L’Internet che non conoscevamo, ma che oggi ci fa paura. Perché è lì che vivono i nostri figli

Opinioni

di Dalia Fano

Adolescenza problematica e una chiave (ebraica) per mantenere il contatto. Genitori e insegnanti sono increduli e disorientati quando scoprono di avere un figlio, un alunno, che non riconoscono più, che compie atti di cui mai lo avrebbero ritenuto capace. Un vero incubo distopico. Manosfera, algoritmi e disagio maschile: proviamo a capire il mondo online dei ragazzi

 

Bergamo, 21 settembre 2026: uno studente di 13 anni entra a scuola armato di due coltelli da 20 centimetri. Prima di aggredire la sua docente, registra un video nei bagni della scuola. L’obiettivo è filmare l’atto per condividerlo su Telegram. Altra storia: un 15enne accoltella un compagno nei bagni di un liceo di Ferrara. Sono solo due recenti episodi di violenza che vedono protagonisti adolescenti. E purtroppo non sono casi rari: le cronache ne riportano ormai tanti, nel mondo, accomunati da caratteristiche precise: adolescenti, maschi, armati di coltelli (o armi da fuoco), video da condividere su Internet.

La rete è come un nuovo habitat di una fauna violenta, imprevedibile, sconosciuta. Genitori e insegnanti sono increduli e disorientati, quando scoprono di avere un figlio, un alunno, che non riconoscono più, che compie atti di cui mai lo avrebbero ritenuto capace. Un vero incubo distopico.

Un anno fa Adolescence, la serie Netflix che racconta la storia di Jamie, un ragazzo di tredici anni accusato di aver ucciso una compagna di scuola, ha tenuto banco tra genitori, psicologi, educatori, che riconoscono la necessità di entrare in questo mondo parallelo che fa paura ma che, per cogliere segnali e intervenire per tempo, è necessario conoscere.

Per chi non l’avesse vista, Adolescence cerca di ricostruire che cosa succede nella vita di Jamie dopo l’accusa. Entra nella sua famiglia, nella scuola, nelle relazioni con i coetanei e nel suo mondo online, e ci mostra quanto una parte importante della vita degli adolescenti possa rimanere invisibile agli adulti che gli stanno intorno. Tocca temi che ci riguardano da vicino, come adulti, genitori, insegnanti, e ci sollecita a chiederci quanto conosciamo il mondo, soprattutto quello online, in cui i ragazzi passano una parte così importante della loro vita. Capirlo meglio, senza demonizzarlo, può darci qualche strumento per riuscire a parlare con loro e accorciare la distanza tra questi mondi paralleli.

Ma esiste un approccio ebraico alla dinamica famigliare dei rapporti con i figli adolescenti? La cultura ebraica con l’abitudine alla domanda, al confronto, alle molteplici letture ed interpretazioni, al discutere e mettere alla prova un testo, può avere qualcosa da dirci riguardo al rapporto con il modo digitale, che tende invece a mostrarci quello che conferma quello che già pensiamo.

In Adolescence gli adulti sembrano muoversi alla cieca, non hanno strumenti per interpretare; i genitori di Jamie non si capacitano di quello che succede, faticano a riconoscere il figlio. Ma anche chi indaga ed entra nella scuola non sa nulla di quei codici, di quell’universo.

Nella serie solo un altro ragazzo, il figlio dell’ispettore, sa spiegare e svelare al padre il significato di alcuni emoji, di numeri e parole: incel, red pill, la regola dell’80/20. Un mondo parallelo, più che solo parole sconosciute. Il ragazzo traduce e noi adulti scopriamo di avere bisogno dei sottotitoli. Io stessa ne avevo bisogno. Ho un figlio ormai adulto, lavoro nel sociale, ho una formazione sociologica. Sono curiosa, leggo, uso i social e pensavo di avere almeno una vaga idea di quello che succede in rete. Invece no, non sapevo niente della cosiddetta «manosfera». E ho iniziato a fare domande, innanzitutto a mio figlio, che naturalmente ne sapeva, e poi alla rete.

