Primo Levi

Primo Levi e la guerra partigiana

Opinioni

di Laura Brazzo

Primo Levi
Primo Levi

«La situazione era disperante e lo spettacolo indimenticabile: i brandelli delle truppe che avevano occupato la Francia del sud rifluivano in disordine in Italia attraverso tutti i valichi […] tutti cercavano affannosamente abiti borghesi […] erano stanchi, demoralizzati, affamati: chiedevano pane, latte, polenta e non desideravano altro se non tornare a casa». È una transumanza impazzita di uomini e donne che indietreggiano scomposti, quella che Primo Levi osserva dall’alto del borgo di Amays, in Valle d’Aosta, all’indomani dell’8 settembre. Ed è proprio l’immagine così vivida e terribile della disfatta, che lo spinge a compiere il grande passo: a passare cioè dalle settimane dell’ “indecisione”, dal disamore per la Patria che lo aveva espulso a quelle del “dovere imperioso”, della lotta e della resistenza contro il nemico. Il bel libro di Frediano Sessi su Primo Levi partigiano (Il Lungo viaggio di Primo Levi, Marsilio 2013, pp.180, € 16.00) comincia così, con questa sorta di scambio di ruoli fra chi come lui, antifascista ed ebreo, nei primi tre anni della guerra era rimasto come in uno stato di “indifferenza”, “di risentimento accidioso e di rivalsa” verso “l’Italia che non lo voleva” e ora decideva di passare all’azione, e gli altri, i soldati di una nazione forte e aggressiva,  ora in cerca di un rifugio qualsiasi.

Mentre questa massa di disperati, scomposta e in fuga da un incubo, cerca di rientrare in Italia, in Primo Levi si delinea lucida e chiara l’idea di dover uscire dallo stato di “indifferenza” in cui era caduto. Si impone in lui la necessità di fare qualcosa: «Fra questa folla immensa di gente spaesata Levi capisce quel che deve fare: “Contribuire alla lotta contro i nazisti. Era un dovere imperioso. Erano i miei nemici, i nemici dell’umanità, adesso anche i nemici dell’Italia, e l’Italia, fascista o no, era pur sempre il mio paese”».

L’ingresso nella Resistenza, per Primo Levi è l’inizio di un viaggio, soprattutto interiore, secondo Sessi, che dalle montagne della Valle D’Aosta lo condurrà ad Auschwitz dove, ci dice ancora Sessi, riuscirà a sopravvivere anche grazie all’enorme bagaglio di esperienza e di dolore accumulato nei pochi mesi trascorsi sulle montagne, da partigiano.

Ma, come lo stesso Frediano Sessi ci spiega, «non è tanto il Primo Levi partigiano quello che ho voluto far emergere dalle pagine di questo libro, quanto piuttosto l’uomo, la sua grande umanità e il suo profondo amore per l’uomo». Un amore che, aggiunge Sessi, Levi matura anche grazie all’esperienza da partigiano.

«Arrivare alla “scoperta” di questa dimensione, è stato anche per me un lungo viaggio – fra le opere di Primo, i documenti d’archivio, i luoghi stessi in cui Primo ha vissuto, le montagne ma soprattutto Auschwitz».

«Visitando Auschwitz – e anche la ormai dimenticata e vuota Monowitz – mi sono sempre chiesto come Levi avesse potuto sopportare il dolore di vedere scomparire ad uno ad uno, giorno dopo giorno, i suoi compagni di Fossoli; come avesse potuto sopportare tutto quel dolore. Poi, memore delle parole dello stesso Levi – soprattutto quelle de I Sommersi e i Salvati dove scrive che ciascuno sa dove può arrivare, può conoscere i propri limiti solo se li prova direttamente, non con il pensiero ma sulla propria pelle – mi sono reso conto, ho compreso, che quell’esperienza di dolore, ma anche di solidarietà e di comunità, veniva dai giorni della montagna, dai giorni della Resistenza».

«Questo mio lavoro – ci spiega ancora Sessi – è stato un tentativo di dimostrare che è stata innanzitutto l’esperienza partigiana ad aver reso Primo Levi così grande nella voglia di sopravvivere, così grande nella testimonianza e, secondo me, così grande anche come uomo».

La violenza, vista e vissuta; il dolore lacerante per l’azione di giustizia del partigiano Berto contro due giovani, Fulvio Oppezzo e Andrea Zabaldano, eterodossi rispetto al gruppo della Brigata Frumy-Amays cui anche Primo Levi apparteneva: questo fu, secondo Sessi la sua “palestra di dolore”. «In quei giorni Primo Levi si fece la tempra di uomo; la sofferenza che provò di fronte ai due compagni giustiziati perché ribelli alle regole del gruppo, lo rese capace di sopportare il dolore dei giorni, dei mesi, di Auschwitz».

Della violenza dei partigiani e di questo episodio in particolare si sta parlando molto in queste settimane. Quell’episodio infatti è uno dei punti su cui si snoda l’ultimo libro di Sergio Luzzatto, Partigia. «In quel libro, però – precisa Sessi – la vicenda di Primo Levi partigiano viene affrontata con un’ottica e una prospettiva diametralmente opposte alle mie».

