La questione arabo-israeliana nei libri di testo: fanno una buona

Opinioni

di Emanuele Calò

 

Sulla scorta di una richiesta che mi è pervenuta, ho esaminato un libro di testo. Si tratta di: Emilio Zanette Generazione Storia 3, Il Novecento, Bruno Mondadori, 2022.

 

Si riferisce che il Regno Unito aveva promesso la formazione di un grande Stato arabo indipendente e che aveva sostenuto la nascita di un nuovo Stato per il popolo ebraico. La descrizione sarebbe dovuta essere questa: c’era stato uno scambio d lettere fra 1915 e 1916 fra Hussein bin Ali, Sharif della Mecca e Sir Henry McMahon, Alto Commissario britannico per l’Egitto. Il Regno Unito promise di attribuire ad Hussein un’area assai estesa, sul cui contenuto e sugli stessi poteri di Mc Mahon, vi sono vedute contrastanti. Sta di fatto che dal Mandato Britannico fu stralciata un’area di circa l’80%, che è stata attribuita ad Abdullam figlio di Hussein, e che costituisce l’attuale Giordania.

 

Dal punto di vista giuridico, è molto più consistente e chiara l’attribuzione agli ebrei di un’area per costruire il loro Stato (si parla di ‘focolare ebraico’) in quanto al posto delle suddette lettere, troviamo una dichiarazione ufficiale del Ministero degli Esteri britannico e, in seguito, il loro recepimento da parte della Società delle Nazioni, antesignana dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, che attribuì un Mandato al Regno Unito affinché realizzasse le condizioni per costituire uno Stato ebraico (nell’originale: un focolare ebraico).

 

Il Manuale – come tanti altri – dopo aver detto che gli arabi respinsero la Risoluzione di Partizione, asserisce che Ben Gurion forzò la situazione e proclamò la nascita dello Stato di Israele”. Sennonché, visto che la parte araba aveva comunicato ufficialmente all’ONU che non accettava l’esistenza di uno Stato ebraico, malgrado l’ONU avesse deciso altrimenti, cosa avrebbe dovuto fare Israele?  Doveva rinunciare allo Stato perché la Risoluzione ONU non piaceva agli arabi? Questo il Manuale non lo dice, e al suo posto introduce la stessa frase anfibologica che si trova in tanti manuali: si limita a dire che gli ebrei non dovevano dichiarare l’indipendenza senza dire il perché.

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Non si dice quale fine avrebbero fatto gli ebrei se la parte araba avesse vinto, eppure erano state annunciate delle misure non da poco. Né si dice che il nazista Mufti di Gerusalemme, svolse un ruolo di leadership negli attacchi.

 

Il manuale dice che centinaia di migliaia di palestinesi dovettero abbandonare i territori in mano israeliana, ma sui profughi ebrei si limita a dire che “erano oggetto di discriminazioni e violenze”, cosa che era sempre successa, ma non dice che furono espulsi.

 

Vien detto che “la questione palestinese assunse la forma di un conflitto fra Stati”. Quando ci fu la guerra civile e l’attacco dei cinque Stati arabi, la questione palestinese non esisteva e ciascuno stava al proprio posto, arabi ed ebrei. La questione palestinese non esisterebbe se gli ebrei non fossero stati attaccati con l’intenzione di sterminarli.  Con tutto il rispetto, questo è un salto logico.  Nessuno Stato arabo attaccò Israele invocando la questione palestinese, bensì la necessità che non esistesse in Medio Oriente uno Stato ebraico. Più precisamente, quando l’ONU decise la creazione di uno Stato arabo e uno Stato ebraico, non passò per l’anticamera del cervello alla Lega Araba che vi fosse una questione palestinese, perché la Risoluzione181/1947 dell’ONU la risolveva e, certamente, non vi erano profughi: semplicemente non volevano uno Stato ebraico. In Italia ha preso piede una visione del conflitto che non corrisponde a quanto realmente svolto, perché al suo posto ne è scaturita una narrazione basata sull’ingiustizia della situazione dei palestinesi. Non vien detto che la Lega Araba nel 1959 e nel 1965, decise con due risoluzioni di non concedere mai la cittadinanza ai profughi palestinesi che, da pochi che erano, col tempo diventarono milioni, assistiti senza limiti di generazioni dall’ONU. È curioso che perfino all’interno dell’ebraismo italiano talvolta non lo si sappia, perché non coincide con la narrazione imperante.

 

Il resoconto della Guerra del 1956 contiene un passaggio importante, in quanto si dice che gli USA e l’URSS bloccarono Israele, senza trarne le conseguenze, che riguardano il contrasto con la narrazione che vede Israele come una pedina americana. Addirittura, l’ultimo numero di Foreign Affairs incorre nello stesso errore, e quindi non si può dar colpa all’editore Bruno Mondadori, ma la verità è che i rapporti tra Israele e gli USA furono molto a lungo problematici.

 

La Guerra dei sei Giorni è citata in modo carente, perché viene attribuita al rafforzamento di Egitto e Siria grazie all’appoggio dell’Unione Sovietica e alle incursioni dei feddayn, guerriglieri palestinesi che attuavano azioni terroristiche, ma non vien detto che Israele agì per prima perché l’Egitto aveva deciso esplicitamente di distruggere lo Stato ebraico, facendo addirittura ritirare le truppe ONU che fungevano da cuscinetto fra i due Stati. Non sembra una narrazione ostile a Israele, ma piuttosto incompleta, sia per la difficoltà di condensare il tutto in poche righe, sia perché la massiccia narrazione antisraeliana ha prosciugato le fonti cui abbeverarsi.  Un riquadro a p. 365 recita “Israele inizia la Guerra dei Sei Giorni”, anziché “Ha inizio la Guerra dei Sei Giorni”, perché l’attacco preventivo israeliano fa seguito a una preparazione palese dei paesi arabi per la guerra, con tanto di spedizioni di ebrei da tutto il mondo per cercare di salvare Israele.