Un piccolo viaggio nella «manosfera»

La prima parola sulla quale mi sono fermata è stata proprio manosfera. Non la conoscevo e all’inizio pensavo indicasse qualcosa di abbastanza definito. In realtà dentro ci finisce un mondo molto variegato: incel, redpill, MGTOW, pick-up artists, gruppi che si occupano di «diritti degli uomini» e poi influencer, podcast, video sulla maschilità, sulla seduzione, sul successo, sulla palestra, sul denaro.

(immagine AI © Mosaico-cem.it)

Mondi diversi, che in parte si sovrappongono e in parte no. Parlare di problemi maschili, naturalmente, non significa essere misogini. Negli spazi più radicali ritornano alcune idee: il femminismo avrebbe cambiato i rapporti tra uomini e donne a svantaggio degli uomini; le donne avrebbero oggi un enorme potere nella scelta del partner e tenderebbero a concentrarsi su una minoranza di uomini belli, sicuri, ricchi o di successo.

È qui che ho incontrato la regola dell’80/20: l’80 per cento delle donne sceglierebbe il 20 per cento degli uomini. Una di quelle affermazioni che, a forza di essere accompagnate da percentuali, grafici e spiegazioni, finiscono per avere un’aria scientifica. Peccato che non sia affatto una legge scientificamente dimostrata.

E poi «incel». Significa involuntary celibate, celibe involontario.

In alcune comunità incel di oggi, non riuscire ad avere una relazione non viene vissuto soltanto come una difficoltà dolorosa della propria vita, ma come una condizione dalla quale sarebbe quasi impossibile uscire: se non sei abbastanza bello, alto, sicuro di te, ricco o socialmente riconosciuto, le donne non ti sceglieranno. Punto.

È la visione più fatalistica, quella che nel loro linguaggio prende il nome di black pill. E qui la sofferenza personale può cambiare significato: non è più «non riesco a costruire una relazione», ma «sono condannato a non averne una perché il sistema funziona così». E in alcuni degli ambienti più radicali, questa convinzione alimenta e nutre il risentimento nei confronti delle donne.

Alcuni di questi discorsi sono usciti da tempo dai forum e circolano su TikTok, Instagram, YouTube, nei podcast, nei video sulla seduzione, sulla palestra, sul successo.

Un’inchiesta de L’Espresso ha documentato anche in Italia casi nei quali idee tipiche della cultura incel e redpill vengono veicolate da persone che si presentano come esperti, professionisti, studiosi, divulgatori, quindi con un’autorevolezza apparente. Ho ascoltato qualche contenuto di questo mondo. E ho letto i commenti: non era più una serie televisiva, ma ragazzi e uomini adulti che raccontavano della propria esperienza attraverso quella narrazione determinista e misogina: se sono solo, se non riesco ad avere una relazione, non dipende da me, dalla complessità delle relazioni o della mia storia, ma dalle donne e dal sistema che mi condanna all’esclusione.

Negli anni Ottanta circolava una frase diventata famosa grazie a una pubblicità di un dopo barba: «Per l’uomo che non deve chiedere mai». Faceva sorridere, certo, ma raccontava bene un modello maschile: l’uomo, muscoloso, sicuro, autonomo, capace di cavarsela da solo, che non mostra il bisogno dell’altro e soprattutto non mostra fragilità. E gli uomini che in quell’immagine non si riconoscevano? Quelli timidi, insicuri, impacciati nelle relazioni, quelli che avevano paura del rifiuto o semplicemente avrebbero avuto bisogno di dire: sono solo, non so come avvicinarmi a una ragazza, non mi sento desiderabile, non so come si fa? Quelli forse venivano lasciati soli, non avevano molte risposte, e nemmeno luoghi in cui fare quelle domande. Quindi quella solitudine esisteva anche allora. Ma aveva meno parole per dirsi.

