Dopo i fatti dell’Elfo, il chiarimento di Elio De Capitani

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Elio De Capitani, indirizzata a Gionata Tedeschi e Fiona Diwan, direttore di Mosaico e del Bollettino della Comunità ebraica di Milano. La lettera è stata inviata da De Capitani, direttore del teatro Elfo Puccini di Milano, a seguito della pubblicazione su Mosaico della cronaca delle contestazioni anti-israeliane avvenute sabato 17 novembre al Teatro Elfo Puccini, durante la presentazione dell’ultimo libro di David Grossman, “Caduto fuori dal tempo”.

Ho chiesto i vostri recapiti a Sami Sisa, mio compagno di scuola, anzi, di classe,  al Liceo Vittorio Veneto. Vi scrivo perché  dopo aver letto il vostro articolo su Mosaico, sono rimasto turbato per le differenze nelle letture che abbiamo della serata all’Elfo e del mio comportamento: capisco il vostro stato d’animo ma ho cercato subito David per chiedergli di scrivermi due righe  – per farvi sapere le parole che – per ben tre volte  – mi ha detto l’altra sera nel ringraziarmi per come ho gestito la situazione.

Ma David era già a casa in Israele, di scrivere non se la sentiva, era ovviamente già incollato davanti al televisore con sua moglie Michal a seguire quel che succede. Ha detto che potevo riferire le sue parole tranquillamente e  le parole di David mi hanno di nuovo rinfrancato.

Dice che mi sono comportato splendidamente, che la situazione era molto difficile, che ho praticato l’opzione migliore e l’unica forse possibile, per non innescare uno scontro peggiore, che invece ho disinnescato,  con grande fermezza, che non era d’accordo nel mandarli via e che inoltre sarebbe stato peggio, che alla fine, grazie al mio intervento, ha potuto parlare e dire quello che pensava in serenità: e aggiungo io, soprattutto quello che ha detto sull’uso inequivocabilmente improprio del termine genocidio – un’accusa rivolta a d Israele – che ha respinto con fermezza ma senza il bisogno di alzare la voce, perché il silenzio attorno a lui era tornato, rispettoso e commosso, come era stato fino ad allora. (Ho visto che avete messo il video di questo suo ultimo intervento sul nostro sito).

Ci tiene anche a dire che hanno interrotto un evento culturale e non aveva nessuna connotazione politica e questo gli è dispiaciuto.  Anch’io sono molto dispiaciuto: lo preparavo da giorni. Sono dispiaciuto per l’interruzione non per mancanza di rispetto verso i morti e per il dolore che le persone che manifestavano volevano rappresentare, ci mancherebbe: ma perché è l’odio che uccide in quelle terre ed è l’odio il mio nemico, non ebrei o palestinesi. E l’odio va combattuto, ma non con l’odio – anche se si capisce perché spunta l’odio. “Per sangue spanto si spanda altro sangue, è antica legge” “A parola di odio risponda parola di odio” dice il Coro delle Coefore di Eschilo, mostrando di essere già portatrici nascoste del ruolo di Coro delle Erinni nel successivo Eumenidi. E’ proprio il trasformare le Erinni in Eumenidi il lavoro della democrazia. Ho dedicato anni a mettere in scena l’Orestea di Eschilo nella traduzione di Pasolini proprio per parlare di questo. Far votare le persone l’altra sera aveva un significato catartico, non demagogico. Ed è stato un muro civile di mani alzate, non “alzare le mani” nelle altre due accezioni: fare a botte e arrendersi. Abbiamo scelto il modo migliore di alzare le mani, non trovate?

Veniamo ad una cosa che mi sta particolarmente a cuore.

Ma come potete pensare che  noi dell’Elfo ed io si sia potuto ordine una trappola simile ai danni di David Grossman, un uomo che combatte l’odio anche per me, per tutti noi?

Un altro evento si è svolto quella stessa sera, piccolo ma molto bello e importante,  nella sala accanto e parallelamente all’incontro con David Grossman: un laboratorio di marionette per bambini sulla shoah. Questo è l’Elfo, non un altro. Quello che per dieci anni ha portato a Milano L’Istruttoria di Peter Weiss,  nel bellissimo e conturbante allestimento della Compagnia del Collettivo di Parma – anche lo scorso anno. Un lavoro silenzioso, ma importantissimo.

Ragionate, vi prego. Come potete pensare quello che ha avete scritto di me e di noi? Con mia moglie Cristina Crippa ci siamo preparati a questo incontro studiando la lettura dei testi di David: e non sono testi impersonali, bensì versi di una difficoltà emotiva tale da mettere alla prova me, Cristina e i nostri quaranta anni di esperienza sul palcoscenico.  Quando c’è stata l’ interruzione avevo da poco finito di leggere il pezzo più difficile, il finale. Era una sfida quasi impossibile diventare David che parla a suo figlio, in quella specie di corsa finale per riportarlo in vita, donando il suo stesso corpo come casa di carne e di organi perché Uri potesse ancora fare tutte le cose che si fanno nella vita e prima di tutto respirare e dire “io”.

Ma voi potete immaginare che cosa deve chiedere un attore a se stesso per arrivare fino a laggiù con David, e davanti a lui, per lui (per voi che ascoltavate) con le sue parole? Non credo esita un essere umano tanto doppio da fare tutto questo mentre sa che in sala ci sono delle persone che stanno per saltare su a fermare David. E la prima parola che è uscita dalla loro bocca, in platea è stata “Sei falso”, e mi ha ferito come se fossi lui. E ho discusso di questo con loro, quando voi mi avete immaginato complice: la mia modalità era pacifica – l’avete scambiata per complicità – ma sono stato chiaro e netto con loro. Il resto del compito che mi sono dato è che non ci fosse violenza fisica e che David Grossman potesse concludere la serata con le sue parole, come è stato.

