La prima guerra di Israele

Libri

Un’opera notevole. Per numero di pagine, ma soprattutto per il punto di vista, nuovo per il pubblico italiano. La guerra di indipendenza di Israele è descritta dal punto di vista della storia militare. Certo non solo da quello, non sarebbe possibile comprendere gli avvenimenti del biennio 1947-49, senza esaminare anche la situazione sociale e politica dei contendenti, ed anche lo sviluppo degli avvenimenti a livello diplomatico ha una importanza fondamentale. Tutti questi aspetti nel libro ci sono assieme ad un primo capitolo in cui si raccontano gli antefatti . Ma la prospettiva principale è volta a seguire gli avvenimenti bellici del tormentato biennio che vide alla fine la nascita e la vittoria dello Stato di Israele, nel loro succedersi e nel loro accavallarsi.

La documentazione cui fa ricorso l’autore è ampia ed egli utilizza le fonti storiche con estrema padronanza. Il volume è completato da una trentina di cartine che illustrano lo svolgimento dei principali momenti di scontro bellico, con quelle frecce di diverse dimensioni e variamente arcuate che fanno la felicità degli appassionati della storia militare: questo libro sarà per loro una vera “chicca”.
Benny Morris è stato il primo dei “nuovi storici” israeliani ad essere conosciuto in Europa con il suo 1948 and after, uscito ormai diversi anni fa, che suscitò un forte scalpore per le tesi sostenute a proposito dell’espulsione dei palestinesi da quello che sarebbe poi divenuto lo Stato di Israele.

Successivamente le sue posizioni sono cambiate, e su questo argomento, come si può vedere in questo libro, sono divenute meno polemiche e più obiettive. “…il trasferimento o l’espulsione non furono mai adottati come politica ufficiale del movimento sionista o dei suoi raggruppamenti politici principali, in nessuna fase dell’evoluzione del movimento, neppure nel corso della guerra del 1948.” “Per contro il pensiero (e, dove fu possibile,il comportamento) espulsionista caratterizzò la corrente predominante del movimento nazionalista palestinese fin dalla nascita”. E Morris riporta una dichiarazione del ministro degli Esteri israeliano Moshe Sharret: “Alcuni dicono che abbiamo sradicatogli arabi dalle loro terre. Ma anche costoro dovranno ammettere che la fonte del problema è stata la guerra …” . E la guerra non furono certo gli abitanti dello Yishuv a scatenarla. Per contro stupisce che, mentre è citato speso il problema, anzi il “diritto” al ritorno dei palestinesi nei luoghi che abbandonarono o da cui furono cacciati nel 1948, si parli così poco delle centinaia di migliaia di ebrei che furono cacciati, dopo violenze, pogrom, detenzioni immotivate, dai paesi arabi di cui erano pacifici cittadini a pieno titolo. Non si resero responsabili di nulla di illegale, eppure furono malamente cacciati nel corso di un ventennio, via via che i dittatori arabi perdevano le guerre contro l’unica democrazia esistente dal Maghreb a tutto il Vicino Oriente.
E alla fine del suo libro, Morris ricorda a chi ancora oggi fa finta di non saperlo che i campi profughi, con le loro difficili condizioni di vita,la dipendenza dall’assistenzialismo occidentale, in sostanza il rifiuto di integrare i profughi nella società civile o comunque il rifiuto di dare ai profughi una sistemazione adeguata, furono creati e mantenuti in vita durante lunghi anni,dagli Stati arabi (che volevano servirsi di queste masse umane disperate in chiave anti-israeliana).

Il racconto degli avvenimenti tra il 1947 e il 1949 è purtroppo costellato di atrocità, come avviene in tutte le guerre (non esitono guerre “pulite” o “chirurgiche”, e neppure “guerre belle”. Le guerre portano morte, dolore e distruzione, anche quando sono necessarie alla sopravvivenza, come in questo caso). Nel caso del conflitto israeliano – arabo – palestinese la situazione fu resa ancora più cruda dal forte impegno ideologico dei contendenti e dalla partecipazione al conflitto di strutture e persone “civili”. Nelle pagine del libro si susseguono i racconti di operazioni militari, che non hanno come obiettivi installazioni militari, ma la conquista o la distruzione di villaggi, insediamenti, kibbutzim. In questo caso è chiaro che tutti gli uomini adulti ( e nel caso degli israeliani anche le donne) in grado imbracciare un’arma o di svolgere una qualche funzione logistica erano coinvolti in prima persona negli scontri e, cosa molto spesso peggio degli scontri stessi, nelle conseguenze e negli avvenimenti successivi.
Colpisce fortemente, anche per il tono apparentemente distaccato, documentaristico usato da Morris, che nei primi tempi della guerra con gli Stati arabi, entrambe le parti, al termine degli scontri, fucilavano (e nel caso degli arabi torturavano prima della fucilazione) quelli che nel libro sono definiti con la sigla POW. Che sta per prisoner of war, prigioniero di guerra. Con il procedere della guerra, vennero attrezzai campi di internamento, dalle condizioni assai precarie, anche se l’uso di fucilare i prigionieri non cessò mai completamente (per esempio dopo una resistenza particolarmente accanita, i vincitori si “rivalevano” in questo modo sugli sconfitti).

E’ interessante seguire, attraverso il succedersi della battaglie, degli scontri, degli armistizi temporanei imposti dall’ONU, la trasformazione della Haganah e delle Palmah in un vero e proprio esercito regolare dalle capacità militari invidiabili, che passa dagli scontri nelle città e nei villaggi durante la prima fase di guerra civile, alla resistenza e all’offensiva contro gli eserciti che gli Stati arabi della regione lanciano contro lo yishuv per distruggerlo.

Ad esempio, pur avendo alle spalle la seconda guerra mondiale, in cui l’arma aerea aveva giocato un ruolo capitale ed aveva avuto sviluppi impressionanti, in questa guerra, fin verso la fine, l’uso degli aerei da caccia o da bombardamento svolge un ruolo assolutamente marginale. E gli aerei che vengono usati sono residui bellici, quando non aerei civili trasformati e riadattati in qualche modo, con gli equipaggi israeliana che aprono i portelloni e gettano manualmente delle bombe e, in un caso, addirittura delle casse di legno riempite di bottiglie di vetro.

Così come è drammatica nella fase iniziale, particolarmente per l’Haganah e poi per Tzahal, la mancanza di veicoli blindati, cui si supplice inizialmente applicando piastre di ferro alla carrozzeria di camion e automezzi fuoristrada. E spesso l’artiglieria anticarro manca o non è sufficiente, ed allora si supplisce con le artigianali bottiglie Molotov. Ma dalla fine della guerra le forze armate israeliane usciranno con un livello di addestramento, delle capacità offensive ed anche un armamento che non solo le renderanno capaci di essere vittoriose sul campo, ma le faranno diventare uno degli eserciti più efficienti e temibili, pur non perdendo mai la loro caratteristica di essere un “esercito di popolo”.
Morris mostra sia la forza che le debolezze delle forze armate ebraiche e della loro dirigenza, ed in questo, credo, rende un servizio per una migliore comprensione degli avvenimenti, le cui conseguenze sono ancora drammaticamente sotto i nostri occhi sotto la forma di una pace che sembra ancora irraggiungibile. Ma ci presenta anche in maniera chiara e documentata la vicenda da cui riuscì a nascere e ad affermarsi lo Stato di Israele.

BENNY MORRIS – LA PRIMA GUERRA DI ISRAELE, Rizzoli, pp. 647, euro 25,00

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