I segni di un disagio

Oggi di disagio maschile si parla di più, ma non sono sicura che abbiamo ancora trovato un linguaggio capace di accoglierlo senza cadere subito in uno dei due estremi: da una parte il vecchio invito a essere forti, cavarsela e non lamentarsi; dall’altra una narrazione che riconosce quella sofferenza ma le offre come spiegazione il femminismo, le donne, la perdita di potere maschile.

Ed è proprio qui che la manosfera può diventare attrattiva.

Un ragazzo può arrivare a quei contenuti cercando tutt’altro che odio verso le donne. Può cercare una risposta a domande molto più elementari: perché nessuna mi vuole? Perché non riesco ad avere una relazione? Sono troppo brutto? Perché agli altri sembra venire tutto facile? Come faccio a essere più sicuro di me? E magari il primo video su YouTube che incontra parla di palestra, disciplina, autostima, successo, di come diventare un uomo migliore. Come vincere la propria vulnerabilità. E qualcuno quella vulnerabilità la ascolta, il problema è la risposta che le dà. Se a un ragazzo che dice «sono solo, nessuna mi vuole» qualcuno risponde «capisco che stai male», sta riconoscendo una sofferenza. Se poi aggiunge «e sai perché? Perché le donne scelgono soltanto i maschi belli e dominanti, il femminismo ha dato loro troppo potere e quelli come te sono destinati a restare esclusi», ecco che quella sofferenza ha trovato una (pericolosa) spiegazione. È una spiegazione potente anche perché individua un colpevole.

Gli adulti, genitori e insegnanti, il contesto personale dei ragazzi, la famiglia e la scuola, dovrebbero invece riuscire ad ascoltare la vulnerabilità maschile senza consegnarla a chi la trasforma in risentimento.

 

La minaccia dell’algoritmo

Ai nostri tempi i genitori non sapevano quasi nulla di quello che facevamo. Non conoscevano le nostre compagnie fino in fondo, le nostre fantasie, i rischi che correvamo, le nostre sciocchezze. E siamo cresciuti lo stesso. Sul fatto che ne siamo usciti tutti perfettamente indenni avrei qualche dubbio. E non penso affatto che oggi i genitori debbano sapere tutto o trasformarsi in controllori dei telefoni dei figli. Il punto è che l’ambiente è cambiato. Anche noi eravamo influenzati dagli amici, dai giornali, dalla televisione, dai gruppi che frequentavamo. Ma nessuno osservava continuamente quello che catturava la nostra attenzione per «venderci» subito qualcosa di analogo; oggi gli algoritmi lo fanno. Guardiamo un video, ci fermiamo un po’ più a lungo, mettiamo un like, commentiamo, cerchiamo qualcosa di simile. Sono tutti segnali che permettono alla piattaforma di prevedere che cosa potrebbe interessarci ancora. Ciò che vediamo in rete non è quindi una fotografia neutrale della realtà, perché l’algoritmo modifica progressivamente l’ambiente informativo dove una convinzione può formarsi e consolidarsi.

Una ricerca condotta da University College London e University of Kent ha provato a osservare proprio questo meccanismo. I ricercatori hanno creato quattro profili sperimentali su TikTok, costruiti a partire da interessi e vulnerabilità emersi nelle interviste con giovani, e hanno osservato come cambiavano nel tempo i contenuti proposti dall’algoritmo.

I profili non partivano cercando contenuti misogini. Alcuni erano costruiti intorno a temi come la solitudine, le difficoltà relazionali, il desiderio di migliorarsi o il sentirsi esclusi. Eppure, dopo cinque giorni, considerando complessivamente i quattro profili, la percentuale di contenuti misogini comparsi nella pagina «For You» era passata dal 13 al 56 per cento, con aumenti particolarmente marcati nei profili legati alla solitudine e alla radicalizzazione .