«Luzzatto ha voluto scrivere un libro sulla Resistenza a partire da Primo Levi, con tutti i rischi e pericoli che un’operazione di questo genere può comportare. E le polemiche in corso, in fondo, lo dimostrano. Io, con il mio libro – che peraltro era pronto già dal maggio del 2012 e che solo per decisione dell’editore è uscito adesso – avevo un obiettivo diverso, se si vuole persino opposto: mostrare come pure nel contesto violento, confuso, concitato della pre-Resistenza – perché quei primi mesi, dall’ottobre al dicembre del 1943, di pre-Resistenza si deve parlare – sia emersa e cresciuta la grande umanità di Primo Levi. Non solo: per me era importante dare una chiave di lettura ulteriore delle opere di Primo Levi. Sarebbe importante infatti rileggere oggi le sue opere proprio alla luce di quell’esperienza partigiana che sia io sia Luzzatto raccontiamo, seppure in modi e confini diversi».

Una diversità che si coglie anche nel registro di scrittura scelto da Sessi, dove è forte la contrapposizione fra l’elemento narrativo, con la ricostruzione delle atmosfere, degli ambienti, della “quotidianità” che pure c’era, e la freddezza invece della restituzione dei fatti tratta dai verbali dei processi.

«Il mio è un libro di storia, osserva Sessi. Si basa su ampie fonti d’archivio, incluse quelle dell’archivio Einaudi che ancora non è stato aperto al pubblico ma che ho potuto consultare grazie alla cortesia di Roberto Cerati, presidente della casa editrice torinese. Ma allo stesso tempo, è privo dei caratteri tipici del saggio storico. Per esempio non ci sono le note, volutamente: perché volevo raccontare la storia come l’avrebbe raccontata chi l’ha vissuta, senza note appunto; come chi per fonte ha solo, o quasi, la sua memoria».

Così il racconto del “lungo viaggio di Primo Levi” dalla montagna ad Auschwitz, è attraversato anche da pezzi di “letteratura”- secondo lo stile e le scelte dello stesso Levi. Nel libro infatti c’è anche un percorso immaginativo, del tutto verosimile, basato sui racconti dei testimoni, gli accenni qua e là di Primo Levi, grazie ai quali il lettore si immerge e fa propri quei momenti, quelle sensazioni che nella Storia in genere si trascurano, si dimenticano, ma che invece contribuiscono a costruirla.

Sessi in questo si cala nei panni di quei giovani – Primo Levi, ma anche, con lui, Vanda Maestro, Luciana Nissim, Aldo Piacenza, Guido Bachi, tutti insieme nel gruppo di Amays-Frumy; ci mostra, attraverso pensieri e dialoghi verosimili, come da un giorno all’altro essi si siano fatti “uomini”, costretti da situazioni e dolori più grandi di loro. «Proviamo ad immaginare cosa può aver voluto dire per dei ragazzi di 20-24 anni, che arrivavano dalla città, che non avevano esperienza della guerra, delle armi – perché l’antifascismo non aveva dato loro questo tipo di esperienza; proviamo ad immaginare cosa poteva voler dire per loro avere fra le mani un’arma e pensare, con quell’arma, di uccidere un altro uomo».

«Il carattere anche narrativo di questo mio libro nasce anche dalla volontà di trasmettere questo genere di esperienze, così dure da accettare, ma che in fondo hanno formato, temprato, preparato Primo Levi al punto da permettergli di sopportare e sopravvivere ad Auschwitz».

Così Sessi prova anche ad immaginare cosa poterono dirsi Primo, Luciana, Aldo, Guido, Vanda, la notte in cui vennero a sapere dell’omicidio di Oppezzo e Zabaldano. «Possiamo immaginarlo, dice Sessi, visto che lo stesso Primo Levi ci dice che fra loro, in ognuna delle loro menti, “pesava un segreto brutto”».

«Quanto al dibattito scaturito dal libro di Luzzatto intorno all’uccisione di Oppezzo e Zabaldano, al silenzio di Primo Levi su questo episodio, posso dire che non solo Levi non era in alcun modo coinvolto, ma anche che ne ha sempre parlato. Senza mai nascondere i sentimenti che quell’episodio gli aveva provocato. Ed è proprio da quei sentimenti mai celati che si scopre, al fondo, lo ripeto, il grande amore di Primo Levi per l’Uomo. Un Primo ancora giovanissimo, ma già maturo e già esperto dell’animo umano». Non solo. I sentimenti che Primo Levi lascia trasparire nei suoi scritti, nelle sue parole, intorno a quell’episodio e a tutta la sua seppur breve esperienza partigiana, fanno emergere un elemento di cui raramente si parla, è cioè il forte senso della comunità e delle resposabilità che Levi aveva sviluppato in quel particolare frangente della sua vita.

«Primo Levi partigiano infatti si sente parte di una comunità che condivideva l’idea e il progetto di aiutare l’Italia a riscattarsi. Al punto da farsi carico persino delle colpe degli altri, al punto da provare dolore per gli errori commessi da altri membri di quella comunità. Questo è accaduto con l’omicidio di Oppezzo e Zabaldano: Levi era lontano e non era in alcun modo coinvolto nella decisione di ucciderli, ma come parte della “comunità” partigiana si assume e si fa carico della responsabilità e forse anche della vergogna di quel gesto. Se ne fa carico, ed è in questo diventare “uno per tutti”, nel bene e nel male, che ripeto, sta la straordinaria grandezza umana di Primo Levi».

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