Meir Shalev nella Casa delle donne

Libri

Meir Shalev è un popolarissimo scrittore israeliano, è un giornalista e appartiene al movimento pacifista. Lo scrittore è nato in un kibbutz agricolo a Nathal nel 1948 e si è poi trasferito a Gerusalemme. Nonostante avesse studiato psicologia, è stato per molti anni un conduttore televisivo. Oggi è uno scrittore a tempo pieno e in Italia ha pubblicato E Fiorirà il Deserto (1990), Per amore di una donna (1999) ambientato prima del ’48, nel territorio sul quale in seguito sarebbe sorto lo Stato di Israele, Il pane di Sarah (2000), Storie piccole (2000), Re Adamo nella giungla (2001), La montagna blu (2000), Fontanella (2004), La casa delle grandi donne (2006).

La Casa delle grandi donne è un romanzo in bilico tra narrazione e introspezione, un libro sensibile che racconta con ironia la storia dell’unico maschio di una famiglia ad avere raggiunto i cinquantadue anni. Rafael sorveglia la preziosa rete di canali di irrigazione nel deserto del Negev. Sentendo vicina la fine immagina di narrare alla sorella la sua storia. E stato cresciuto all’ombra di cinque donne, la mamma, la nonna, due zie e la sorella che diventano la grande madre. Una storia non autobiografica che racconta con molta dolcezza, nostalgia ed ironia la crescita di questo ragazzino in balia dell’amore e delle nevrosi di cinque donne.


I suoi genitori Le raccontavano da piccolissimo le storie sulla sua famiglia, c’era una grande tradizione in questo senso. In che modo questa consuetudine ha influenzato le sue scelte nel diventare uno scrittore? Anche molte delle sue storie ruotano intorno al tema della famiglia.

Nella mia famiglia hanno sempre raccontato storie sul nostro passato. Non si parlava solo dei vivi ma anche dei morti. Di come i nonni si erano conosciuti, di come si viveva agli inizi in Israele quando sopravvivere era molto difficile. I racconti venivano trasformati fino a diventare mitologia. Delle storie affascinanti a cui nessuno credeva più. Questo era il clima nella mia famiglia e il racconto, tramandare il passato era fondamentale. Nascevano anche dei conflitti perché ognuno era convinto di essere il custode della verità. Per me questo è stato un elemento importantissimo nella mia crescita, nella scelta di quello che sono diventato.


Nel suo libro un bambino viene allevato da cinque donne. Ci sono solo personaggi femminili. Ha a che vedere con la storia d’Israele in cui molti uomini sono morti in guerra?

No, non credo. Inoltre è una famiglia molto speciale che non ha niente a che vedere con la mia. La mia famiglia era insolita, ma gli uomini erano vivi. Il mio lavoro è il frutto della mia immaginazione. Sicuramente riflette la presenza delle donne nella mia vita famigliare, le zie, le nonne, le bisnonne, mia madre, mia moglie, mia figlia. Comunque la storia del ragazzino che cresce con 5 donne non è la mia. Ma ho ricevuto lettere e telefonate da persone che avevano letto il mio libro in Olanda e Germania che hanno avuto questo tipo di famiglia e volevano sapere se avevo vissuto la stessa esperienza. E ho avuto la sensazione che volessero creare un gruppo di appoggio. Ma questa storia non ha niente a che vedere con la mia.


Ha imparato a leggere prestissimo…

Sicuramente mi ha aiutato ad amare le parole, ad arricchire il mio vocabolario. Ma negli anni ’50 non c’erano altri media che facessero competizione alla lettura. Non c’era internet, né i computer, non c’era la televisione, solo una piccola radio. E quando andava bene si poteva sperare di andare al cinema una volta al mese. Non c’erano molti modi di divertirsi. Mi piaceva leggere e ho letto molto. Ho creato un’intimità con le parole e le storie e i racconti della mia famiglia.

La letteratura israeliana aiuta a dare una visione non stereotipata del paese. Mi sembra che sia la forma artistica che si è sviluppata di più.

Scrivere è il nostro più vecchio mestiere, è il mestiere ebraico più antico. In tutta la nostra storia non abbiamo costruito degli edifici fantastici, né scritto grande musica anche se ci sono delle eccezioni. Abbiamo i nostri artisti ma è una nazione che non ha sculture importanti, disegnatori. Noi siamo sempre stati bravi nel raccontare, nel trasmettere. Abbiamo scritto libri dai tempi dei profeti, nella Bibbia. Eravamo il popolo del testo. La lingua è fondamentale nell’esprimere le idee.

Israele produce molta letteratura e questo mostra due cose: la prima è la rinascita miracolosa di una lingua che era quasi morta. Si parlava ebraico solo nelle sinagoghe e nelle cerimonie. Oggi facciamo shopping in ebraico, ci amiamo in ebraico, litighiamo in ebraico. Scriviamo articoli per i giornali ma anche romanzi: è un incredibile miscuglio di moderno, slang e linguaggio biblico. Non c’è nessuna lingua cosi pazza. Non c’è una lingua moderna che sia un tale miscuglio di antico e moderno. Per Quanto riguarda la mia scrittura, le mie storie, ho fatto una scelta che non è di fare politica con i miei romanzi. Come giornalista posso parlare di politica, ma come scrittore non voglio farlo. Racconto storie di esseri umani, di famiglie che potrebbero esistere anche in altre realtà. Nei miei libri ci sono i nostri paesaggi israeliani, il nostro modo di vivere, il nostro linguaggio e i nostri sentimenti. La storia è ambientata in una città unica come Gerusalemme, ma nonostante questo la storia della famiglia del libro può avere molte cose in comune con storie di altre famiglie in paesi diversi. La letteratura locale può toccare temi universali.

