L’amore mio non può

Libri

L’amore mio non può, il nuovo romanzo di Lia Levi sarà presentato a Roma in occasione delle celebrazioni del 16 ottobre.

Lia Levi, che per trenta anni è stata direttore di Shalom, da oltre dodici è nota al grande pubblico come scrittrice sia per adulti che per ragazzi.
In tutti e due i campi ha riportato numerosi premi, fra cui il “Grinzane Cavour”, sezione junior e l’”Elsa Morante opera prima” per il suo romanzo autobiografico Una bambina e basta, un classico che ha superato la decima edizione.

Fra i libri per adulti, dopo il recente Il mondo è cominciato da un pezzo che affronta i problemi di una donna di oggi, Levi è tornata ai temi che più le sono congeniali, e cioè quelli della persecuzione fascista contro gli ebrei.

Il libro che esce a ottobre, L’amore mio non può, racconta una vicenda che parte dal 1938, con il licenziamento, a seguito delle leggi razziali, di Andrea, il marito della protagonista, che un anno dopo attuerà un clamoroso suicidio. Elisa, la vedova, dovrà lottare da sola per provvedere alla sua bambina. Dopo provvisori lavori “in nero” e una drammatica esperienza nell’ufficio del suo datore di lavoro, attraverserà un’altra e per motivi diversi umiliante esperienza lavorativa, come domestica nella casa di una ricchissima famiglia ebrea, dove però alla fine, in quel 16 ottobre 1943, giorno della grande retata degli ebrei romani, proprio quella umiliante esperienza diventerà la ragione della sua salvezza. Di questo libro vi offriamo in anticipazione due brani.

Annie Sacerdoti

L’incontro con la famiglia dei ricchi ebrei che l’hanno assunta

(…) Ce ne stavamo, io e la mia bambina, con le valigie in mano, diritte e impalate come reclute appena approdate nella loro lugubre caserma. Avevamo di fronte a noi soltanto la lunga figura di Umberto Anguillara, ma questa volta, annunciata dal ticchettio di tacchi sul legno del salone, è finalmente comparsa anche lei, la padrona.

Portava con sé un viso grassoccio con propensione al doppio mento, e sguardo scontento. Almeno questa è stata la prima immagine che sono riuscita a catturare.
Ho vagamente pensato che, chissà, forse aveva l’età di mia madre. Ma, vestita e truccata com’era, poteva suggerirmi solo l’idea di una sua torva sorella minore. Niente in lei me la faceva associare a una figura materna.

Il signor Umberto ci stava già accompagnando nelle nostre stanze, non senza aver chiesto alla mia Lilia: «Come ti chiami?», l’unica frase che gli adulti impacciati sanno rivolgere a un bambino.

Mentre camminavamo, ancora con le valigie in mano, la signora Virginia ci seguiva con passo esitante, ancora incerta su quale dovesse essere la sua funzione in quel preciso momento.

«Torniamo in cucina» ha poi detto con nuova energia appena le valigie hanno trovato pace sul pavimento delle nostre camere. «Dobbiamo prendere accordi».
Una volta in cucina mi ha chiesto a bruciapelo: «Tu quale sistema usi per la casa?».
Ero rimasta frastornata anche perché, confusa da quel tu, non avevo capito se si stesse rivolgendolo a me o al marito, finché Anguillara mi ha detto: «Elisa! Risponda per favore, mia moglie le ha fatto una domanda!».

Allora il tu era per me.

Naturalmente era il tu che si dà alla serva, e peggio per Umberto Anguillara se non me l’aveva ricordato in tempo.

«Cosa significa sistema?» ho quasi balbettato.

Significava con quali criteri si procede per le pulizie delle stanze, da dove si comincia e tutto il resto, come mi lo ha spiegato con crescente impazienza la signora Virginia. «Insomma, a casa tua come facevi?» ha concluso esasperata.

«Io… dove c’era disordine mettevo in ordine e dove era sporco pulivo» è stata l’unica frase che sono riuscita a tirare fuori.

La padrona è scoppiata in una finta risata per sottolineare in modo plateale che il mio era davvero un metodo ben strano.

(…) Poi ha enunciato: «Da noi tutta la casa tutti i giorni, e una volta al giorno, a turno, una stanza a fondo».

Non avevo capito niente di quella arcana formula e così ho risposto: «Benissimo».
La mia bambina mi stava guardando con gli occhi sbarrati.

La signora Virginia invece aveva lanciato uno sguardo di rimprovero al marito, che le aveva risposto con un breve cenno impacciato, come per dire “abbi pazienza”.
Virginia Anguillara doveva essersi indispettita di tanta debolezza. Si è rivolta di nuovo a me.

«Scusa se te lo dico, non vorrei offenderti» ha sibilato, «ma le ebree a servizio non valgono proprio niente».

(…) Ma Virginia Anguillara si era tenuta ancora una freccia di riserva.
«Senti, quei capelli…». Pareva che i miei capelli sciolti – “come un’attrice” – non andassero proprio. Nel momento in cui cominciavo il mio servizio avrei dovuto appuntarli strettamente in testa, e poi…

Il grembiule. Dovevo mettere il grembiule. Per la mattina andava bene quello celeste.
(…) Con Lilia abbiamo sistemato in silenzio le nostre cose nelle due stanze che ci eravamo scelte.