Gli stessi ricercatori hanno utilizzato l’espressione microdosing effect. Piccole dosi di contenuti tossici che entrano progressivamente nel flusso di ciò che guardiamo: non subito un video brutale che ti dice «odia le donne», ma un percorso nel quale solitudine, relazioni, self-help, difficoltà maschili e contenuti misogini cominciano progressivamente a mescolarsi. Questo non dimostra che un algoritmo trasformi automaticamente un ragazzo in misogino, tantomeno in una persona violenta. Sarebbe una conclusione che la ricerca non consente. Ma ci dice che l’ambiente nel quale costruiamo una parte delle nostre convinzioni non è neutrale.

Stessa casa, Internet differenti

E mi sono fatta un’altra domanda: perché io non vedevo niente di tutto questo? Semplicemente perché il mio comportamento online mi portava altrove. Quello che può essere onnipresente nel feed di un ragazzo può non comparire quasi mai in quello dei genitori. Si possono usare le stesse piattaforme, vivere nella stessa casa, ed essere immersi in due Internet differenti. Quello che cerchiamo, quello che guardiamo, quello su cui ci soffermiamo orienta ciò che vedremo in seguito. Forse allora, più che cercare di conoscere ogni nuovo codice o controllare tutto quello che i ragazzi vedono, dovremmo chiederci che cosa trovano in questi spazi: qualcuno che riconosce la loro solitudine, un gruppo a cui appartenere, una spiegazione del perché si sentono esclusi.

Il ruolo degli adulti

Si può prendere sul serio la sofferenza di un ragazzo senza accettare la spiegazione che ne dà, ascoltare la vulnerabilità maschile senza lasciare che siano certi ambienti della rete a darle parole e significato. Qui ritroviamo qualcosa che appartiene molto alla cultura ebraica: l’abitudine a discutere, interpretare, fare domande e mettere alla prova anche ciò che pensiamo di sapere.

 

L’ebraismo e il valore delle domande

La domanda e il confronto tra interpretazioni diverse attraversano profondamente la tradizione ebraica. Il Talmud ne è forse l’esempio più evidente: nelle sue pagine troviamo generazioni di maestri che discutono, interpretano, si interrogano e spesso arrivano a conclusioni differenti.

Anche un’opinione che non prevale può rimanere nel testo e continuare a essere studiata. Il dissenso non viene necessariamente cancellato; rimane parte della discussione.

C’è poi l’havrutà, il modo tradizionale di studiare in coppia: si legge insieme, si discute, si sostiene un’interpretazione, l’altro la contesta, si torna al testo. Il disaccordo può diventare un modo per pensare meglio.

Nella havrutà non si cerca necessariamente di avere ragione, ma di capire meglio. L’altro non è l’avversario da battere: è la persona che può aiutare a vedere ciò che da soli non si sarebbe visto. Parecchio lontano da quello che accade in una «camera dell’eco», l’ambiente digitale nel quale una persona viene esposta a informazioni, opinioni e interpretazioni che confermano quello che pensa già. Studiare e discutere con qualcuno, invece, ci costringe anche a spiegare perché pensiamo ciò che pensiamo. Da dove viene quel dato? Chi lo ha prodotto? È un fatto o un’interpretazione? Quali fatti stiamo mettendo al centro e quali rimangono fuori? Se cambiamo punto di vista, quei dati continuano a essere veri?

