di Paola Fargion
“A me i tedeschi, nell’ ottobre 1943, hanno preso il marito – Ugo Milla – con il fratello Ferruccio e tre sorelle: Laura, Lina e Amelia. Tutti buoni, belli, onesti, integerrimi. Un’altra sorella – Olga – è morta di crepacuore dopo un mese in Svizzera….” Così inizia la testimonianza conservata negli archivi del CDEC di Lea Milla che, dopo l’8 settembre 1943, da Milano si era rifugiata in Brianza con gran parte della famiglia per sfuggire ai nazifascisti.

Sua figlia Serena di 10 anni era con loro. Purtroppo una delazione conduce gli sgherri nazisti fino alla casa rifugio dei Milla a Verderio. È il 13 ottobre 1943: due di loro sono arrestati e deportati ad Auschwitz senza fare più ritorno. Le sorelle riescono a rifugiarsi nuovamente a Milano ma vengono scoperte ed arrestate il 21 ottobre 1943. Anche loro sono deportate e uccise ad Auschwitz nel dicembre dello stesso anno.
Invece Lea e la piccola Serena riescono a scappare sfuggendo all’arresto. Inizia così una fuga rocambolesca alla ricerca di salvezza conclusasi alla Clinica Zucchi, struttura ospedaliera per malati di mente ubicata in una grande villa a Carate Brianza. Così continua Lea: “ La Madre Superiora di tale Istituto, dopo aver ascoltato il mio racconto allucinato, con le lacrime che le scorrevano abbondantemente dagli occhi, ha aperto le braccia dicendo: Vada a prendere la sua bambina e la porti qui!” Ben presto Lea e Serena vengono raggiunte dalla nonna Nelly Coen Gialli, e rimangono nascoste nella Clinica Zucchi fino alla Liberazione. Aggiunge Lea: “… Non posso dire quello che quella donna sublime ha fatto per noi, sempre col sorriso sulle labbra, sempre pronta a dirmi parole di speranza… Ogni giorno ha trovato il modo di farmi sentire che ci era vicina e che vigilava su di noi…”
Quella donna sublime, l’eroina umile e coraggiosa della Clinica Zucchi si chiama Suor Luigia Gazzola. Pochi giorni fa è stata riconosciuta Giusta tra le Nazioni dal Memoriale della Shoah Yad Vashem. Nata ad Altivole, in provincia di Treviso, nel 1900, Rita Gazzola aveva preso i voti a 20 anni entrando nell’ ordine delle Suore di Maria Bambina con il nome di Suor Luigia.
Alla fine degli Anni Trenta era stata assegnata alla Clinica Zucchi di Carate Brianza. Il giorno che ho avuto modo di leggere la testimonianza straziante di Lea Milla ho subito pensato: “Ma dove troverò mai sua figlia Serena? Sarà ancora in vita? E i discendenti di Suor Luigia?” Il destino era segnato… E il suo lieto fine pure… Così – come Pollicino – ho iniziato a seguire le briciole di pane e le tracce una ad una, con costanza e determinazione. Un bel giorno, finalmente, attraverso ricerche anche vane, sono arrivata a Marco Bartesaghi, storico per passione residente a Verderio – in Brianza – e amico della famiglia Milla, che negli anni aveva intervistato Serena, scritto diversi articoli sulla sua drammatica vicenda e contribuito a commemorazioni e posa delle Pietre d’inciampo in memoria dei deportati della famiglia Milla. “Vuole il telefono di Serena?” mi domanda candidamente una sera. “Certo… grazie! È necessario che le faccia leggere la testimonianza scritta da sua mamma così da portare avanti il riconoscimento di Suor Luigia come Giusta tra le Nazioni.” gli rispondo emozionata.