Ora devo dire un’altra cosa, e spero capiate il senso delle mie parole: il valore dell’arte va salvato, mai messo tra parentesi anche di fronte alle polemiche, men che meno di fronte agli insulti e agli scontri.

Mi ferisce anche un po’ – pur capendovi, pur capendo cosa deve essere per voi quel che è accaduto – che voi regaliate tutta la serata a chi ha interrotto David per manifestare, sottraendola, nel resoconto, a lui, al suo libro, a chi gli è stato accanto per  aiutarlo a dare vita alle sue parole, per voi che eravate lì.  Per quel che mi riguarda, è un errore, è più dargliela vinta così! Anche la foto che mettete, uccide la serata e la fa diventare solo quei minuti di interruzione.  Se fossi in loro, considererei quell’articolo un vero trionfo, mentre molti dei presenti hanno visto ben altro quella sera e lo conservano nel ricordo.

Che errore non dire una parola di una bellissima serata, che pure è accaduta, di una serata  cominciata con un omaggio molto toccante a David, con il canto di Francesca Breschi dell’ Outis musicato da Giovanna Marini per la mia Orestea pasoliniana, un canto straziante, che ha aperto una serata in cui David, con una lucida pacatezza,   raccontava la sua lotta: una lotta con il dolore per cercare di tornare alla vita.

L’intervista a David è stata davvero molto bella – ci ha fatto entrare dentro i suoi anni bui, senza che uscisse da lui una sola parola di odio. Le due letture dell’inizio  e della fine di Caduto fuori dal tempo hanno sorpreso persino chi aveva lavorato per mesi sulla traduzione, sull’editing:   e più che dagli intensi applausi alla fine,   sono state premiate dal silenzio teso e partecipe durante la lettura,  che saldava palco e platea alle parole di un grande scrittore. Lui stesso è stato molto colpito e ci siamo abbracciati e baciati  con grande affetto e calore, alla fine della prima lettura.

No, no, no. Non si può assistere a una simile serata e pensare che io, che noi,  stessimo aspettando che qualcuno si alzasse dalla platea ad insultare David e che li avessimo fatti addirittura accomodare noi in prima fila.

Chiarisco:

– dite che avevate l’impressione che conoscessi le persone in sala ma non conoscevo le persone in sala, solo una di esse ha detto ad alta voce che mi conosceva perché aveva fatto anche lei il Vittorio Veneto.

– se erano nei posti anteriori (laterali) credo fosse perché Mondadori ha tenuto fino all’ultimo alcuni posti in più per i suoi invitati.  Poi li  hanno liberati dato l’afflusso e la coda fuori e sono stati occupati per ultimi. La vostra sgradevole sensazione quindi non ha fondamento, e vi prego davvero di credermi. Il teatro non aveva suoi posti riservati e non credo che ora vogliate sospettare di Mondadori.

Il personale del teatro è invece intervenuto subito, cercando di fare il possibile – capisco che non ve ne siate accorti perché erano solo in tre o quattro, con le loro buffe  magliette a righe, più  il direttore di sala,  che ha anche molto insistito – senza successo – per far scendere la donna che  si era seduta sul palco,  la signora con la maglietta rossa con la bandiera palestinese.

Ma le nostre sono maschere teatrali, non un servizio d’ordine! Non sono neppure autorizzati a fare i buttafuori, ad  allontanare una persona se questa si oppone.  Le nostre sono maschere miti, non militi. E sono ben formati e aggiornati nei corsi sulla sicurezza anti-incendio e sicurezza sul posto di lavoro: ma non fanno corsi per buttafuori.

David parlava di andare per un centimetro dentro il muro invalicabile della morte per prendere contatto con quello che c’è al di là, e noi dobbiamo tentare ad andare di un centimetro oltre, verso i vivi: l’unico modo per iniziare un dialogo è sapersi, sempre, immedesimare anche con chi non è d’accordo con noi… La pace si fa con i nemici, diceva Rabin.

Nella versione dei fatti di quella sera che avete dato non si sono riconosciuti molti dei presenti: mentre David firmava i libri, moltissime persone sono venute a ringraziarmi per quel che avevo fatto – ho avuto davvero molto calore dal pubblico –  avevano capito la cosa come me e David. E molti mi hanno scritto dopo, sempre per ringraziarmi. A parte il vostro articolo – che per me è stata una doccia fredda – non ho ricevuto una sola mail o parlato con chi avesse da rimproverarmi di qualcosa. Ho anche ricevuto dei commenti molto sconcertati dopo la lettura del vostro articolo, ma sono tutti di persone dell’Elfo o vicine all’Elfo e quindi potrei dire che hanno troppo fiducia in me  e mi conoscono, potrebbero sembrare non oggettivi: ma tutti gli altri quella sera stessa? E le mail ricevute in biglietteria, in gran parte di sconosciuti?

Ecco, vi ho scritto, ho parlato al telefono con gran piacere a Gionata Tedeschi dicendo più o meno queste stesse cose, parlerò con chiunque mi chieda un confronto personale e cercherò anche di vedermi con Gionata, se ce la faremo. Con Sami Sisa abbiamo già passato ore al telefono, a parlare di tutto quel che sta accadendo, non solo dell’episodio all’Elfo. E con tanti altri, in questi giorni. Ma di parlare non mi stanco mai, con nessuno. Ho ancora un po’ di fede nella parola.

Elio De Capitani