Nei Pirkei Avot, una raccolta di insegnamenti rabbinici, si parla di machloket leshem shamayim, la controversia «per il bene del Cielo» Discutere può servire a capire, non solo ad avere ragione. Una distinzione che sembra particolarmente utile oggi, basta passare un po’ di tempo sui social. Una divergenza autentica, anche forte, orientata alla ricerca di ciò che è giusto e utile per tutti, e non alla vittoria personale. La havrutà insegna dunque a pensare con gli altri; la machloket leshem shamayim insegna a dissentire senza perdere di vista ciò che si sta cercando insieme. E forse è proprio questo che possiamo fare rispetto agli algoritmi: imparare, e insegnare ai ragazzi, a riconoscere che quello che compare sul nostro schermo è solo una parte di ciò che potremmo vedere, cercare quello che manca, verificare un dato, mettere alla prova una spiegazione che sembra convincente soprattutto perché la incontriamo dappertutto. Non possiamo conoscere ogni codice di comunicazione virtuale prima dei ragazzi, quello è il loro mondo; né controllare ogni loro scroll. Possiamo però cercare di restare abbastanza vicini al loro habitat perché, quando qualcosa li confonde, li ferisce o offre una risposta troppo semplice alla loro solitudine, abbiano ancora voglia di parlarne con noi.

 

 

Mini glossario per genitori (e adulti) boomer

⋅ Manosfera (manosphere) Un insieme molto variegato di comunità, forum, influencer e contenuti online che ruotano intorno alla mascolinità, alle relazioni tra uomini e donne e al disagio maschile, a volte con posizioni apertamente antifemministe e misogine.

⋅ Incel Abbreviazione di involuntary celibate, «celibe involontario». Indica uomini che si considerano esclusi, contro la propria volontà, dalle relazioni sentimentali e sessuali. In alcune comunità online questa condizione viene spiegata attraverso una visione molto rigida dei rapporti tra uomini e donne e può accompagnarsi a misoginia e risentimento.

⋅ Red pill La «pillola rossa», espressione presa dal film Matrix. Nella manosfera indica la convinzione di avere finalmente capito come funzionano «davvero» i rapporti tra uomini e donne, al di là di ciò che racconterebbero il femminismo e la cultura dominante.

⋅ Blue pill La «pillola blu», sempre ripresa da Matrix. Nel linguaggio red pill indica chi continuerebbe a credere alla visione considerata falsa e convenzionale dei rapporti tra uomini e donne, senza essersi ancora «svegliato» alla presunta realtà nascosta che i red pill sostengono di aver scoperto.

⋅ Black pill La versione più fatalista della red pill. Aspetto fisico, genetica e status determinerebbero quasi completamente le possibilità di un uomo di essere desiderato: chi parte svantaggiato avrebbe pochissime possibilità di cambiare la propria situazione.

⋅ Regola dell’80/20 Una convinzione diffusa negli ambienti incel e red pill secondo cui l’80% delle donne sarebbe attratto dal 20% degli uomini. Viene spesso presentata come una legge dell’attrazione, ma non ha alcun fondamento scientifico.

⋅ Chad Nel gergo incel, lo stereotipo dell’uomo molto attraente, sicuro di sé, desiderato dalle donne e sessualmente vincente.

⋅ Stacy La controparte femminile di Chad: la donna molto attraente che, secondo questa narrazione, sceglierebbe solo gli uomini considerati più desiderabili.

⋅ Alpha/Beta Etichette usate per dividere gli uomini tra dominanti, sicuri e vincenti (alpha) e deboli, subordinati o poco desiderabili (beta). È una rappresentazione molto semplificata dei comportamenti umani.

⋅ LMS Looks, Money, Status: aspetto fisico, denaro e status. I tre elementi che, secondo alcune teorie della manosfera, determinerebbero il valore di un uomo nel cosiddetto «mercato sessuale».

⋅ MGTOW Men Going Their Own Way, «uomini che vanno per la propria strada». Indica uomini che scelgono di allontanarsi dalle relazioni sentimentali con le donne, perché ritengono che i rapporti tra i sessi siano diventati svantaggiosi.

⋅ Camera dell’eco (echo chamber) Un ambiente nel quale incontriamo soprattutto contenuti e persone che confermano ciò che già pensiamo. La continua ripetizione delle stesse idee può farle apparire più condivise e più evidenti di quanto non siano davvero.

 

(Foto in alto: immagine generata con AI – © Mosaico-cem.it)