La storia di Margot Friedländer, sopravvissuta alla Shoah, sulla copertina di Vogue a 102 anni

di Redazione
Cappelli bianco argento, doppiopetto rosso, sorriso dolce. È Margot Friedländer, una graziosa signora di 102 anni, superstite della Shoah, protagonista della copertina di Vogue.

Siamo a Berlino, è il 16 giugno del 1944, durante una giornata nuvolosa, quando venne deportata nel campo di concentramento di Theresienstadt. «Sono state uccise così tante persone. Ricordo delle signore anziane che chiedevano un pezzetto di pane. Non lo dimenticherò mai».

I testimoni della Shoah stanno scomparendo, lo sappiamo. Perciò mantenere viva la loro memoria è un’eredità morale fondamentale per le generazioni a venire. Vogue Deutsche scegliendo lei, per il numero luglio/agosto 2024, ha così lanciato un grande messaggio, da una prospettiva che non tutti si aspettavano, un messaggio importante, specie in un’epoca attuale dove l’antisemitismo ha toccato livelli spaventosi e dove la Shoah viene spesso mistificata, banalizzata o peggio ancora negata l’esistenza stessa.

La graziosissima signora Friedländer era stata intervistata dalla celebre rivista per la prima volta nel gennaio 2024, durante il Giorno della Memoria, a cui ha fatto seguito un secondo e terzo incontro per realizzare l’attuale servizio fotografico, messo in piedi negli spazi del Giardino Botanico della Freie Universität di Berlino.

Qui è stata insignita del titolo di Dr. Honoris causa dal Dipartimento di Storia dell’Università di Berlino. Sono diverse altre le riconoscenze ottenute nel corso della sua vita, dovute al suo prezioso ruolo di testimone, ma per lei il riconoscimento più grande è quello che riceve dagli stessi studenti, durante le giornate trascorse con loro.

«Ad ogni incontro Margot Friedländer sembra diventare sempre più energica. Come se la sua mente stesse seguendo una linea temporale invertita. Ogni parola che dice è piena ottimismo, di positività. Una donna a cui è successo il peggio parla senza essere amareggiata. Come è possibile?», racconta l’autrice dell’articolo di Vogue, Miriam Amro.

L’incredibile forza vitale è data anche dai ricordi della sua infanzia, come i bei tempi trascorsi assieme alla nonna Adele. «Nonna Adele. Lei amava me e io amavo lei. Mi chiamava sempre “la mia topolina”».

Ricordare in nome delle vittime che non ci sono più

 Quando Hitler salì al potere, Margot aveva 12 anni. Ricorda bene come tutto iniziò. È questo il motivo che la spinge a parlare, anche per dare voce a quelli che non ce l’hanno fatta. Ormai sono migliaia le persone a cui ha parlato nelle scuole. Come riporta il magazine, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza, alla domanda “Sei a favore di Israele o della Palestina”, lei preferisce non essere categorizzata: «Non guardate quello che divide. Guardate a ciò che unisce. Siate umani. Siate ragionevoli».

Sul clima politico attuale si è detta inorridita perché gli attacchi antisemiti sono in aumento e sempre più giovani sono attratti dagli slogan del partito di estrema destra AfD (Alternative für Deutschland).

 Margot Friedländer, nata Bendheim, viene alla luce a Berlino il 5 novembre del 1921. I suoi famigliari non lasciarono mai Auschwitz, li incontrarono la morte. Quando anche lei venne deportata, nel campo di concentramento di Theresienstadt, incontrò Adolf Friedländer, una vecchia conoscenza, che poco dopo la fine del nazifascismo divenne suo marito.

All’inizio non gli piaceva più di tanto. Era un uomo dallo sguardo severo, sempre attento ai soldi e undici anni più grande di lei. Tutto è cambiato quando sono stati assieme durante la prigionia.

Dopo il matrimonio, secondo rito ebraico, si trasferiscono a New York. È stato un matrimonio fatto di poche parole. Quelle parole che mancavano ero riferite allo stesso tipo di dolore che entrambi avevano provato, e come tanti testimoni, preferivano evitare di parlarne.