Non riuscivo ancora a credere di avere il contatto della bambina che 80 anni prima era riuscita a salvarsi dalla deportazione. E così – la mattina dopo – compongo quel prezioso numero di telefono. Risponde lei al secondo squillo. “Buongiorno Serena, sono Paola Fargion. Marco Bartesaghi mi ha dato il suo numero di telefono perché le devo parlare di Suor Luigia Gazzola e…” Non riesco a terminare la telefonata. Sento Serena che comincia a gridare: “Corri Giovanni, corri… vieni a sentire anche tu!!”. Intuisco che sta succedendo qualcosa di incredibile. Mai avrei pensato però a qualcosa di sovrannaturale… “Le devo raccontare cosa è successo ieri.” continua Serena in preda all’ agitazione. “Proprio ieri sera avevo detto a mio marito che avrei dovuto fare qualcosa per portare Suor Luigia Gazzola al riconoscimento di Yad Vashem . Proprio ieri sera, capisce? E ora mi chiama Lei… Questo è un segno dall’ Alto… Non è possibile, è straordinario!!”

Per un momento temo per la sua salute, ma in breve l’agitazione si stempera tramutandosi in gioia pura. E così nel giro di un paio di settimane – era marzo 2023 – io e mio marito Meir abbiamo fatto visita a Serena e a suo marito Giovanni. Serena, che purtroppo non vede quasi più, ha voluto scrivere di suo pugno la dichiarazione arricchita di particolari che ricorda ancora perfettamente. “Quando Suor Luigia veniva a conoscenza di possibili perquisizioni o irruzioni dei tedeschi o dei fascisti, ci faceva nascondere nella stanza delle furiose (che venivano chiamate anche ‘agitate’), dove nessun nazista osava avvicinarsi. Mi ricordo ancora di un particolare: c’era una giovane paziente, una ragazzina che aveva capito tutto e ogni volta che Suor Luigia ci accompagnava in quella stanza mi prendeva per mano trascinandomi sotto al suo letto per nascondermi… Paola, sapessi che momenti terribili!”
Altri sono i protagonisti di questa incredibile vicenda di coraggio e salvezza ricordati da Serena: il professor Magnoni, titolare della Clinica Zucchi e Monsignor Ettore Castelli, Vescovo di Famagosta, che collaborava con il Cardinale Ildefonso Schuster nell’aiutare ebrei perseguitati, sostenendo moralmente Suor Luigia Gazzola e “vegliando”, come ben sottolinea Lea Milla nella sua testimonianza. E poi ci sono le tante suore caritatevoli che nella Clinica Zucchi contribuirono a proteggere la famiglia Milla e di cui Lea, purtroppo, non ricorda più i nomi. Risulta che ci fossero altri ebrei nascosti nella Clinica Zucchi, anche una certa famiglia Sadun, così ricordano i testimoni.
Dopo il toccante incontro con Serena sono riuscita a rintracciare Mario Gazzola, il nipote di Suor Luigia che risiede nel trevigiano, la sua amata terra d’origine. Oramai ottantenne ma lucido ed emozionato, ha voluto il numero di telefono di Serena: so che hanno lungamente parlato e ripercorso insieme i tanti momenti drammatici vissuti dalle loro famiglie. Dopo la guerra Lea e Serena Milla con nonna Nelly sono tornate a Milano, ma della loro casa in Via Natale Battaglia non c’era più nulla, neanche la bambola di pezza e i giocattoli in legno della piccola. Tutto, proprio tutto era stato sequestrato dai fascisti… Suor Luigia è mancata a Bassano del Grappa nel 1983, Lea nel 1982 a 72 anni, mentre Serena ha perduto il marito Giovanni nel 2024. Appena ricevuta la notizia del riconoscimento di Suor Luigia ho telefonato al nipote Mario Gazzola che mi ha raccontato di quando era venuto in visita alla Clinica Zucchi per vedere dal vivo i luoghi dove si erano svolti i fatti raccontatigli da lei negli ultimi momenti della sua vita. “Grazie per quello che avete fatto! Era importante per la memoria della zia!” conclude emozionato.
