«Siamo creature in bilico, tra desiderio di indipendenza e paura della solitudine»

di Marina Gersony

«Non c’è donna che non si sia posta, almeno una volta, la domanda: che tipo di vita farei se fossi un uomo?» Così è nato il nuovo libro di Nicole Krauss. Un’intervista esclusiva

 

È sempre un’occasione preziosa parlare con Nicole Krauss e anche solo per una mezz’ora. Ogni volta le sue parole risuonano rapide e incisive; parole che fanno riflettere grazie alla capacità della grande scrittrice americana di coniugare empatia e profondità. I suoi libri, con le dovute differenze, affrontano di volta in volta temi potenti legati allo spirito del tempo che si intreccia con il passato; storie individuali e insieme collettive che toccano le nostre vite, le nostre paure esistenziali, i nostri dubbi e le nostre incertezze; storie che svelano sentimenti sotterranei spesso inespressi, soprattutto in questo periodo così complesso che l’umanità intera sta attraversando.
L’abbiamo incontrata a Milano in occasione della presentazione del suo ultimo libro (Essere un uomo, trad. Federica Oddera, Guanda, pp. 276, euro 19,00) che questa volta esplora l’universo femminile attraverso storie di donne provenienti da vari luoghi nel mondo; donne dalle personalità sfaccettate che scoprono se stesse, si interrogano e affrontano (o non affrontano) a modo loro certi abissi dovuti spesso all’incomprensione che intercorre tra realtà maschile e femminile: «dall’infanzia alla vecchiaia, passando attraverso l’adolescenza, la consapevolezza della sessualità, o il meraviglioso annunciarsi di una nuova vita», come recita puntualmente la quarta di copertina.