 

Quando si arriva all’espulsione dell’Egitto dalla Lega Araba, per aver fatto pace con Israele, ridiventa centrale il riferimento ai palestinesi, ma andrebbero lette le “resolutions of the Council of the League of Arab States at the level of Arab Ministers for Foreign Affairs, Economy and Finance, issued at Baghdad on 31 March 1979”, inviate all’ONU, dove il riferimento ai palestinesi è strumentale alla distruzione di Israele.

 

Il Manuale fa riferimento, poi, all’insediamento dell’Autorità Nazionale Palestinese in Giudea e Samaria, ma non si dice che lo si deve a Israele e agli Accordi di Oslo (1993 e 1995) sempre promossi da Israele.

 

In un riquadro si dice che una risoluzione ONU chiese senza risultato a Israel di ritirarsi dai territori occupati, mentre in un’altra pagina si dice che l’OLP osteggiò tale risoluzione. Sono testi contrastanti.

 

È poi poco utile asserire che la colonizzazione (sic) di Giudea e Samaria è il principale ostacolo alla pace, se poi non si dice che le proposte israeliane di pace, che comprendevano l’assegnazione di quei territori ai palestinesi, furono sonoramente bocciate dall’autorità palestinese. Lo stesso vale per il resoconto dell’Intifada, dove non si dice che fu il seguito corrivo dei rifiuti della pace da parte palestinese. La causa addotta fu la visita fatta da Ariel Sharon al Monte del Tempio, ossia, una causa religiosa. Forse sarebbe opportuno attribuire al fattore religioso il carattere centrale che riveste, perché si rischia di instaurare nell’inconscio del lettore una visione di lotta fra ricchi e poveri, che è assurda, considerata anche la quantità di israeliani che oggi giorno sono sotto la linea della povertà.

 

Desta qualche interrogativo la spiegazione per cui nel 2007 la Striscia (di Gaza) sarebbe stata isolata dalle autorità israeliane, che ne hanno bloccato le frontiere e l’hanno sottoposta a un embargo economico, ovvero alla sospensione dei Rapporti commerciali con gli altri Stati. 1.800.000 persone sono costrette in un’area di circa 360 km. 2, definita ‘una prigione a cielo aperto’. Si informa pure che periodicamente l’inasprirsi delle tensioni fra Hamas e Israele determina bombardamenti e incursioni militari degli israeliani nella Striscia, che spesso causano morti anche fra i civili”. Non si dice: a) che Israele si è ritirata nel 2005, b) che l’embargo è stato provocato dai massicci attacchi continui  da Gaza con razzi, che si protraggono nel tempo, c) che la densità della prospera Singapore è quasi del doppio, d) che Hamas ha costruito una ragnatela di tunnel per attaccare Israele restando protetta, e) che Hamas è nella black list UE del terrorismo, f) che le tensioni non le crea Israele, che accoglie i gazawi nei suoi ospedali, g) che Gaza non è una prigione a cielo aperto, perché vi sono varchi con Israele e una frontiera on l’Egitto, h) che Hamas ha accusato l’Egitto di gasare i tunnel con i gazawi dentro.

 

Dei riquadri a p. 371 indicano che nel 1948 nasce lo Stato di Israele in Palestina (ma non dice che il termine Palestina non indicava alcuno Stato), si dice che Israele entra in conflitto coi Paesi arabi, quando la verità è che erano i Paesi arabi a entrare in conflitto con Israele. Si dice pure che ‘molti palestinesi sono costretti a emigrare in altri Paesi arabi’ senza dire che oltre 2 milioni di arabi sono rimasti felici e contenti in Israele, mentre tutti gli ebrei sono stati cacciati da tutti i Paesi arabi.

 

In conclusione, non si tratta certamente di rivolgere aspre critiche né all’autore né, di voler instaurare, diciamo, una versione di parte che, oltre ad essere poco etica, si risolverebbe in un approccio scientificamente insoddisfacente.  Sembra più produttivo. senza perdere tempo in una polemica, capire che in Italia l’esame storico delle vicende del conflitto arabo – israeliano è stato sussunto nella categoria ricchi e poveri. Ossia, fra le sofferenze ebraiche (assolutamente ignorate dai media italiani, e non accenniamo certo a questo manuale) e quelle arabe, alla fine ne è venuto fuori un panorama dove la quantità di omissioni finisce per fornire un quadro  insoddisfacente. Sarebbe ingeneroso e meschino prendersela con l’autore del manuale, perché il problema è più vasto. In conclusione: leggendo il Manuale, che impressione ne traggono i destinatari? Potremmo invertire legittimamente la narrazione e fornirne un’altra favorevole a Israele, ma esiste una tale versione nei manuali italiani?

 

I testi scolastici italiani, nella loro quasi totalità, contribuiscono alla comprensione del conflitto arabo – israeliano? Questo dovrebbe essere un problema centrale, che però non è mai stato sollevato da alcuno.

 

 

Foto in alto: Lord Balfour