Eliezer Ben Yehuda

L’ebraico moderno, un sogno diventato realtà

di Ilaria Ester Ramazzotti
In osmosi fra sacro e profano, fra antichità e contemporaneità, la storia dell’ebraico segue un percorso peculiare, unico nel suo genere. Il ministero del Turismo israeliano lo definisce un miracolo di cultura, tradizione e modernità, celebrandolo ogni 5 gennaio in occasione della giornata della lingua ebraica.

Ma non solo. L’ebraico moderno, in particolare, è il risultato di un sogno: quello di un uomo che per primo ha deciso di parlarlo quotidianamente in ambito famigliare: Eliezer Ben Yehuda. Era il 13 ottobre del 1881, una data che segna simbolicamente la rinascita dell’ebraico che, da lingua biblica riservata al culto e allo studio religioso, torna dopo due millenni ad essere lingua viva e del linguaggio quotidiano.

Ben Yehuda, filologo e giornalista, nato col cognome Perlman nel 1858 nell’Impero Russo, poi emigrato a Gerusalemme nel 1881, era convinto che una rinnovata coscienza nazionale si abbinasse alla riscoperta della propria lingua. Considerava l’ebraico e il sionismo come la stessa cosa, scrivendo che “la lingua ebraica può vivere solo se facciamo rivivere la nazione e la restituiamo alla patria”.

Sembra che nei cinquant’anni precedenti l’inizio del suo processo di rinascita, una versione dell’ebraico parlato esistesse già nei mercati di Gerusalemme. Gli ebrei sefarditi che parlavano ladino o arabo e gli ebrei ashkenaziti che parlavano yiddish avevano bisogno di una lingua comune per scopi commerciali, e la scelta più ovvia era l’ebraico, seppur non fosse una lingua madre nativa.

In Europa, la rinascita dell’ebraico come lingua parlata e laica è iniziata in occidente nella seconda metà del Settecento e nella prima metà dell’Ottocento in oriente: è il periodo dell’haśkalah, l’illuminismo ebraico. La rinascita dell’idioma è altresì legata a doppio filo allo sviluppo del movimento politico sionista, che era alla ricerca di una lingua comune per gli immigrati provenienti da differenti nazioni e diretti nella Terra dei padri. Quella lingua sarebbe stata l’ebraico, seppur non tutti i sionisti si trovassero d’accordo. Lo stesso Theodor Herzl, considerato il fondatore del sionismo, che non conosceva l’ebraico, sottovalutava questo progetto chiedendosi: “Chi di noi sarebbe capace di acquistare in ebraico un biglietto ferroviario”? Eppure, sia il sogno di Theodor Herzl che quello di Eliezer Ben Yehuda avrebbero trovato nei decenni successivi una reciproca realizzazione.

Nella Palestina mandataria, proprio Ben-Yehuda è stato fra le figure protagoniste dello sviluppo del Comitato della lingua ebraica, fondato nel 1980 a Gerusalemme (poi divenuto nel 1953 Accademia della lingua ebraica), oltre che autore del primo dizionario di ebraico moderno, comprendendovi dei neologismi legati alla vita moderna. Ma a dare slancio alla rivitalizzazione della lingua parlata è stato anche l’evolversi di comunità ebraiche conseguenti alla prima aliya, dal 1881 al 1903, e alla seconda aliya, fra il 1904 e il 1914. È in quegli anni che sono nate le prime scuole ebraiche è che l’ivrit è diventato sempre di più una lingua colloquiale.

Con l’istituzione nel paese del governo mandatario britannico, l‘ebraico era stato eletto terza lingua ufficiale, al fianco dell’arabo e dell’inglese. Era già la lingua principale degli ebrei residenti, utilizzata anche nelle scuole e negli istituti di formazione.

La fondazione dello Stato di Israele nel 1948 ha segnato solo una delle tappe del suo percorso di rivitalizzazione, una tappa che lo ha visto diventare lingua statale ufficiale, insieme all’arabo. La sua definizione come lingua viva, in continua trasformazione, è oggi altresì celebrata dalla fiorente letteratura ebraico-israeliana, con i suoi autori tradotti in varie lingue del mondo.

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