Lei è nato nel 1948, quando è stato fondato lo Stato d’Israele. Come è stato crescere in un paese che era appena nato, in cui bisognava costruire tutto?

Spesso comparo noi due e spesso dico che siamo nati tutti e due nello stesso anno ma io ho un aspetto migliore. Israele non si trova ancora in una buona situazione, ma meglio di prima. Non si risolverà neanche l’anno prossimo, ma si va verso una situazione migliore, spero. Tutto il gruppo di bambini che nacque come me nel ’48 rappresentava il futuro. Qualcosa ci univa, c’erano molte aspettative su di noi, molta speranza ed è stato una sensazione piacevole.
Oggi si può captare l’aspetto divertente della vicenda, ma negli anni ’50 aveva un grande significato.


Parlando della situazione politica. Dalle elezioni palestinesi è stato scelto Hamas, una scelta verso la radicalizzazione. Ma a sorpresa e nonostante questo dalle elezioni israeliane è stato scelto un governo più liberale e aperto. Come se si avesse fiducia nel futuro e non paura.

Prima di tutto mi fa piacere che la gente in Italia e Europa riconosca che c’è un’apertura da parte d’Israele. Purtroppo l’abilità di israeliani e palestinesi di fare errori è infinita, non ci si può credere. Né una parte, né l’altra smette di fare errori. Il grosso errore di Israele è stato di creare le colonie che sono un ostacolo per la pace e il grosso sbaglio dei palestinesi, sia nel ’48 che oggi, è di non accettare nessun compromesso, non accettano di convivere con un altro Stato. Se non si progredisce nel negoziato di pace molte altre persone saranno uccise, molte soffriranno e il brutto di tutto ciò è che tutti sanno che esiste solo una soluzione: una divisione del paese alle frontiere del 1967, Israele deve rendere i territori occupati durante la guerra e i palestinesi devono rinunciare al diritto al ritorno nei territori del ’48. Non vedo altra soluzione. E oggi gli israeliani sono più vicini a questa soluzione che non i palestinesi.

Nel suo libro tutti gli uomini muoiono, ma le loro morti, anche se molto drammatiche, vengono descritte con ironia. Pensa che il suo modo di descrivere la morte sia influenzato dal fatto che vive in un paese dove questa è purtroppo molto presente?

Quando scrivo sulla morte in un romanzo mi posso permettere di usare l’ironia, ma personalmente penso che è una terribile tragedia. A causa della guerra e dei conflitti mi ritrovo a dover assistere a dei funerali di parenti e amici. È una cosa durissima. Almeno cinque persone della mia famiglia allargata sono morte così. Anch’io sono stato gravemente ferito da 4 pallottole. Ma quando scrivi una storia ti permetti di essere ironico. Mi do questo diritto. È una caratteristica degli ebrei che anche nei momenti di grande sofferenza riescono ad usare il senso dello humour e questo è qualcosa che ti aiuta ad andare avanti anche in situazioni molto piu tragiche di quelle in cui si trova oggi Israele.


Come israeliano che cosa pensa degli ebrei della diaspora che hanno deciso di non andare a vivere in Israele?

Sarei felice se tutti gli ebrei del mondo venissero a vivere in Israele, ma d’altra parte penso sia una decisione personale. Posso capire il perché di chi decide di rimanere. Se devo dire la verità l’esperienza sionistica, di cui faccio parte, non si capisce se sia stato un successo oppure no. L’obiettivo era dare una patria, un posto sicuro al popolo ebraico, ma purtroppo ancora oggi Israele non è un posto sicuro per gli ebrei. D’altra parte io ho ancora questa convinzione, questi principi sulla necessità dello Stato d’Israele, sul sionismo. Non mi vedo vivere da nessuna altra parte. D’altro canto se gli ebrei vivono in Argentina, Italia o altrove si può spiegare benissimo, perché nei nostri 4000 anni di storia vivere come gente indipendente nella nostra terra è un’esperienza ancora troppo recente. Per la maggior parte della nostra storia abbiamo vissuto esiliati.


Prima di iniziare un suo libro lei visualizza un’immagine e parte da lì?

Sì, parto con un’immagine che mi viene in mente come una scena di un film, ma può anche essere una frase che rinchiude in sé l’idea di questo nuovo viaggio. In questo libro era l’idea di un ragazzo che cresceva in una famiglia di solo donne. In Fontanelle era invece una frase, quella di un ragazzo salvato da una giovane donna e cosa succedeva dopo. Nel mio primo romanzo La Montagna Blue era quella di un uomo che portava sulla schiena un toro. Un’immagine mitologica.
In Il pane di Sarah non c’era un’immagine iniziale, solo il profumo del pane appena sfornato.
Dopo l’immagine di partenza comincio a prendere appunti di centinaia di immagini, situazioni, odori, colori, posti. Solo dopo comincio a pensare alla struttura del romanzo. È una specie di ricerca, ma dall’inizio ho un’idea di dove sto andando.


Progetti per il futuro?

Ho appena pubblicato in Israele un nuovo libro si chiama Il Ragazzo e il Piccione. È una storia di un amore fra due allevatori di piccioni viaggiatori. È un gruppo pieno di emozioni. In Israele sta avendo successo e presto sarà tradotto in italiano.

Meir Shalev, La Casa delle grandi donne, Frassinelli editore, pp. 410, € 18,00

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