda di spie. Questo è un discorso legato a una storia strozzata, a radici millenarie improvvisamente sradicate. È un Gilgul collettivo: anime e corpi strappati nottetempo dal loro caldo giaciglio e costretti a vagare, vagare, vagare.

Può essere che scappi e ti vada tutto bene. Può essere che la tua fuga si risolva al meglio, con qualche giorno di viaggio scomodo, ma poi ti rifai la vita e ok così. Può essere pure che riesci a portarti via tutto quello che ti serve. Dall’argenteria alla Mezuzah fuori dalla porta. Le cicatrici però sono una roba indelebile. Non sono un piatto di porcellana o una raccolta di libri che figli e nipoti cercano di trasmettersi. Quando scappi non ti porti via davvero tutto. Il respiro del mare sulla Corniche a Beirut, il profumo dei giardini di Aleppo, i tramonti sul Nilo. Quelle sono immagini che restano appese nella memoria, inutilmente in attesa di trovare nuovo ossigeno. È in questa sospensione, in questo vuoto di gravità, che il Gilgul comincia a roteare. La memoria è un criceto nella ruota che compulsivo insiste a correre nel filmino mentale dei ricordi.

Come racconta il regista egiziano Amir Ramses in Jews of Egypt, le vittime della diaspora ebraica dall’Egitto si sono distribuite tra Europa, soprattutto in Francia e Italia, e Nord America. Chi è scappato dalla Siria, invece, ha preferito il Nuovo Mondo, al punto che oggi New York è la più grande città ebraico-siriana al mondo. Ovviamente molti altri sono andati direttamente in Israele. Si potrebbe proseguire con altri esempi. Cos’è rimasto di quelle culture però? La lingua? La cucina? Il modo di pensare e di vivere tanto diverso da quello di ashkenaziti e sefarditi?

Chi può tornare e chi no

Al netto dei rigurgiti antisemiti che fiaccano la Polonia post-guerra fredda e new entry (mica tanto) in Europa – rigurgiti nazi che non sono certo una novità – c’è tra gli ebrei lo stimolo a tornare da quelle parti. Agnieszka Traczewska ne ha fatto un libro fotografico, “Powroty” (Ritorno), in cui immortala giovani Chassidim che tornano in quello che resta dei quartieri ebraici di Varsavia e Cracovia o nelle grigie pianure polacche, dove un tempo c’erano gli Shtetl, mentre oggi vi sono solo snervanti distese di cavoli e barbabietole. Ebbene, nonostante tutto, un ritorno da quelle parti è possibile. Con cautela, stando bene attenti a dove si va e con chi si parla, le terre dei progrom e della Shoah non sono off limits per gli ebrei oggi. Al contrario di Libano, Siria, Iraq, eccetera. Lì, appena fuori i confini di Israele il ritorno è fuori discussione. Lì, in quel Medio Oriente dove i pionieri hanno strappato una democrazia alle sabbie del deserto, gli ebrei sono circondati. Ebrei un tempo sudditi del Sultano e anch’essi fondatori di Israele. La storia è lastricata di scherzi di cattivo gusto.

Viene da chiedersi chi soffra di più. Se l’ashkenazita che vaga nella Mitteleuropa, alla ricerca di una memoria fatta a pezzi nel secolo breve e i cui cocci oggi si cerca a tutti i costi di tenere insieme, oppure il Mizrahim, figlio di globetrotter ante litteram, un tempo di casa a Damasco, Bagdad e Teheran, ma il cui passaporto israeliano oggi non viene nemmeno riconosciuto nei Paesi arabi. Scherzi, anche qui, del Gilgul: se un moto è perpetuo, non se ne può pretendere una battuta d’arresto. Per respirare, per ricordare senza dolore.

Così è. Poi si può sempre leggere il pezzo di Friedman come una veloce esegesi dello spionaggio israeliano. Poche domande, un po’ di nozioni in più e via a vedersi Fauda senza troppi pensieri.

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