Una storia dei marrani

Libri

La Giuntina ci ha da tempo abituati ai volumi di non grandi dimensioni della collana principale, quella intitolata a Schulim Vogelmann, anche se ormai siamo piacevolmente abituati anche allo stile molto diverso della collana di narratori israeliani contemporanei, che pubblica romanzi sempre di grande interesse e di intrigante lettura. La semplicità e il rigore grafico della collana “Schulim Vogelmann” non solo la rendono subito individuabili sui banchi delle librerie e sugli scaffali delle biblioteche casalinghe (e il passare degli anni non fa che renderne più evidente la sobria eleganza, ma la rende anche quasi un unicum nel panorama editoriale italiano così affannato a cambiare quanto più in fretta possibile le grafiche, i formati, il nome delle collane ).
Ma al di là di queste considerazioni questi volumi, sempre di dimensioni e di numero di pagine contenuti (è piacevole infilarseli in tasca per tirarli fuori in un momento di relax o in viaggio sulla metropolitana, per una pausa di lettura mai banale) ci offrono spesso dei libri che sono veri e propri gioiellini e che meriterebbero sicuramente una maggiore attenzione da parte della stampa e dei mass media, sia quando si tratta di testi narrativi (tra i tanti esempi possibili si pensi solo ad Appelfeld) sia quando si tratta di saggistica come nel caso di questo volume.

Che è una raccolta di testi di conferenze sui marrani, ma con una particolarità che lo rende non solo unico, ma di straordinario interesse: sono testi scritti da un ebreo tedesco che nel 1933 lasciò la Germania per rifugiarsi in quella che allora era la zona libera della Saar. Dopo l’annessione della Saar al Reich nel 1935 si rifugiò ad Amsterdam. Nel 1940 riuscì a far espatriare la madre in Argentina ( e fu lei a donare i manoscritti del libro al Leo Baeck Institute dopo la guerra), pensò di arruolarsi volontario nell’esercito inglese, ma alla fine rimase in Olanda, in clandestinità e si pensa che dopo il settembre 1942, fosse assegnato ad uno dei primi trasporti che arrivavano ad Auschwitz, dove la morte era in attesa.

E queste conferenze furono pronunciate nell’estate del 1940, probabilmente in un circolo di emigrati. E Heymann scorge forti parallelismi tra la storia dei marrani e l’assimilazione degli ebrei nelle società europee nel secoli XIX e XX e, soprattutto tra l’agire dell’Inquisizione spagnola e le persecuzioni scatenate del regime hitleriano.

La chiave di lettura che Heymann dà della vicenda marrana è essenzialmente di tipo sociologico, con molta attenzione per i risvolti economici, una lettura molto influenzata dalle tesi di Sombart e quindi dalla sociologia classica tedesca del primo ‘900. Per Heymann i marrani sono un “fenomeno” sociologico autonomo, totalmente distinto dall’ebraismo. Egli ne parla infatti come di gruppi “cattolici” (ciò che dal punto di vista formale erano sicuramente), su posizioni diverse e con interessi diversi rispetto al mondo ebraico, specialmente in quello che è il loro periodo d’oro, cioè quando sono ancora “cristianos nuevos” e sotto questa veste conquistano posizioni di grande rilievo in Spagna, sia dal punto di vista politico, che anche da quello ecclesiastico! Infatti numerosi anussim, i convertiti a forza, o i loro figli assurgono ad importanti posizioni sia politiche, che finanziare, e (paradossalmente) ecclesiastiche, con lunghi elenchi di vescovi, nel periodo dal 1550 al 1650.
La storiografia ebraica dell’epoca di Heymann (Dubnow e Graetz in primo luogo) non operava invece una distinzione netta tra ebrei e marrani, considerando questi ultimi semplicemente come cripto-ebrei. Questa identificazione, secondo l’autore del libro, avviene invece solo dopo le persecuzioni della seconda metà del Seicento e con la possibilità di trovare rifugio in città e Stati (protestanti o l’Inghilterra anglicana o la Livorno dei Medici) in cui possono liberamente tornare a professare la religione dei loro padri e delle loro madri.
E negli ultimi capitoli Heymann espone anche le particolarità, le credenze, le tradizioni religiose che si sono sedimentate nel corso dei secoli nel mondo dei discendenti degli ebrei sefarditi costretti all’abiura, la difficoltà a mantenere vive tradizioni ebraiche senza possibilità di renderle pubbliche, e con grandi difficoltà anche nel tramandarle.

Ed espone anche le singolari contaminazioni, come il culto di santa Ester, festeggiata per tre giorni con un digiuno parziale (come quello cattolico), oppure l’uso di mettere in bocca ai defunti una moneta, un uso greco. Punti fermi rimanevano il rifiuto di mangiare carne di maiale, l’uso di salare e lavare le altre carni prima di consumarle, di vestirsi con gli abiti migliori nel giorno di sabato, e, spesso, di accendere le candele la sera del venerdì (nascondendo la luce dietro le tende più spesse, per non farle scorgere ai vicini). Molto difficile e poco praticata era la circoncisione, per ovvie ragioni.
E poi si parla di una comunità di tradizione marrana scoperta per caso nel 1917 da un ingegnere minerario ebreo polacco, che viveva a Lisbona nel nord del Portogallo. E negli anni 30, con le comunicazioni stradali ed automobilistiche dell’epoca Heymann si reca a visitare questa comunità. Che esiste anche oggi, dopo che nel Portogallo salazarista non se ne erano più avute notizie. Ed alcuni anni fa una puntata della trasmissione televisiva Sorgente di Vita fu dedicata proprio ad una inchiesta tra i marrani portoghesi, che nel frattempo avevano avuto modo di rendere pubblica la loro esistenza. Alcune avevano ri – abbracciato la fede degli avi, altre erano rimaste cattoliche con tradizioni particolari, altre avevano cercato di definire una propri identità “marrana”.

Dietro i testi pubblicati in questo volume stanno lunghe ed accurate ricerche storiche che Heymann portò avanti per scrivere un romanzo che ebbe, alla sua uscita, uno insperato successo, e in previsione della stesura di una trilogia successiva, che non ebbe modo di vedere la luce.
Ma lo straordinario interesse del volume, oltre che nella ricca documentazione che l’autore aveva raccolto e che espone in forma di conferenza, quindi senza troppi rimandi bibliografici, ma che si avverte chiaramente leggendo il testo, sta in realtà nella doppia chiave di lettura di questo libro.
E’ una accurata indagine sociologico-storica sul fenomeno del marranesimo tra Cinquecento e Settecento, con una visuale diversa da quella di analoghi studi sull’argomento.
Ma al tempo stesso è anche una riflessione su quello che era, drammaticamente, l’oggi del suo autore: l’assimilazione con le sue conseguenze, anche in termini di conversioni al cristianesimo, ela persecuzione nazista degli ebrei che non aveva ancora assunto la forma sterminatoria della Shoah, ma che aveva già dato ampia prova di sé tra la sostanziale indifferenza delle grandi potenze europee e degli USA.

Un doppio piano di lettura dunque, un discorso che si sviluppa sul piano rigorosamente storico- sociologico, come già detto, ma che si intreccia continuamente con riferimenti, talora espliciti e più spesso impliciti, ad una attualità drammatica; un discorso che forse voleva essere un richiamo forte , quasi profetico, ad una presa di coscienza di quanto sarebbe accaduto di lì a poco.
Non avremo mai modo di saperlo, ma questo libro è qui, ad interrogarci.

FRITZ HEYMANN – MORTE O BATTESIMO. Una storia dei marrani. – GIUNTINA, pp. 153, euro 13,00

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