La storia di Beatrice

Sempre tra dicembre 2022 e febbraio 2023 su internet mi imbatto casualmente in un breve articolo relativo alla fuga disperata di una famiglia ebraica terminata fortunosamente sul Lago di Como. Nessun’altra notizia riguardo a questa storia inedita: solo scarni indizi, qualche luogo, pochi nomi. Mi do da fare ma mi rendo conto da subito che la vicenda è ammantata da estremo riserbo e discrezione. I protagonisti non vogliono comparire né farsi pubblicità. La ricerca, pur rivelandosi assai complessa, conduce al risultato sperato. E finalmente riesco a contattare uno dei protagonisti, la bambina in fuga per mezza Italia, rifiutata dalla Svizzera e nascosta con la famiglia fino alla Liberazione sulle alture del Lago di Como. La piccola di allora, nata in Bulgaria da famiglia ebraica con radici livornesi, si chiama Beatrice e ha passato la novantina. Donna minuta, di intelligenza acuta e profonda sensibilità, mi appare da subito come una persona che sente il bisogno di raccontare ma nel contempo intende preservare la sua privacy. E io la rispetto.
Inizia così tra noi una lunga serie di telefonate condite da rassicurazioni, risposte a tante domande, confidenze. Ben presto Beatrice si fida di me e decide che è giunto il tempo di consegnare al Memoriale Yad Vashem la sua storia, fitta di ricordi, gioie, dolori ma soprattutto nomi, indirizzi e numeri di telefono… quelli dei benemeriti che hanno salvato la vita di tutti i membri della sua famiglia: papà Raffaele, mamma Elsa, gli zii Giacobbe e Giulia con le due figlie. Scopro che da sempre Beatrice mantiene rapporti stretti di amicizia, fondati sull’eterna riconoscenza di chi ha avuto salva la vita, con le famiglie dei suoi Salvatori. E per me diventa tutto più facile…
Decidiamo di incontrarci nella sede del KKL a Milano. È giovedì 16 febbraio 2023 e Marisa è felice di mettere a disposizione il suo ufficio ma il giorno prima Beatrice, la novantenne con la voce di bambina, rinuncia all’incontro. Non vuole esporsi, chissà … Non ha il coraggio di farsi vedere. Avrei voluto guardarla negli occhi per poi abbracciarla, certa che si sentisse protetta tra ebrei all’interno di un’istituzione ebraica. “Dopo voglio offrirvi una bella merenda al bar” aveva detto solo qualche sera prima al telefono. “Quello là, nella zona ebraica, vicino al negozio kosher.” Intendeva Tuv Taam. “Prima il dovere, poi tutte le merende che vuoi!” le avevo risposto. E lei aveva annuito, con quella voce sottile rimasta intatta nei decenni, non scalfita dagli orrori della Shoah. Beatrice è lucida, ricorda ogni dettaglio, ogni volto, ogni tappa della sua fuga in cerca di salvezza. Porta ancora i segni dei due inverni gelidi e nevosi – quelli del ’43 e del ’44 – trascorsi per lo più nascosta in rifugi di fortuna. Lei, la bimba strappata al calore di casa sua, costretta a dormire tra pareti di cartone in mezzo agli sfollati o in rifugi gelidi, ha avuto la TBC e ancora adesso soffre di asma. Si illumina e cambia tonalità nella voce ogni volta che parla dei suoi Salvatori. Ancora adesso è in contatto con i discendenti di coloro che hanno protetto lei, mamma e papà. Beatrice sa che deve onorare il loro coraggio. Non le basta più telefonare per salutarli: è giunto il tempo di sottoscrivere la dichiarazione per Yad Vashem. Decidiamo di procedere online. E Beatrice accetta. Vuole vedere i suoi Salvatori riconosciuti “Giusti Tra le Nazioni”, lo vuole assolutamente.
