Un viaggio alla scoperta di una lingua antica e insieme moderna, “sacra” ma anche molto concreta: l’ebraico

Libri

di Ugo Volli

[Scintille: letture e riletture] Fra le molte meraviglie della storia del popolo di Israele, la rinascita della lingua ebraica, poco meno di centocinquant’anni fa, non è delle minori.

Non esiste oggi una lingua altrettanto antica che sia ancora in uso e soprattutto non esiste una lingua che sia uscita dall’uso quotidiano per due millenni e che poi sia tornata a essere parlata, utilizzata per le faccende di ogni giorno, la letteratura, la scienza, la politica, con il successo che tutti conosciamo. Il merito è di Eliezer Perelman, nato in Lituania nel 1858 e rinominatosi Ben Yehuda al momento della sua immigrazione a Gerusalemme nel 1881. Nato in una pia famiglia hassidica, Ben Yehuda divenne sionista da ragazzo e in nome del sionismo concepì l’impresa incredibile di trasformare di nuovo la lingua della liturgia e dei dotti di Israele in un idioma vivo. In mezzo a mille difficoltà economiche, politiche e anche giudiziarie e di salute, per i successivi quarant’anni della sua vita Eliezer lavorò senza sosta a ricostruire un lessico della lingua antica adeguato a tutte le nuove realtà ed esigenze del mondo moderno, costruì un’accademia, un movimento politico per la lingua ebraica ed educò i suoi figli solo usando l’ebraico, facendone i primi parlanti nativi dopo venti secoli.

Questo miracolo della rinascita linguistica è stato spesso celebrato ed è oggetto di molte pubblicazioni scientifiche e divulgative. È anche il punto di partenza di un libro appena uscito, che si intitola La lingua che visse due volte della ebraista universitaria Anna Linda Callow. Ma non si tratta affatto di uno studio di linguistica. Ogni lingua è la porta d’accesso alla cultura che la usa e questo è particolarmente vero per la tradizione ebraica, che non solo ha espresso nel suo linguaggio l’opera che certamente è la più influente nella storia dell’umanità e cioè la Bibbia, ma ha teorizzato un ruolo particolare per quella che si usa chiamare “lingua santa” o piuttosto “di santità”. Con essa, secondo il pensiero tradizionale, si sono svolte la Creazione e la Rivelazione; essa ha accompagnato la storia antica del popolo ebraico e poi, dopo che se ne perse l’uso quotidiano fra l’esilio babilonese e l’invasione romana, è rimasta la base dell’identità degli ebrei dispersi in tutto il mondo, il linguaggio (insieme all’aramaico) in cui furono formulate le riflessioni, i sogni, le leggi, le aspirazioni del popolo ebraico.

Il libro di Anna Linda Callow è dunque un’esposizione non tanto della lingua ebraica con le sue caratteristiche morfologiche e sintattiche, quanto un’introduzione alla cultura ebraica, scritta con grande competenza e capacità di sintesi. Si parla con garbo e chiarezza veramente rara di Talmud e di Kabbalah, del testo della Torah e del hassidismo, di Rashì e di Maimonide, Spinoza e di Sabbatai Zvi, si spiegano le tecniche ermeneutiche e le interdizioni alimentari, le etimologie bibliche e i miracoli di Mosè e molte altre cose ancora. È raro trovare un’esposizione così limpida, colta e piena d’amore per la tradizione ebraica. È un libro che anche gli ebrei che conoscono abbastanza la loro tradizione dovrebbero leggere per riflettere, ma anche da regalare ai ragazzi e agli amici che chiedono notizie sulla cultura ebraica.

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