Il Sionismo sarebbe il peccato originale del popolo d’Israele. E così si travisa la Storia

Opinioni

di Claudio Vercelli

Storia e controstorie: per gli antisemiti di oggi, il Sionismo sarebbe il peccato originale del popolo d’Israele. E così, si travisa la Storia
per poter meglio aggredire e delegittimare

Tra le accuse che vengono rivolte ai «sionisti» (il virgolettato è d’obbligo, riferendosi in questo caso non a dei soggetti storici ma ad una specie umanoide dai tratti spettrali e alieni), in genere trionfano due colpe inemendabili: l’essere dei «razzisti» e il costituire l’ossatura di un colonialismo perenne, al medesimo tempo antico e moderno.
La vicenda del radicamento dell’Yishuv, fino al 1948, con la nascita dello Stato d’Israele, sarebbe la controprova di questo disegno della storia, ancora una volta orientato da agenti della dominazione, questa volta non occulta ma palese. Per non dire del dopo.
In altre parole, il sionismo costituirebbe la continuazione del colonialismo. In fondo, pensano alcuni, le due parole sono simili. Il riscontro di questo apparente stato di cose deriverebbe dal ripetersi della presa colonialista a danno delle comunità palestinesi. Il rinnovarsi della presenza israeliana in Cisgiordania sarebbe quindi il segno incontrovertibile di una volontà di dominio che richiama soprattutto la concezione razzista dei rapporti umani che sottointende.

In altre parole, Israele si comporta in un certo qual modo, in sé assolutamente deprecabile, poiché è intimamente razzista. Chi accampa queste motivazioni lo fa con determinazione implacabile, nella convinzione di essere dalla parte del giusto, a prescindere da qualsiasi riscontro. Ciò che entra in gioco, in un tale ordine di affermazioni, non è quindi la discutibilità delle scelte operate da uno o più governi israeliani ma il fatto stesso che esistano dei governi israeliani e, con essi, uno Stato d’Israele.

Se si fa caso, anche solo superficialmente, alle motivazioni addotte in tale ordine di affermazioni, esse infatti non rimandano ai comportamenti politici quotidiani bensì ad una natura maligna che si accompagnerebbe al manifestarsi della volontà dei «sionisti», essendo essi, nel medesimo tempo, intrinsecamente colonialisti e razzisti. Al netto della opinabilità democratica delle scelte fatte (o non esercitate) dalle classi dirigenti israeliane, nel passato così come nel presente, è bene avere in chiaro una cosa, che invece vale sempre e comunque: nel percorso di colpevolizzazione del sionismo (questa volta senza virgolette) il rivolgergli contro l’accusa di essere ciò che, invece, ha cercato di combattere, è parte di una più generale strategia di delegittimazione della sua stessa radice storica. L’attribuirgli un carattere razzista e una vocazione coloniale non sono elementi che vanno ad aggiungersi alle tante cose dette, più o meno sciocche, più o meno banali che siano. Semmai costituiscono il cuore di un’argomentazione che intende azzerare qualsiasi interlocuzione critica, sostituendovi la sistematica e implacabile aggressione verbale. Che, a sua volta, diventa il viatico per eliminare, in prospettiva, la specificità ebraica. Il repertorio ideologico che sta dietro a queste affermazioni, infatti, identifica nella stessa nascita di uno Stato degli ebrei una sorta di “peccato originale”, al quale si può storicamente emendare in un solo modo, ovvero cancellandone la storia e i suoi risultati. Pare evidente che nel parlare di «entità sionista», caricata di tutte le peggiori nefandezze e nequizie, da almeno settant’anni a questa parte si rinnovi una sorta di guerra figurata, fatta anche con le armi di una nuova e inesauribile immaginazione, nella quale l’ossessione antiebraica assume inedite e più rispettabili vesti. L’abbiamo detto e ripetuto molte volte ma, evidentemente, non è bastato: in ogni epoca l’antisemitismo si è rivestito dei panni della denuncia di una malignità, quella semita. Mai di sé ha riconosciuto d’essere invece brutale pregiudizio, semmai rappresentandosi sempre e solo come il lamento di un’indifesa maggioranza, aggredita e soggiogata da una minoranza tracotante. Quest’ultima, tale perché non saprebbe stare al «suo posto», quello assegnatogli dalla storia, ossia nel sottoscala dell’umanità. Le accuse di razzismo e di colonialismo stanno ad Israele così come quelle di deicidio e del ricorso al sangue cristiano stanno storicamente all’ebraismo. Non sono il prodotto di un riscontro fattuale ma lo stravolgimento, al contempo tragico e involontariamente comico, degli eventi. E costituiscono tra i più pesanti elementi di condizionamento in una qualsiasi ipotesi di dialogo a venire, poiché ne negano la sua stessa necessità.

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