Le lobby e i lobbisti

Opinioni

Jack Abramoff, il lobbista sotto processo che sta mettendo a rumore il mondo politico americano, sembra uscito da un filmaccio tutto infarcito di pregiudizi terra terra nei confronti dei lobbisti.
Ci abbiamo messo anni ed anni per spiegare agli italiani che lobby non è una parolaccia, ma solo una parola. Che nelle democrazie avanzate questo termine indica semplicemente una organizzazione nata per rappresentare i legittimi interessi di una categoria o di una minoranza. E abbiamo impegnato le migliori energie per spiegare che lobby e interessi ebraici sono due cose totalmente diverse. Possono accidentalmente incrociarsi talvolta, ma questo non conferisce a nessuno il diritto di insistere sul termine di lobby ebraiche più di quanto non si possa parlare di lobby cristiane, di lobby irlandesi o di lobby dei divorziati.
E alla fine anche le diffidenze veterocattoliche, le ragnatele che avviluppano la vita politica italiana, i sospetti da sagrestia secondo cui i gruppi di potere devono sempre necessariamente agire nell’ombra e nell’obliquità sembravano diradarsi. Tanto che oggi illustri atenei italiani organizzano corsi per formare i lobbisti di domani e insegnare loro come agire per tutelare i legittimi interessi di una specifica categoria.
Una visione serena e non demoniaca delle attività delle lobby, ovviamente, è necessaria per comprendere come funziona la macchina di una grande democrazia come quella statunitense. Anzi, è addirittura evidente che l’esistenza di lobby che agiscono in maniera trasparente e corretta costituisce uno dei presupposti per il corretto funzionamento di una democrazia avanzata.
Tutti discorsi che richiedono una certa maturità politica per essere compresi, ma in definitiva tutti discorsi facilmente sostenibili.
Gli ultimi scandali politici che hanno coinvolto un consigliere privilegiato della Casa Bianca come Tom De Lay, hanno gettato un’ombra sull’operato dello stesso vicepresidente Dick Cheney e anche su quello dello stesso presidente Bush, rischiano però ora di rendere tutto molto più difficile. Dalle indagini impietose, come è giusto che siano, condotte dagli investigatori e dalla stampa statunitense è emerso un mondo ambiguo e inquietante che deve essere denunciato senza mezze misure. E nell’ambito di questo panorama poco piacevole si è appreso che una figura chiave è quella del controverso faccendiere ebreo Jack Abramoff.
Che cosa ha fatto di male Abramoff e perché è utile soffermarsi sul suo caso? Per quanto risulta da indagini tuttora in corso ha condotto il suo lavoro di lobbista di area repubblicana in una maniera disinvolta ed approssimativa. Ha certamente commesso illeciti di legge, da lui stesso poi ammessi nel corso degli interrogatori. Ma questo non basta per farne un caso eccezionale, e forse nemmeno un caso degno di nota.
Quello che rende il suo caso molto spinoso e controverso è che Abramoff ha soprattutto utilizzato la propria identità ebraica e le proprie conoscenze nel mondo delle organizzazioni ebraiche religiose statunitensi per accreditare la figura di un benefattore e di uno studioso che non corrisponde alla realtà dei fatti. Esiste anche il rischio che abbia utilizzato fondi destinati al finanziamento di istituzioni ebraiche di primo piano per fini illeciti.
Sarebbe fin troppo facile constatare che le dimensioni dello scandalo Abramoff rappresentano semplicemente una marachella rispetto ai disastri delle tangentopoli e delle bancopoli nostrane. Ma gli scandali di Washington devono essere valutati nella loro gravità secondo il metro di misura degli standard morali comunemente accettati dal mondo politico statunitense. E questo metro di misura, come è noto, non ha la stessa lunghezza sulle due sponde dell’Atlantico.
Bene ha fatto, di conseguenza, la stampa ebraica americana, a denunciare per prima e con vivacità le disinvolture di un personaggio che con le sue azioni discutibili corre il rischio di compromettere la credibilità di istituzioni ebraiche determinanti per la sopravvivenza nella Diaspora e molto importanti per la sicurezza e la prosperità dello Stato di Israele.
Bene hanno fatto le voci di molti esponenti ebraici di primo piano a dissociarsi coraggiosamente e fermamente dalle presunte attività illecite di questo personaggio. Ma anche a ribadire che nessuno può appropriarsi della credibilità di istituzioni che costituiscono un patrimonio collettivo per perseguire affari poco chiari e interessi personali.
Eppure la vicenda, che rischia di gettare discredito su alcuni esponenti di punta della prima comunità della Diaspora, per quanto sgradevole si rivela anche utile a comprendere meglio alcuni fatti importanti.
Le attività di Abramoff, in primo luogo, hanno mostrato quanto artificiosa e precaria sia l’alleanza di alcuni (rari, per la verità) esponenti ebraici con la nuova destra americana. Non basta dire che gli ebrei americani si sono sempre trovati e continuano a trovarsi a larghissima maggioranza schierati sul fronte progressista. Per comprendere quanto poco abbia a che fare la minoranza ebraica con la destra, in particolare con la destra religiosa statunitense, basterebbe seguire i disastri del negazionismo antiscientifico che vorrebbe proibire l’insegnamento della teoria dell’evoluzione nelle scuole sulla base di una ridicola interpretazione letterale della Scrittura. L’incapacità di coniugare fede e scienza non ci è mai appartenuta e non può appartenerci in alcun modo.
A chiarire definitivamente come stiano le cose, infine, è arrivato il demenziale discorso del telepredicatore Pat Robertson, che ha ritenuto opportuno mettere in connessione l’infarto del premier Ariel Sharon con una presunta giusta punizione divina per la sua politica di dismpegno da Gaza.
Da “amici” di questa fatta, a Washington come a Gerusalemme, sarà molto meglio d’ora in poi tenersi alla larga.

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