Una scena del film Sallah Shabati, pezzo miliare del cinema israeliano

Israele tra cinema e storia

di Nathan Greppi
La storia d’Israele, partendo già dal periodo del dominio ottomano e dal Mandato Britannico, è stata narrata in tanti modi e da prospettive diverse dal cinema. Un tema, quello della storia israeliana narrata tramite la settima arte, che è stato al centro di Storie del cinema israeliano, corso in 6 lezioni tenutosi su Zoom dal 3 giugno all’8 luglio e organizzato dall’Associazione Culturale Nodedim. Il corso è stato tenuto da Sarah Kaminski, docente di Lingua Ebraica all’Università di Torino.

Il cinema israeliano non nasce con l’indipendenza del ’48: il primo lungometraggio girato in ebraico fu Oded Hanoded di Nathan Exelrod, che risale al 1933, mentre il primo film in generale girato in quelle terre, Il treno entra a Gerusalemme dei Fratelli Lumiére, risale addirittura al 1896. Nel 1932 fu aperto il primo cinema a Tel Aviv, che si chiamava appunto Cinema, ma che oggi non esiste più. 

I primi film, ha spiegato la Kaminski, avevano lo scopo di fare quella che oggi viene chiamata “Hasbara”, al fine di attirare dall’estero finanziamenti e giovani olim. Inoltre, in questa prima fase vi era un certo rifiuto delle storie ambientate negli shtetl in quanto si voleva creare un “uomo nuovo”, diverso dall’ebreo della diaspora. Fu il Teatro Habima, il più importante d’Israele, che fece sopravvivere le opere in yiddish. La produzione cinematografica subì una frenata prima con la crisi del ’29 e in seguito con la guerra. 

Negli anni ’60 il cinema israeliano conobbe una nuova fase, in cui si faceva una satira pungente che prendeva in giro diversi aspetti della società. Protagonista di questo fenomeno fu Ephraim Kishon, ancor oggi ritenuto uno dei più grandi umoristi della storia d’Israele, che nel film del 1964 Sallah Shabati (nella foto) prendeva in giro sia i ricchi che vivevano nelle grandi città sia gli immigrati ebrei dai paesi arabi, senza fare sconti a nessuno.

Durante il corso la discussione dei film veniva spesso preceduta da una discussione sul contesto storico e politico in cui erano inseriti: ad esempio, la ragione per cui ci vollero diversi anni prima che uscissero film sulla Shoah è perché era un tema tabù nei primi 10-20 anni dopo la fine della Guerra, perché molti sopravvissuti volevano solo dimenticare ciò che avevano vissuto. Per quanto riguarda invece il conflitto israelo-palestinese, i primi film impegnati risalgono agli anni ’80, come Oltre le sbarre di Uri Barbash. Film epici come Exodus, invece, a detta della Kaminski rappresenta gli israeliani non per come sono, ma per come gli americani li vedevano.

L’ultima lezione era dedicata ai film sul mondo ortodosso, come Kadosh di Amos Gitai o la recente serie Unorthodox. Qui la Kaminski ha spiegato di avere delle riserve in merito a queste produzioni, in quanto racconterebbero in modo superficiale la condizione della donna nelle comunità ortodosse, meno dura nella realtà rispetto a come viene dipinta al cinema e su Netflix.

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