I nuovi “imprenditori della paura” puntano su rancore, angoscia, timore del futuro

Opinioni
[Storia e controstorie]

di Claudio Vercelli

La gente chiede “sicurezza” e “protezione”.
Un invito a nozze per i nuovi “imprenditori della paura”
che puntano su rancore, angoscia, timore del futuro

 

Non avanza il neofascismo, semmai è la democrazia a retrocedere. Il primo, non a caso, si alimenta della crisi della seconda. Così è stato nel passato, così può essere per il presente e, soprattutto, nei tempi a venire. Inutile cercare una ragione intrinseca ai fascismi storici. L’impresa è vana poiché essi si sono connotati soprattutto per ciò che dicevano di non volere essere, quindi nella loro natura illiberale, antidemocratica, antisocialista e così via. Se vi si cerca una dottrina coerente, al netto delle tante affermazioni roboanti e delle innumerevoli dichiarazioni esorbitanti, dei parossismi così come delle iperboli, si troverà ben poco. Semmai, invece, si coglierà come la loro forza sia inversamente proporzionale a quella delle istituzioni e degli ordinamenti democratici. Più avanzano questi ultimi, meno spazio c’è per i primi. E viceversa. Perché ha un senso parlare quindi di crisi delle democrazia, al giorno d’oggi? Quali ne sarebbero, nel qual caso, le ragioni e le connotazioni? Procediamo con ordine. Con la fine della Seconda guerra mondiale, che per l’Europa segnava la sconfitta del terribile esperimento nazifascista, nei paesi occidentali furono realizzati e rafforzati modelli di democrazia sociale basati non solo sulla partecipazione popolare ma anche sulla redistribuzione della ricchezza prodotta dalla collettività.

La convinzione delle classi dirigenti liberali, democratico-cristiane e socialdemocratiche era che solo un tale regime politico ed istituzionale potesse porre il Continente al riparo dal ripetersi di nuove tragedie. Il confronto con il sistema dei paesi a «socialismo reale», satelliti di Mosca, dava ulteriore forza e sostanza a questa determinazione. Le Comunità europee prima e l’Unione poi, si inscrivevano dentro questo grande disegno: maggiore integrazione delle collettività nazionali sia all’interno dei rispettivi paesi sia nella cornice continentale, politiche economiche fondate sulla partecipazione ai benefici dello sviluppo, rafforzamento degli istituti della democrazia rappresentativa. Il fascismo che, in quanto fenomeno politico, aveva interessato tutta l’Europa, sia come insieme di regimi che di movimenti, di fatto veniva escluso o messo definitivamente ai margini da questo processo di espansione delle libertà. Un nesso molto forte era quello che intercorreva con il crescente benessere della popolazione. Una democrazia, infatti, non si basa solo sull’affermazione di alcuni principi formali. Per funzionare, traducendoli in fatti, deve infatti riuscire a garantire le condizioni concrete affinché le società siano stabili e quindi anche sicure del proprio avvenire. Il lungo ciclo che si era aperto nel 1945, tuttavia, sembra oggi essersi esaurito.

La questione non è solamente politica, chiamando semmai in causa il modo in cui funzionano le economie planetarie. Non siamo al tramonto del modello democratico europeo ma senz’altro ad un suo evidente affaticamento. Le ragioni sono molteplici, convergendo un po’ tutte nel senso di disagio che una parte della popolazione, a partire dal ceto medio, vive rispetto ai cambiamenti in atto. I processi di immigrazione non sono estranei a questa dinamica, anche se non costituiscono l’unica ragione per comprendere timori e malumori diffusi.

È come se le nostre società si sentissero, al medesimo tempo, scavalcate dai mutamenti e messe ai margini dagli effetti di lungo periodo che questi producono. Non è un caso, infatti, se un po’ ovunque si riscontri una domanda crescente di «sicurezza» e «protezione».
Anche da ciò, quindi, la disaffezione crescente nei confronti degli istituti della democrazia rappresentativa, visti come incapaci di affrontare la sfida del presente. I neofascismi, che si avvantaggiano di questo stato di cose, per parte loro si ripresentano sulla scena italiana ed europea dopo avere cercato di affrancarsi da alcuni dei peggiori aspetti del proprio passato. Non a caso portano con sé, in quanto frutto velenoso, la negazione della Shoah o comunque il ridimensionamento della sua importanza storica. Così facendo, ossia rimuovendo l’evidenza di quella tragedia di cui costituiscono i responsabili diretti, possono presentarsi come più accettabili agli occhi del grande pubblico. Rivendicano, del pari al totalitarismo islamista, con il quale condividono alcune reciprocità ideologiche, la loro identità di movimenti alternativi a una democrazia raffigurata come totalmente fallimentare. Uno dei loro maggiori nemici storici, il comunismo, è ingloriosamente tramontato. L’altro loro avversario dichiarato, il liberalismo, cerca invece di coniugare cambiamento della società a rinnovamento delle istituzioni, tuttavia in situazioni di estrema difficoltà. Questo è, quindi, il vero spazio del neofascismo. Non l’improbabile ritorno dei vecchi regimi, oggi improponibili. Nemmeno l’adunata di camicie nere. Semmai è lo spazio del rancore diffuso, del timore per il futuro, dell’angoscia per il tempo a venire.

Da questi elementi, in parte razionali e in parte emotivi, gli «imprenditori politici della paura», così come sono stati definiti i partiti, i raggruppamenti o più semplicemente i gruppuscoli radicali, cercano quindi di trarne un immediato vantaggio per sé. A ben vedere, è sempre stato così, in questi settant’anni di pace. Con un’importante differenza, di ordine quantitativo: fino agli anni Novanta, erano fenomeni marginali, per più aspetti trascurabili. Oggi, invece, l’Europa è diventata irrequieta. La cosa deve quindi fare riflettere. Poiché il fascismo si presenta spesso con la maschera perbenista del movimento d’«ordine». Ma una volta avvelenati i pozzi, nulla lo ferma più dal rivelarsi per ciò che è sempre stato, nella sua natura di ideologia razzista. Ed allora, anche l’antisemitismo, da aspetto contenuto, può essere di nuovo sfoderato come uno strumento di consenso.
D’altro canto, uno degli indici fondamentali dell’effettiva condizione di una democrazia lo si misura nelle opinioni che la maggioranza nutre nei confronti delle minoranze. Non a caso è questo l’anno dell’ottantesimo anniversario. 1938, del varo delle Leggi razziste. Vale la pena di pensarci.

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