Caro professor Amato, sulla Lobby non ci siamo

Opinioni

Gentile professor Amato, ho letto con attenzione la sua ampia intervista concessa ad Aldo Cazzullo e pubblicata sul Corriere della Sera lo scorso 27 gennaio, a seguito della vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi.
Ho apprezzato il suo richiamo sulla responsabilità dell’Unione europea nel non aver controllato i finanziamenti dati all’Autorità Nazionale Palestinese, soldi utilizzati per promuovere “un sistema educativo in cui circola letteratura antiebraica in stile anni ’30”.
Condivido meno il suo giudizio, un po’ affrettato forse, sulla politica israeliana degli omicidi mirati così come sulla barriera di sicurezza, che ha ridotto di oltre il 90 per cento le azioni terroristiche palestinesi e ha consentito al primo ministro Sharon di compiere il ritiro da Gaza.
Mi ha amareggiato soprattutto leggere, proprio il 27 gennaio 2006, il suo richiamo alla “lobby ebraica americana” che avrebbe “condizionato e influenzato” Washington su posizioni “estreme”. “La lobby ebraica”: un’espressione che potrebbe richiamare alla mente la teoria antisemita del complotto ebraico, tesi peraltro spesso evocata in questi anni non solo da parte del presidente iraniano Ahmadinejad, ma anche da diversi politici nel nostro Paese. Mi auguro che lei riesca a trovare i modi e le forme per puntualizzare meglio il suo pensiero.
Negli Stati Uniti, dove le lobby sono legali, operano diversi gruppi di pressione filoisraeliani, spesso su posizioni variegate e contrapposte, dai più pacifisti a quelli più vicini a Netanyahu.
Una sola “lobby ebraica americana” semplicemente non esiste e semmai Bush in questi anni non ha seguito quelli che lei definirebbe i gruppi “estremi”, ma proprio contro questi ha appoggiato la scelta del governo israeliano di lasciare Gaza.

Yasha Reibman
portavoce della Comunità ebraica di Milano

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