Perché questo titolo?
Il titolo è venuto da sé, è la conseguenza di mie riflessioni, di quello che sentivo e stavo vivendo in quel momento. Non avevo pianificato nulla, non avevo un soggetto particolare, ho semplicemente scritto quello che mi interessava. Ho scritto in una nuova fase della vita in cui ero molto interessata a capire cosa significasse essere una donna, il rapporto con se stesse, l’amicizia femminile, la maternità, ma anche dei rapporti delle donne con gli uomini, con i loro padri, i loro figli, i loro amanti, i loro amici. Penso che non ci sia donna che non si sia posta questa domanda almeno una volta alla settimana, ossia che tipo di vita farei se nascessi uomo, cosa sarebbe essere un uomo. Sono temi universali affrontati in questo libro, la continua lotta tra la solitudine e lo stare insieme, l’essere indipendenti e lo stare in coppia; una condizione che pone diversi interrogativi su quali siano i vantaggi di entrambi gli stati e quale sia il passaggio tra uno stato e l’altro. Sono molte le domande, talvolta anche scomode, che emergono e che emergevano durante la scrittura. Di sicuro non cercavo risposte, era sempre un’improvvisazione, un processo intuitivo.
È arrivata a delle conclusioni?
Penso che tutte le nostre vite fluttuino intorno a interrogativi di questo tipo, tutti hanno delle aspettative che oscillano tra la stabilità nello stare dentro a una relazione, una coppia e una famiglia e il prezzo da pagare in termini di libertà e di indipendenza. Ogni persona si trova prima o poi in questo stato, ognuno anela ovviamente alla libertà e all’indipendenza dalla propria famiglia, ma poi vuole anche ritornare alla stabilità, per poi magari abbandonarla di nuovo e talvolta ri-volerla con l’avanzare dell’età. È un continuo andare avanti e indietro tra diversi stati nel corso dell’esistenza.
Secondo lei questo stato oscillante è una caratteristica tipica della nostra società o è sempre stato così?
«Penso che sia nella natura umana.
Siamo l’unica specie consapevole del fatto che il nostro destino è cambiare. Gli animali, credo ma non ne sono certa, non sono consapevoli di un’evoluzione nel loro destino, noi invece ne siamo consapevoli, per questo vogliamo dei cambiamenti. Tuttavia, proprio perché siamo animali intelligenti, ci rendiamo conto che la nostra sicurezza deriva anche da tutto ciò che è sempre uguale e conosciamo. Quindi, se da un lato aspiriamo a dei cambiamenti, dall’altro ne abbiamo paura. Questo dualismo è innato nella natura umana.
È un libro esistenziale?
Penso di essere un’existential writer. Mi piace tuttavia scrivere e confrontarmi con personaggi vivi, reali e di cose che succedono realmente. Allo stesso tempo sento l’urgenza di pormi degli interrogativi sulle questioni umane più evidenti, in questo senso sono esistenzialista.
Omo, etero, bisessuali, transgender, queer… oggi esistono sempre di più tipologie di unioni diverse da quella convenzionale. Fa parte dell’evoluzione?
Guardiamo soltanto a come si è evoluto il matrimonio negli ultimi secoli. Un tempo ci si sposava secondo accordi finanziari ed economici, poi è intervenuta una narrativa all’insegna del romanticismo e dell’amore. All’inizio non era così. Questo ha cambiato radicalmente l’attuale istituzione del matrimonio a cui eravamo abituati e che conoscevamo, ossia la struttura di una famiglia classica, uomo-donna-bambini, basata su convenzioni religiose, tradizionali e di credenze, e che oggi si è trasformata in qualcosa di nuovo e di diverso, con una tendenza che, sono sicura, non si fermerà qui. Penso che una pressione così intensa sulla famiglia-nucleo classica, considerata come un’entità separata dalla società, non sia necessariamente sinonimo di felicità, di crescita e di libertà; non penso che un matrimonio che dura tutta una vita corrisponda a tutti i costi a un concetto di stabilità, perché noi evolviamo, cambiamo, è dura rimanere immersi in una realtà che dura oltre 60 anni come hanno fatto i nostri nonni e bisnonni. Penso che tutto ciò sia destinato a cambiare, basta vedere la generazione che ha dieci anni meno di me e di come sia cambiata radicalmente in questo senso. Non so dire se sia una generazione più felice, l’era digitale ha cambiato molte cose, la vita digitale ha allontanato le persone, non so se siano necessariamente più felici in termini di una togetherness, ossia del piacere di stare insieme che non implichi matrimoni o convivenze, vedremo, tutto cambia. La vita è più complicata.
Quanto c’è di lei in questo libro?
Il mio lavoro è molto personale, ma non autobiografico. Non amo la mia autobiografia, la mia vita è noiosa, ma lavoro di immaginazione, sperimento le vite degli altri, mi identifico, mi immergo in altre esperienze, come quella di provare a essere un uomo, un altro da me. Poi le elaboro e le racconto».

Un libro dunque attualissimo quest’ultimo di Nicole Krauss, in cui ogni lettore potrà identificarsi e trovare qualche connessione con il proprio vissuto, dai divorzi improvvisi e sorprendentemente amichevoli di genitori “moderni” a storie (molto più diffuse di quanto non si possa credere) come quella di una studentessa tredicenne che scopre che la sua amica ha avuto un incontro pericoloso con un uomo più vecchio di lei… e sempre la stessa studentessa, una volta adulta, che osserva con paura e forse un po’ di invidia la reazione della giovanissima figlia agli sguardi degli uomini e non solo… Ma è anche un libro – come lo sono quelli della scrittrice – con una visione prettamente ebraica che si stempera di volta in volta in richiami laici, filosofici, culturali o spirituali.

«La mia identità è ebraica. Mi sento profondamente ebrea a partire dalla mia geografia, un’appartenenza e un legame con le mie radici e i territori della mente e del cuore dai quali non posso prescindere. Provengo da tanti luoghi e questo libro, che si snoda tra Israele, l’Europa e New York, è il frutto della mia esperienza di vita ma è anche legato alla mia identità ebraica, al mio ebraismo e alle tradizioni che voglio mantenere. Tuttavia, oltre a onorare sempre la Memoria e il passato ebraico, aspiro anche, come alcuni personaggi dei miei racconti (non entriamo volutamente nei dettagli per non spoilerare, ndr), a vedere tutti gli esseri umani liberi. Oggi come in futuro».