La Germania è la mia casa, nonostante i terribili ricordi del passato

Dopo la scomparsa di Adolf nel 1997 cresce il suo desiderio di ritornare in Germania. È così è stato. All’età di 88 anni inizia una nuova vita a Berlino.

Nonostante 64 anni, trascorsi negli Stati Uniti, ha detto di non essersi mai sentita americana e sembra non provarne nemmeno nostalgia. «Sono tedesca. Sono nata qui», e lo dice battendo i piedi contro il pavimento. Nonostante gli orrori, la Germania rimane la sua casa.

Durante il servizio fotografico ha voluto attraversare la Uhlandstrasse, una delle zone di Berlino che forse più rappresenta gli orrori di quel tempo, zona che la lega anche ai bei ricordi. Era la mattina del 10 novembre del 1938 quando come al solito andava a lavorare nel salone Rosa Lang-Nathanson, dove aveva studiato un anno come sarta. Quel giorno lo ricorderà per tutta la vita: era la Notte dei Cristalli. Proprio con i suoi occhi vide i negozi, appartenenti agli ebrei, distrutti. «C’erano pezzi rotti ovunque, i negozi imbrattati col simbolo della stella, il fumo che usciva dalle sinagoghe e il cielo in fiamme».

Anche il salone dove lavorava, da quella notte chiuse per sempre. E nelle vicinanze si trova ancora il bilocale dove viveva la madre e il fratello.

L’ultimo messaggio della madre

La madre riuscì a mandare l’ultimo messaggio a Margot tramite l’aiuto della vicina, quel messaggio divenne il titolo del libro, giunto ormai alla 17esima edizione in lingua inglese, che racconta la sua vita: “Try to Make Your Life”. La scrittura è stata la sua guarigione, un percorso che fu capace di iniziare solo dopo la morte del marito. Margot è grata di essere riuscita a “farsi una propria vita”, contenta perché è stata capace di esaudire il desiderio dell’amata madre, a cui pensa ancora tutti i giorni.

Tutta la sua famiglia, compreso il fratello Ralph, venne deportata e uccisa ad Auschwitz. Non prova rabbia, ma tristezza. Nel 1943, all’età di 21 anni, per scampare alle persecuzioni antiebraiche fu costretta a nascondersi e a vivere sottoterra. La “caccia all’ebreo” continuava e nel 1944 trovarono anche lei. Fu così consegnata alle SS che la deportarono nel campo di concentramento di Theresienstadt.

Sognava di diventare una stilista

 Oggi Margot vive in una casa di riposo nella sua Berlino. Con lei al piano terra un pianoforte che non rischia mai di rimanere impolverato. Continuando a raccontarsi a Vogue, ricorda che il suo sogno da giovane era quello di diventare una stilista. L’attenzione per il bello è un tratto distintivo della sua personalità.

Nel 1936 si iscrisse ad una scuola di arte di Berlino dove imparò il disegno di moda. Poi le cose andarono diversamente. «Avevo grandi progetti. Volevo disegnare abiti per conto mio».

Margot ha detto di aver vissuto quattro vite: la prima durante l’infanzia, le seconda quella della giovinezza, la terza  in America, la quarta invece è ora nelle vesti di testimone della memoria. Per lei si tratta di una missione. Non si dice preoccupata quando i testimoni della Shoah non ci saranno più. Ha già pensato a questo istituendo la fondazione che porta il suo nome, la Margot Friedländer Stiftung, per sensibilizzare i giovani a battersi contro l’antisemitismo e a tramandare le storie dei sopravvissuti alla Shoah: «Voi giovani siete qui. Avete un futuro che gli altri non hanno avuto».

Non è diventata una stilista come desiderava, ma è stata immortalata sulla copertina di una rivista dove praticamente qualsiasi degli stilisti sognerebbero di apparire almeno una volta nella vita. Ma è così per una piccola cerchia. Lei ci è andata!