Ci aveva pensato molte volte ma non sapeva come fare. Ora ci siamo io e mio marito Meir a indicarle il modo corretto per procedere. E Beatrice si fida. “La mia famiglia viveva a Varna, in Bulgaria sul Mar Nero dove mio padre Raffaele e suo fratello Giacobbe – detto Giacomo – possedevano un’industria tessile. Papà era nato in Bulgaria nel gennaio 1898 mentre mamma era di origine rumena ed era del 1909. Quando nel 1940 il Parlamento bulgaro approvò la legge in difesa della Nazione sulla falsariga delle famigerate Leggi di Norimberga, tutti gli ebrei bulgari furono privati dei diritti politici e civili. Nel 1942 iniziarono le persecuzioni antiebraiche e fu così che la mia famiglia decise di lasciare la Bulgaria.” In realtà Raffaele si era trasferito a Livorno negli anni Trenta mentre Giacobbe era rimasto a vivere permanentemente a Varna per continuare a dirigere l’industria di famiglia. Grazie a Don Francesco Galloni, fondatore dell’Opera Ecumenica Pro Oriente con sede a Sofia, la famiglia di Beatrice raggiunge il Veneto, più precisamente Velo d’Astico in provincia di Vicenza, dove c’era una sede dell’istituzione di Don Galloni. All’ epoca dei fatti Beatrice aveva quasi 10 anni. “Ricordo tutto nei dettagli, sai?” mi dice un giorno.
E in effetti è proprio la sua memoria prodigiosa a compiere il miracolo. Per timore di essere catturati i membri della famiglia si dividono: il papà di Beatrice rimane a Velo d’Astico mentre lei e sua madre Elsa vengono accolte nell’ Istituto Beata Vergine Maria-Dame Inglesi in Contrada San Marco a Vicenza. Chi sono le suore appartenenti all’ordine delle Dame Inglesi? Nel 1837 su disposizione dell’Imperatore d’Austria erano giunte a Vicenza da Vienna dove tenevano un collegio per l’educazione e formazione di fanciulle. L’autorità imperiale sosteneva quest’opera e volle esportarla anche in Veneto dove non esistevano istituzioni educative come quella delle Dame Inglesi. Le suore si dedicavano, seguendo i dettami della Venerabile Mary Ward, fondatrice dell’ istituzione, alla formazione culturale, morale e religiosa delle giovani fanciulle. Inoltre tenevano corsi di lingue straniere e di arti pratiche.

La famiglia di Beatrice viene così nascosta in tre diversi istituti religiosi: a Vicenza presso la sede delle Dame Inglesi, a Schio nell’ Istituto di Maria Bambina e sull’ Altipiano di Asiago in un istituto per orfanelle. La famiglia si sposta da un posto all’altro ogni volta che viene segnalato il pericolo di perquisizioni da parte delle squadracce nazifasciste. Rimangono sul territorio dal dicembre 1943 al febbraio 1944 circa. Ottengono falsi documenti di identità da parte di Torquato Fraccon, riconosciuto Giusto Tra le Nazioni nel maggio 1978, deportato e morto a Mauthausen poco prima della liberazione del campo di concentramento insieme al figlio Franco. Un’anziana ebrea padovana da me recentemente contattata, che si è salvata grazie ai documenti falsi ricevuti dai Fraccon, dichiara che era il giovane Franco a prepararli essendo un esperto fotografo. E così Raffaele diviene “Renzo Rossi”, Elsa assume l’identità di “Lucia Rossi” e la piccola Beatrice diviene “Maria Teresa Rossi”, per tutti Teresina. La protagonista continua nei ricordi: “Nell’ Istituto Beata Vergine Maria –Dame Inglesi c’era Suor Laurentina, che si preoccupava di prepararci da mangiare… E poi ci rassicurava e consolava… Ma soprattutto c’era lei – Suor Gemma Paoletto – la Madre Superiora che ci prese sotto le sue ali protettrici e ci aiutò in ogni modo…” La famiglia Paoletto era composta da papà, mamma e otto figli: Rita, Mercedes, Raffaella, Mario, Iole, Vittorio, Carlo e Valeria che assumerà il nome di Suor Gemma in occasione della sua consacrazione avvenuta l’8 settembre 1930. Valeria Paoletto, nata a Lienz, in Austria, il 15 gennaio 1895 è morta il 5 aprile 1968 a Rovereto, in provincia di Trento. È stata Madre Superiora all’ Istituto Beata Vergine Maria –Dame Inglesi di Vicenza e successivamente in altre case del suo ordine, fino a Rovereto. Dall’8 luglio 2025 anche Suor Gemma è Giusta tra le Nazioni.
