La lingua che non voleva morire: il giudeo-arabo rinasce su TikTok

Personaggi e Storie

di Marina Gersony
Dai salotti di Baghdad a TikTok, un giovane insegnante riporta alla luce un idioma dimenticato, tra storia, identità e algoritmi: una battaglia contemporanea per salvare una lingua antica che passa anche dai social.

Yiddish, italkian – con varianti come il bagitto livornese o il giudeo-piemontese – e poi ancora lingue afroasiatiche, indoeuropee, turche, caucasiche. Nomi che suonano lontani, talvolta enigmatici: canaan, koinè giudaica, shuadit, zarfatico, krymchak, caraima, giudeo-persiano. E non solo. Un mosaico linguistico stratificato nei secoli, nato dall’incontro tra diaspora, isolamento e contaminazione culturale. Idiomi spesso scritti in caratteri ebraici, modellati sulle lingue dei luoghi in cui le comunità ebraiche hanno vissuto. Lingue vive, un tempo. Oggi, in molti casi, scomparse o sul punto di esserlo.

Eppure, proprio da questo universo in dissolvenza arriva una storia che va in direzione opposta.

È quella di Dan Sheena, giovane insegnante e creator digitale che ha deciso di riportare alla luce il giudeo-arabo, lingua un tempo parlata dagli ebrei in tutto il mondo arabo e oggi ridotta a poche migliaia di parlanti. A raccontarla è un articolo pubblicato da The Forward, a firma di Simone Saidmehr.

La lingua (quasi) perduta che rivive online

Nei suoi video, visualizzati decine di migliaia di volte – con 100.000 follower su TikTok, e 40.000 su Instagram – Sheena indossa una parrucca bionda e interpreta sketch ironici: litigi di coppia, scene domestiche, scambi pungenti. Tutto in giudeo-arabo. Una lingua che, fino a poco tempo fa, sembrava destinata a sopravvivere solo nei ricordi degli anziani.

 

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Sheena ha iniziato a pubblicare contenuti nel 2023, scegliendo deliberatamente un idioma oggi raramente parlato da chi ha meno di sessant’anni. Una scelta controcorrente, se si considera che il giudeo-arabo ha conosciuto un declino rapido e profondo dopo il massiccio esodo degli ebrei dai Paesi arabi nella seconda metà del Novecento, in seguito a discriminazioni e persecuzioni.

Cresciuto in Israele in una famiglia originaria di Baghdad, Sheena ha avuto accesso diretto a quella lingua: era quella che si parlava in casa. Un caso raro. Molte famiglie della diaspora, infatti, hanno smesso di trasmetterla alle nuove generazioni, spesso per favorire l’integrazione nei Paesi di arrivo.

«Nessuno lo imparerà»: il dubbio degli altri

Quando ha deciso di insegnare giudeo-arabo, anche i suoi familiari hanno cercato di dissuaderlo. «Mi dissero: “Sei uno sciocco. Perché vuoi farlo? Nessuno vuole impararlo. È destinato a scomparire”». Un’obiezione comprensibile: perché investire tempo ed energie in una lingua senza apparente utilità?

La risposta è arrivata, inaspettata, proprio dal pubblico. I suoi corsi online su Zoom hanno attirato studenti da tutto il mondo. Persone spinte non da esigenze pratiche, ma da qualcosa di più profondo: il desiderio di recuperare una parte della propria storia.

«È il mio sogno», gli scrivono. «Ho sentito i miei genitori parlare così e ho sempre voluto capirli davvero».

 

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Dai libri ai social: come cambia la trasmissione

Se un tempo la sopravvivenza di una lingua passava soprattutto attraverso grammatiche e pubblicazioni, oggi può dipendere anche da un video di pochi secondi. Sheena ne è convinto: «I social media permettono di mantenere viva una lingua in modo completamente nuovo».

I suoi contenuti vengono condivisi, commentati, discussi. Gli utenti chiedono ai genitori o ai nonni il significato delle parole, riattivando una trasmissione intergenerazionale che sembrava interrotta. Non è un apprendimento accademico, ma diffuso, spontaneo, emotivo.

E anche ironico. Nei suoi sketch compaiono espressioni tipiche del giudeo-arabo di Baghdad: maledizioni colorite, complimenti legati alla cucina, modi di dire difficili da tradurre. Frasi che restituiscono alla lingua una dimensione concreta, quotidiana. Qualche esempio? Insulti impertinenti come Wakka mazzalem (“che la loro fortuna finisca”) e complimenti come Asht eedak (“che le tue mani siano benedette”), un’espressione usata per complimentarsi con qualcuno per le sue doti culinarie o per la sua capacità di ospitare.

Un insieme di dialetti

Il giudeo-arabo non è una lingua unica, ma un insieme di dialetti sviluppatisi nel corso di oltre mille anni tra le comunità ebraiche del Medio Oriente e del Nord Africa. Una realtà complessa, come spiega Assaf Bar Moshe, tra i pochi esperti al mondo in questo campo.

Per secoli, gli ebrei della regione sono stati bilingue: parlavano un dialetto all’interno della comunità e un altro per comunicare con i vicini non ebrei. Il giudeo-arabo incorporava elementi dell’ebraico e dell’aramaico, soprattutto nel lessico religioso.

Oggi si stima che esistano circa 6.000 parlanti del dialetto giudeo-baghdadiano. Un numero esiguo, se confrontato con il passato. Negli anni Quaranta, quasi un milione di ebrei viveva nel mondo arabo. In Iraq, una comunità di circa 120.000 persone si è ridotta a poche unità.

Dalla metà del Novecento, con le migrazioni verso Israele, Stati Uniti ed Europa, la lingua ha subito un declino drastico. In Israele, racconta Bar Moshe, l’arabo era percepito come «la lingua del nemico», e molti bambini si vergognavano di parlarlo. Dinamiche simili si sono verificate anche altrove, dove l’integrazione passava spesso attraverso l’abbandono della lingua d’origine.

Ritrovare una lingua, ritrovare se stessi

Oggi, chi si avvicina al giudeo-arabo lo fa spesso con un senso di urgenza e rimpianto. Non si tratta soltanto di imparare parole nuove, ma di recuperare frammenti di vita.

C’è chi rimpiange di non aver ascoltato abbastanza i genitori, chi cerca di ricostruire l’infanzia attraverso suoni dimenticati, chi insegue un legame con i nonni ormai perduti. «Vorrei poter sentire di nuovo mia nonna», raccontano alcuni studenti. «Non posso più parlare con lei, ma posso ritrovarla in questa lingua».

A volte basta una parola per riattivare tutto: un’espressione che riemerge dopo decenni, un suono che riporta alle cene del venerdì sera, alle voci di casa, agli odori della cucina. La lingua diventa così un archivio emotivo, più che uno strumento di comunicazione.

«Lo impari con il cuore»

Alla domanda se abbia senso studiare una lingua così poco diffusa, Sheena risponde con una distinzione netta: «L’arabo colloquiale si impara con la mente, perché serve nella vita quotidiana. Il giudeo-arabo, invece, non lo impari con la mente. Lo impari con il cuore».

È forse questa la chiave per comprendere il suo lavoro. Non si tratta di salvare una lingua nel senso tradizionale del termine, né di restituirle un ruolo pratico nel presente. Si tratta, piuttosto, di impedire che scompaia senza lasciare traccia.

Finché qualcuno continuerà a pronunciarne le parole – anche in uno sketch, anche per pochi secondi – quel mondo non sarà del tutto perduto.