Toh, chi si rivede, la teoria del complotto!

Opinioni

di David Bidussa

L’antisemitismo più che un fenomeno che si ripete nel tempo, è un sentimento che si carica e si nutre delle molte immagini, parole, rappresentazioni che si accumulano nel tempo e non si perdono.

È una delle intuizioni da cui parte Léon Poliakov nel primo volume della sua Storia dell’antisemitismo (una nuova edizione uscirà a gennaio per Rizzoli): l’antisemitismo non avviene improvvisamente, sull’onda di una “propaganda di lancio”, bensì su una “di richiamo”. Un sentimento che torna periodicamente, che utilizza forme nuove di astio; le accumula o le percepisce coerenti, con una memoria, con un linguaggio che eredita dal passato, che conserva e da cui mai si libera. Una riserva culturale che -mentre si dà forme specifiche e nuove-, riutilizza molti elementi del passato, magari anche dimenticati, o semplicemente “in sonno” e che improvvisamente riemergono rimescolandosi o combinandosi con nuove suggestioni o “opportunità”.

È una dinamica che riguarda anche il nostro presente.

Dunque antisemitismo è: un mix di elementi in cui convivono sia culture della destra come della sinistra (non solo nell’area delle estreme, ma anche nelle componenti moderate); in cui è radicato un forte sentimento anti-americano (di nuovo molto diffuso a destra come a sinistra); in cui è forte l’astio nel confronti dell’Europa delle banche cui si contrappone un’idea di Europa cristiana medievale; in cui torna l’idea di complotto; una cultura dove l’economia è raffigurata come impero dell’occulto e tutto ciò che non è “locale” è percepito come straniero, dunque pericoloso; dove il culto del territorio, del “piccolo è bello”, la convinzione di un potere malefico che governa le vite di tutti, che abita lontano e che da lontano ci governa (non importa se è “Roma ladrona” o la “Tricontinental” o la finanza), ovvero è diventato padrone delle nostre vite, ci manovra e ci ha schiavizzato. Dove dunque la convinzione è quella di tanti piccoli e ingenui “Venerdì”, messi in scacco da pochi, scaltri, infidi, malevoli, e alieni “Robinson” che si sono impossessati della nostra vita.

E perciò immagina un mondo delle fiabe dove una falange scelta di guerrieri è in missione per conto della salvezza e in nome della felicità, contro il nemico da sconfiggere, che altri non è che l’“antiumano”, l’“orco” da cui liberarsi.

L’antisemitismo è un effetto di quest’insieme di convinzioni che non abitano in una casa sola, ma secondo ordini e gerarchie di importanza diverse, esprimono l’agenda di diverse, e talora contrapposte, agenzie politiche. In questo, i linguaggi della destra e della sinistra oggi finiscono per somigliarsi e per puntare sugli stessi temi e stereotipi antiebraici: la teoria del complotto, appunto, e l’anti-americanismo virulento, che vede ebrei e Stati Uniti come una cosa sola, accomunati nello stesso “maligno” disegno. Si potrebbe dire anche che oggi l’antisemitismo è l’effetto di una forma dell’acculturazione che abbassa il livello di elaborazione e si nutre di messaggi estremamente semplificati. Forse. Ma l’antisemitismo non è solo, né prevalentemente, un fenomeno che nasce dall’ignoranza, anche se certamente l’ignoranza aiuta. Nasce dalla frustrazione, e quella è anche l’effetto delle speranze disattese, dell’investimento per dotarsi d risorse -anche formative, anche di alta cultura-, che non si sono tradotte in realizzazioni, in successo e per le quali occorre trovare un “capro espiatorio”, ovvero dando un nome e un volto alla propria disgrazia a prescindere da chi sia per davvero.

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