Intanto a Vicenza la situazione diventa insostenibile: agli inizi del 1944 la Madre Superiora viene fatta oggetto di un ignobile ricatto a cui non cede: i suoi protetti sono scoperti e il rischio di essere arrestati si fa sempre più evidente. Pertanto Suor Gemma raccomanda alla famiglia di Beatrice di lasciare il rifugio vicentino per cercare una via di fuga oltre confine. I ricordi di Beatrice si fanno sempre più vividi. “Tentammo allora di espatriare in Svizzera accompagnati e scortati da un montanaro esperto, nonché partigiano vicentino – un certo Gino Soldà – che ci condusse, a rischio della propria vita perché poteva essere catturato insieme a noi, fino al confine svizzero di Maslianico, non lontano da Como, provenendo con noi da Vicenza. Questo nome – ‘Maslianico‘ – mi è rimasto impresso indelebilmente perché me lo ricordava mamma in continuazione. Io avevo già compiuto 10 anni… Gino Soldà ci condusse fino alla rete metallica che separava la Svizzera dall’ Italia facendocela oltrepassare e tornando indietro, con il rischio altissimo di essere catturato dalle pattuglie tedesche che controllavano il confine…. Una volta in territorio svizzero vi restammo un giorno intero, nel vano tentativo di farci accogliere dalle Autorità svizzere che pretendevano da noi un documento comprovante la nostra appartenenza alla religione ebraica. Noi non lo avevamo in quanto ci muovevamo solo con i documenti falsi rilasciati da Torquato e Franco Fraccon per non essere scoperti dai nazifascisti. Purtroppo le guardie di frontiera svizzere ci ricacciarono indietro in mano ai tedeschi. Era la sera del giorno dopo. Trovammo rifugio in una casetta non lontana dal confine presso una famiglia che era a tavola. La signora ci trascinò dentro non appena bussammo alla loro finestra…”

Nato a Valdagno, in provincia di Vicenza, l’8 marzo 1907 Gino Duilio Soldà negli anni diventa noto alpinista e sciatore tanto da gareggiare alle Olimpiadi di Lake Placid nel 1932. Uomo coriaceo e grande amante della montagna, d’estate si dedica al lavoro di guida alpina mentre d’inverno è maestro di sci e fondista sulle piste delle sue amate vallate. Dall’ avvento del fascismo decide di non partecipare a gare indette dal regime in quanto profondamente contrario ad esso. Dopo l’8 settembre 1943 Gino Duilio Soldà entra in clandestinità per combattere contro l’occupazione nazista, nonostante i rischi a cui avrebbe sottoposto la moglie Lena e i piccoli figli Manlio ed Eva. Gino diventa partigiano con il nome di battaglia ‘Paolo’ e da subito entra nella rete vicentina coordinata da Torquato Fraccon. Sotto il suo comando viene costituito il Battaglione Tordo di Valdagno che sarà impegnato in diverse azioni contro i nazifascisti. Un altro partigiano del territorio – Luigi Massignan detto Gino – deportato a Mauthausen, nella primavera 1944 scrive: “Con Gino avevo collaborato al trasferimento di ebrei e prigionieri alleati: io li accompagnavo dai Monti Berici ad Arsiero e Gino da Arsiero alla Svizzera.”
Sarà sempre Gino Duilio Soldà a scortare anche gli zii di Beatrice con le figlie fino al confine svizzero di Campocologno, in alta Valtellina. Essi avranno più fortuna di Raffaele, Elsa e Beatrice perché in possesso dei documenti di identità originali che, attestando la loro origine ebraica, permetteranno loro l’ingresso in territorio elvetico con lo status di rifugiati. Gino Duilio Soldà è mancato l’8 novembre 1989 ed è stato riconosciuto Giusto Tra le Nazioni il giorno 8 luglio 2025.
