Praga 1938: il talento visionario e profetico di Karel Čapek

di Michael Soncin

Un viaggio nel grande nord, all’alba della guerra. La denuncia dei totalitarismi. Le premonizioni utopiche. La versatilità letteraria. Oggi Iperborea pubblica il diario e le splendide illustrazioni di un grande, eclettico scrittore

«Quella notte – forse ho sognato – mi sono alzato più di una volta a osservare dall’oblò fuori dalla cabina e ho veduto un paesaggio lunare. Non erano rocce e montagne reali quelle che si levavano sul mare di perla, ma forme meravigliose e terribili. Probabilmente ho soltanto sognato. Forse ero addormentato quando la nave ha trionfalmente salutato con la sirena il Circolo polare…». Era il 1936 quando lo scrittore mitteleuropeo Karel Čapek intraprendeva il suo ultimo grande viaggio assieme alla moglie, avventurandosi tra le bellezze dell’Europa del Nord, descrivendo con meticolosità e fascinazione i territori scandinavi. Terre di ghiaccio e di lava. Iniziò attraversando la Danimarca e la Svezia con la ferrovia, per poi continuare sul battello lungo le coste della Norvegia fino a Capo Nord. Una meta immaginata già dall’adolescenza, diventata poi realtà.

Ma quell’anno, in cui intraprese quell’ultima grande avventura, neri fantasmi si stavano muovendo sull’Europa: dalla magia della luce del Nord si stava passando alla luce buia della Seconda Guerra Mondiale. Difatti, nel suo libro Viaggio al Nord annunciava ben consapevole l’arrivo di una primavera senza germogli: «Visto come vanno le cose oggi in Europa, un viaggiatore dovrebbe prima informarsi se per caso nel luogo dove è diretto non sia in corso una guerra civile, un colpo di stato, o un qualche congresso». La precisione descrittiva è arricchita da disegni dal tratto lineare e semplice, eseguiti dallo stesso Čapek. «Gli occhi sono la parte migliore del cervello», scrive poeticamente in un passo del testo.

Čapek non ha scritto solo prose di viaggio. Ha scritto racconti, romanzi e drammi, vagabondando abilmente tra i generi letterari. Ha vestito anche i panni del giornalista e del disegnatore. Per le sue opere è stato definito “uno degli scrittori cechi più originali degli anni Venti e Trenta”. Era nato nel 1890 a Malé Svatoňovice in Boemia, sotto l’Impero austro-ungarico. Suo padre era medico, mentre Karel si iscrisse alla facoltà di filosofia.

Uno dei temi importanti che si ritrovano nelle sue opere è senz’altro la percezione dei pericoli che possono scaturire dai totalitarismi, mettendo in guardia la gente dal nazifascismo e anche dal comunismo, due ideologie che avevano colpito come un vortice il suo paese. Rimase profondamente sconvolto quando, in seguito all’accordo di Monaco del 1938, i paesi dell’Europa Occidentale – tra questi l’Italia di Benito Mussolini – stabilirono che la Cecoslovacchia doveva cedere alla Germania la zona dei Sudeti. Come sappiamo Adolf Hitler certamente non si fermò lì. Nel dicembre di quell’anno Čapek morì a Praga di polmonite, lasciando questo mondo poco prima che la Gestapo, sulle sue tracce per il dichiarato anti-nazismo, lo catturasse.

Karel Čapek è destinato a essere incluso nel gruppo di quegli scrittori che sono riusciti profeticamente ad immaginare l’inimmaginabile dell’epoca che gli fu data da vivere. Scene distopiche che sono diventate in qualche modo realtà. Una fra tutte la si ritrova tra le parole di La malattia bianca, chiamato anche Il mal bianco scritto nel 1937, dove si narra di un’epidemia letale che giunge in Europa dalla Cina. Un’opera metaforica tratteggiata nella minaccia delle dittature: “In Cina, caro mio, quasi ogni anno spunta fuori qualche nuova malattia interessante”. Come riporta Alessandro Catalano, professore di letteratura ceca presso l’Università di Padova, “è la battuta, dal tono vagamente premonitore, pronunciata da un cinico personaggio” nel testo teatrale Bílá nemoc (dal ceco, La malattia bianca). Toni profetici ci sono anche in Krakatite del 1924, un romanzo che parla del geniale chimico Prokop, inventore di un esplosivo capace di radere al suolo paesi interi. E poi ancora ne La guerra della salamandre del 1936, dove creature antropomorfe sono la metafora amara e ironica del pericolo insito nelle distorsioni visuali collegate all’idea della superiorità razziale propalata dal nazi-fascismo.

DAI GOLEM AI ROBOT
Se c’è un’opera che lo fa ascendere nel gotha della fantascienza, è R.U.R., che sta per I Robot Universali di Rossum. È qui, nel 1920, che per la prima volta compare la parola “Robot”. Il termine lo si deve al fratello Josef Čapek (1887-1945), uno tra i più noti pittori cechi della sua epoca. Deportato nei campi di concentramento di Dachau, Buchenwald e Sachsenhausen, morì poco prima della fine della guerra a Bergen-Belsen. Ma in R.U.R. i robot descritti da Karel Čapek sono un po’ diversi da come li potremmo immaginare. L’alienazione dell’uomo è chiaramente presente. “Nulla è più estraneo all’uomo della sua immagine”, scrive l’intellettuale praghese.

Nel 2022 è uscita un’interpretazione a fumetti di questo capolavoro, pubblicato da Miraggi Edizioni, stupendamente illustrata. Ciò che è curioso, come riporta anche il Jerusalem Post, è che molti intellettuali cechi oltre a lui rimasero affascinati dalla connessione del Golem con lo sviluppo della scienza. Čapek stesso ha affermato che i suoi robot erano una sorta di Golem prodotti in massa.
È interessante osservare il contributo dato da scrittori di origini ebraiche al genere fantascientifico. Pensiamo solo a Isaac Asimov, a Stanislaw Lem. Dei titani. Ma se dovesse esserci mai tra i lettori qualche pollice verde, non possiamo non menzionare, sempre di Čapek, L’anno del giardiniere (Sellerio). In un passo ricorda la proibizione del padre di “calpestare le aiuole e cogliere la frutta acerba”, interpretando una similitudine col giardino dei giardini: “Similmente, ad Adamo nel Giardino dell’Eden era vietato calpestare le aiuole e cogliere il frutto dell’Albero della Conoscenza…”. “Nel corso degli anni i libri di Čapek non hanno perso nulla in freschezza e fascino. Al contrario: sullo sfondo dell’oscurità che lo ha avvolto dopo la morte, i colori sembrano ancora più accesi, i contorni più nitidi. È un piacere leggerlo, oggi come non mai”, ha scritto di lui il New York Times.