Un’opera ponderosa sulla Bibbia, con una (grave) lacuna: la lettura ebraica del Tanakh è del tutto marginalizzata

Libri

di Ugo Volli

[Scintille. Letture e riletture] Non c’è titolo più sicuro e rassicurante, nella storia dell’intera letteratura, di Bibbia: dal greco tà biblia, i libri per antonomasia, tutti i libri, almeno tutti quelli che stanno a fondamento della vita umana- e non altri.

È un titolo per l’insieme dei testi sacri, adottato piuttosto tardivamente dalla Chiesa. Ma anche l’ebraico Mikrà (lettura, proclamazione) è altrettanto assertivo: ciò che si deve leggere. E però, ben al di là del loro nome, le Scritture sono state oggetto di discussioni e contese. I saggi della Grande Assemblea dibatterono a lungo prima di ammettere il Cantico dei Cantici, l’Ecclesiaste, il Libro di Esther e rifiutarono invece altri libri che poi furono accolti nel canone cristiano, come quelli dei Maccabei o la Sapienza. I cristiani modificarono non solo l’elenco, ma l’ordine e spesso il testo di certe opere. Soprattutto aggiunsero il “Nuovo Testamento” e alla luce di questo pretesero di leggere tutte le Scritture precedenti come anticipazione della loro religione, accusando di incomprensione la lettura testuale praticata nelle sinagoghe. I maestri del Talmud fecero rimarcare gli errori di traduzione della “Settanta” su cui si basavano i cristiani. Insomma, anche se si bada solo al testo e non ci si allarga alla teologia, non vi sono letture “innocenti” e non controverse della Bibbia; aprendone una pagina ci si trova sempre immersi in tradizioni culturali e religiose specifiche, che hanno fatto le loro scelte anche testuali non a caso.

Bisogna prendere atto di tutto ciò prima di parlare dell’ultima lettura che ci viene proposta della Bibbia, anzi della sua parte ebraica, che da sempre gli ebrei chiamano Tanakh, dalle iniziali delle sue grandi sezioni (Torah, Neviim, Ketuvim, cioè il Pentateuco, i Profeti e gli Scritti). Si tratta di Il libro di tutti i libri, appena pubblicato da Adelphi: un altro titolo molto definitivo, che l’autore, Roberto Calasso, ha tratto da una citazione di Goethe. È un volume corposo, di circa 500 pagine, scritto con quella sapienza stilistica, quella ricchezza di riferimenti a una cultura vastissima e quella nitidezza assertiva di pensiero che è caratteristica di Calasso: la “decima parte di un’opera” senza nome, come dice il risvolto di copertina, cioè una raccolta che comprende i libri di Calasso sulla mitologia greca e quella indiana, su Baudelaire e su Kafka, con il progetto implicito di produrre una immensa perifrasi sui grandi tentativi umani di comprendere narrativamente la realtà. Ora è la volta della Bibbia.

Anche del Tanakh Calasso scrive una perifrasi colta ed elegante, ritmata in paragrafi autosufficienti, che talvolta hanno l’intensità degli aforismi, talaltra si distendono in brani narrativi o di pensiero più vasti. Calasso non giustifica mai le sue scelte interpretative, non le enuncia neppure nelle laconiche note alla fine del volume che contengono solo rimandi al testo biblico. Non vi è bibliografia, non si dice quasi mai perché la narrazione faccia emergere certe interpretazioni o certe storie e non altre. Spesso Calasso si limita a riprendere (benissimo) gli episodi biblici, ogni tanto sceglie qualche interpretazione più complessa, citando Ceronetti, Freud, Kierkegaard, Simone Weil, un paio di volte Maimonide e Cassuto ma mai Rashì, Nachmanide o Ibn Ezra, e neppure Spinoza o Wellhausen, per fare alcuni nomi determinanti nella storia dell’interpretazione della Bibbia nel mondo ebraico e in quello occidentale.

Non si nomina nel testo mai il Talmud, una volta genericamente il Midrash e un’altra volta il luogo della Mishnah in cui si discute se il Cantico dei Cantici “sporchi le mani”, cioè faccia parte dei testi sacri. Non si spiega perché Il libro di tutti i libri cominci dall’unzione di Saul, prosegua con le storie dei re fino a Giosia, poi riparta da Abramo fino all’Esodo, discuta del Mosè di Freud, per passare solo qui al racconto della creazione, ma poi di nuovo ai re con Ezechiele, alla distruzione del Tempio e al Messia, ignorando quasi Esther, Giobbe, Giona, Sansone, Korach, Miriam. Un percorso tortuoso e ricco di salti che funziona attraverso rimandi locali, ma di cui è arduo ricostruire la mappa o le ragioni.

Una cosa è chiara, lo sfondo culturale di Calasso è quello della cultura cristiana, quel che si racconta di nuovo è “l’Antico Testamento”, non il Tanakh. Non solo perché il libro cita solo dalla traduzione latina della Vulgata e qualche volta dal greco dei Settanta, lodando spesso la loro eleganza, senza cercare quasi mai di risalire al testo originario ebraico. Né perché usa continuamente la vocalizzazione moderna del Tetragramma come nome divino, per l’inserimento nella parafrasi di testi non canonici per Israele, o per l’incertezza di tutti i riferimenti alla tradizione e alla liturgia ebraica. È il quadro concettuale, il riferimento saltuario ma significativo a Gesù di Nazareth come compimento e senso ultimo delle vicende bibliche e delle istanze etiche che esse sollecitano (per esempio sui sacrifici, sul problema di Amalek, sullo herem), che tradisce un filtro preciso dello sguardo di Calasso, l’impossibilità di un rapporto diretto con una tradizione che pure lo affascina, ma che conosce solo di seconda mano, in traduzione, e dunque è inevitabilmente deformata nella sua identità di fondo e limitata a uno strato narrativo di superficie. Naturalmente tutte le letture della Bibbia sono legittime, e vi è una ricca tradizione ermeneutica anche da parte cristiana; questa di Calasso è colta, sottile e intelligente, ma forse non del tutto consapevole della propria origine e dei propri limiti, del perché il contributo di pensiero ebraico non gli appaia particolarmente significativo proprio a proposito del testo fondativo di Israele. Insomma, per chi conosce anche solo un po’ la ricchezza intertestuale del trimillenario, ininterrotto commento ebraico alla Torah, è difficile sottrarsi a una sostanziale insoddisfazione, come se il nucleo concettuale e narrativo della Torah apparisse sì, ma in qualche modo appannato e banalizzato in questo Libro di tutti i libri.

 

Roberto Calasso, Il libro di tutti i libri
Adelphi, pp. 555, € 28,00

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