Una volta espulsi dalla Svizzera e accolti da sconosciuti per una notte il racconto di Beatrice si fa drammatico. “La mattina dopo, molto presto, la signora si offrì di accompagnarci alla stazione ferroviaria più vicina. Io non stavo bene perché avevo preso molto freddo. Tossivo ed ero molto stanca. Fu in quell’ occasione che contrassi la TBC. Così la signora mi caricò sulle sue spalle e io mi addormentai. Dopo la guerra andammo molte volte da questa famiglia per ringraziarla, ma purtroppo ora non ricordo più il loro nome.” La fuga disperata di Beatrice e famiglia continua confondendosi tra gli sfollati a Lodi, Bergamo, Vercelli e di nuovo a Vicenza dove Suor Gemma Paoletto li nasconde ancora. E finalmente, grazie alla rete di contatti della Madre Superiora Raffaele, Elsa e Beatrice raggiungono Como. Nel locale seminario studia un certo Pietro Damiani che li accompagna a casa dei suoi genitori, Nazzareno Damiani e la moglie Anna Cincini Damiani. Nazzareno è la guardia forestale di Pellio, piccolo paese della Val d’Intelvi, zona montana al confine con la Svizzera. Nato a Vercelli nel 1900 e morto nel 1986 è originario di Cagli, nelle Marche. Anna Cincini, del 1904 è mancata nel 2000. I coniugi hanno avuto tre figli: Alfio, Pietro e Giovanni, nati rispettivamente nel 1927, nel 1932 e nel 1935. L’ultimogenito Giovanni è morto nel luglio 2022 a Vercelli dove vive attualmente la figlia Maria Grazia, il cui aiuto è stato determinante per ottenere le informazioni sulla sua famiglia che saranno inserite nel sito di Yad Vashem ed entreranno così nel patrimonio storico collettivo.
Di Pellio d’Intelvi Beatrice si ricorda bene. “Ci fu assegnata una camera al piano superiore della casa in cui viveva la famiglia Damiani. Oltre a papà Nazzareno e mamma Anna c’erano i tre figli della coppia: Alfio, Pietro e Giovanni che aveva circa la mia età e che mi faceva giocare e divertire tanto. La casa era defilata e dunque tranquilla anche se da lontano – ricordo – sentivo i soldati. Papà mi portava a camminare nei boschi, facendo molta attenzione, perché dovevo respirare aria buona per curare l’asma. La signora Anna non ci fece mai mancare nulla: non avevamo denaro e dunque ci pensarono i signori Damiani a mantenerci. E soprattutto nessuno di loro parlò della nostra presenza a casa loro, nemmeno i tre bambini fino alla fine della guerra. Ricordo che durante le nostre brevi uscite nei boschi io e papà da lontano vedevamo il Lago di Lugano con nostalgia, pensando alla salvezza… Ricordo anche di aver pregato che finisse presto la guerra! Rimanemmo nascosti dai Damiani dall’ autunno 1944 fino alla fine della guerra. Dopo il 25 aprile 1945 lasciammo Pellio in Val d’Intelvi alla volta di Milano.” Anche i coniugi Damiani sono stati riconosciuti Giusti Tra le Nazioni l’8 luglio 2025.
Suor Luigia Gazzola, Suor Gemma Paoletto, Gino Duilio Soldà, Nazzareno e Anna Damiani: cinque nuovi “Giusti Tra le Nazioni” i cui nomi sono entrati nel novero dei tanti italiani che durante la Shoah osarono sfidare il male con le armi del coraggio, dell’ amore e della preghiera. Beatrice è ora al mare in vacanza ma sa che è in debito di un incontro con me. Chissà se riusciremo mai ad incontrarci tutti insieme in occasione della cerimonia di consegna delle medaglie… Forse chiedo troppo. Mi basterebbe esserle vicina qualche minuto per stringerle la mano e guardarla negli occhi, magari seduta da Tuv Taam davanti a un cabaret di pasticcini…”