Se il tradimento si cela nel destino di ciascuno

Libri

di Fiona Diwan

71oNfYzmMkL._SL1353_«Quasi tutti gli uomini attraversano lo spazio della vita a occhi chiusi, perché se solo li aprissimo per un istante ci sfuggirebbe da dentro un urlo tremendo… Nessuno ha mai scelta. Siamo tutti in balia di forze che fanno di noi ciò che vogliono». Poche frasi per suggerire il tono interiore della storia, quattro protagonisti avviluppati in un incantesimo notturno tra le pietre di una Gerusalemme pallida e quasi livida, in balia di spinte che li trascendono e su cui non esercitano nessun potere. Anche qui, tenebra, amore, sensualità, morte e resurrezione, come accade abitualmente nei suoi romanzi. Amos Oz ama le parole e le usa sempre con larghezza, senza esitazioni. Come l’anziano protagonista del suo ultimo romanzo, Gershom Wald, anche Oz sa che la vita ci conduce nella vasta periferia del dolore e della perdita, e che pur di sopravvivere finiamo per rattrappirci e farci piccoli, per sentire meno male quando un altro colpo arriva. Oz tesse così un romanzo che è un elogio del tradimento come filo ritorto ed esile da cui si diparte la tessitura di ogni esistenza, anche la più nobile e virtuosa. Lo scrittore sa che alla legge del tradimento nessuno sfugge, anche le nature più angeliche o soavi. Lo stesso fatto di esistere e di venire al mondo implica una forma di infedeltà esistenziale, un volgere le spalle a qualcuno o qualcosa, genitori, amanti, amici, maestri, idee e convinzioni del passato. A Oz non interessa dirci come evitare il tradimento o perché avviene. È così e basta. Si può solo raccontarne la fenomenologia, descriverlo mentre accade. Fino al paradosso: ovvero al tradimento per amore, come ad esempio quello di Giuda per Gesù, Giuda che si uccide per disperazione non per vergogna, e che mette fine ai suoi giorni perché capisce che il suo maestro è semplicemente e soltanto un uomo, come tutti gli altri, e non il Mashiach, e cioè che la sua carne sanguina e il suo cuore cessa di battere come per qualsiasi altro mortale.

 

Se Pietro rinnega Gesù tre volte, Giuda Iscariota non lo farà nemmeno una, ci fa notare Oz: unico ebreo e primo cristiano che ha creduto nella natura divina di Gesù, l’unico a morire con lui e a non sopravvivergli semplicemente perché lo ama troppo e non ne sopporta l’idea. Curioso, no?, ci dice Oz, invitandoci a prendere le distanze da tutti i falsi messia che, predicando la rendenzione del mondo e la sua purificazione dal male, finiscono per immergerlo in un bagno di sangue. Dicevamo che, prima di tutto, Giuda è un potente elogio del tradimento. «Perché», dice l’autore, «solo chi tradisce, chi esce fuori dalle convenzioni della comunità cui appartiene, è capace di cambiare se stesso e il mondo». Ma il romanzo è anche una cavalcata in duemila anni di antigiudaismo cristiano costruito intorno alla figura di Giuda.

 

Tra passato remoto e presente prossimo, lo sfondo esistenzial-ideologico della storia si apre su una manciata di mesi, l’inverno del 1959. Che cosa resta della vita quando il passato, l’amore perduto, lo smarrimento, si trasformano in un’ombra vaga di memoria?, si chiedono i protagonisti del romanzo. Restano il cinismo e il disincanto, un’incalzante logorrea, la mollezza esistenziale lungo il lento scorrere dei giorni. Dopo il suo soggiorno nella casa tetra e cavernosa degli Abravanel, dopo la fascinazione per gli umbratili abitanti di quella palazzina, il giovane protagonista Schmuel sente il bisogno di rompere l’incantesimo. E mentre alla fine si decide a lasciare la città che lo ha sedotto, un’ondata di calda e liberatoria allegria lo travolge, sulla via verso Mizpè Ramon. Sta scrivendo la sua tesi di laurea su Gesù ebreo. Ha trascorso mesi e mesi in quella città infagottata e notturna, tutta rannicchiata su se stessa come per assorbire i colpi, con i suoi cupi archi di pietra, le ombre gobbe, i vicoli e le buie case di preghiera, la linea delle barricate, gli spari nella notte e la disperazione soffocata che incombe su tutto. Gerusalemme è un’altra meravigliosa protagonista di questo libro di Oz. Tra citazioni bibliche e talmudiche, antichità giudaiche, Ben Gurion e il dibattito sionista al momento della nascita dello Stato d’Israele, Amos Oz racconta la crisi di un ideale e quella di un imbranato studente universitario, Schmuel, che «ha un che di toccante: un aspetto da cavernicolo con l’anima di fuori, come un orologio da polso a cui qualcuno ha tolto la calotta di vetro». Impossibile non innamorarsene.

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