Poi, alla fine, quando tutto era già stato messo negli armadi, la bambina ha afferrato il suo letto e lo ha spinto nella mia stanza.

«Voglio dormire con te» ha mormorato.

È stata l’unica frase che è risuonata tra noi.

(…) «Mamma» ha poi detto Lilia sottovoce, «non è come Jo con la zia March, vero?».
Le ho fatto cenno di no con la testa.

Poi, non so dove, ho recuperato le mie forze.

«Lilia» le ho detto, «ce la dovremo fare! Abbiamo un tetto e anche da mangiare. Il resto dipende da noi».

L’ho guardata in faccia.

«Mi devi promettere una cosa» ho scandito con voce chiara, e la bambina mi ha guardato. «Non devi raccontare a nessuno come stanno veramente le cose qui. A nessuno, hai capito? Neanche alla nonna e agli zii».

«Nemmeno alla maestra?».

«Meno che mai alla maestra. A nessuno».

Allora Lilia mi ha chiesto di Rosetta, e io ho risposto esitante: «Per ora neanche a Rosetta e Giuseppe».

Improvvisamente si è alzata e ha gridato: «Ce la faremo!!».

Aveva occhi scintillanti e consapevoli. Aveva fatto il suo primo passo sui sentieri impervi del mondo.

Da quella sera Lilia non è stata più la mia bambina.

È diventata mia figlia. (…)

Roma 16 ottobre 1943

Il mese era ottobre.

Il giorno era il 16.

Avevo passato una notte agitata. Fuori dal buio inquieto arrivavano echi vicini di misteriose sparatorie, non solo colpi sporadici e secchi, ma esplosioni forti come di guerra.

Negli intervalli di silenzio, il rumore di una pioggia persistente e maligna.

Mi sono voltata verso il letto di mia figlia. Non c’era.

Nel vago del sonno mi sono poi ricordata che nel pomeriggio Iolanda se l’era portata a casa sua per il sabato.

Quando mi sono alzata mi sono accorta che anche gli Anguillara, contrariamente al solito, erano già in piedi.

Forse anche il loro sonno era stato disturbato dagli spari nella notte.
Mi sono affrettata a infilarmi il grembiule per non fare arrabbiare la signora Virginia. Infatti la signora era molto nervosa.

Mi ha contagiato.

Per la seconda volta da quando ero entrata a casa loro mi è sfuggito qualcosa dalle mani, e per la seconda volta si trattava di un piattino. Forse meno prezioso del primo.

Virginia Anguillara ha scosso la testa. «Non imparerai mai, vero?» ha detto con voce sgarbata.

Sono corsa a prendere scopa e paletta, indirizzando in silenzio alla padrona le consuete espressioni con cui spesso la gratificavo dentro di me.

Io raccattavo i pezzi di porcellana e la pioggia continuava a cadere.

(…) Il suono ripetuto del campanello e i colpi violenti alla porta sono stati tutt’uno.
Non capivo perché. Io sono corsa subito.

Poi mi è sembrato che si fosse fatto buio, ma non doveva essere vero.

Nella nostra anticamera c’erano tre tedeschi armati, lo vedevo, anche se non lo percepivo bene.

Ho persino visto attraverso la porta aperta che alle loro spalle sul pianerottolo c’era la portinaia con il viso stravolto dalla paura.

Mi è sembrato che, leggendo da un elenco che aveva in mano, uno dei militi tedeschi stesse chiamando forte per nome: «Umberto Moise Anguillara, Virginia Della Seta in Anguillara», ma scanditi dalla voce teutonica i nomi suonavano come diversi, appartenenti ad altri mondi.

Poi mi è parso di capire che volevano portarli con loro, via da casa, da qualche parte.
Hanno consegnato al signor Umberto un foglio. Lui l’ha preso e ha cominciato a leggerlo a voce bassa a sua moglie. «Insieme alla vostra famiglia sarete trasferiti… Potete portare con voi…».

Venti minuti per preparare tutto.

Volevo muovermi, volevo aiutarli, ma non ci riuscivo.

Restavo avvinghiata alla scopa e invece di una preghiera cantilenavo ossessivamente dentro di me: “Mia figlia non c’è, mia figlia è salva”.

Nessuno ha chiesto il mio aiuto. Del resto Virginia e Umberto quella mattina erano già vestiti.

Ho visto che mettevano poche cose in una valigetta, che si sono infilati impermeabile e cappello, che Umberto prendeva le tessere annonarie e se le metteva in tasca insieme al portafoglio.

Hanno fatto tutto da soli.

La signora Virginia quella volta stranamente non si è lamentata e non ha fatto richieste al marito. E neanche a me.

Ha perso solo un minuto in più ad aggiustarsi il cappello davanti allo specchio.
Loro erano già quasi pronti e io ero ancora immobile nel buio dell’anticamera, in compagnia di una scopa e di una paletta.

Mi hanno visto.

«Quella chi è?» ha domandato uno dei tedeschi. «Fa parte di questa famiglia?».
C’è stato un attimo di silenzio, poi si è sentita la voce di Virginia.

«Ma no!» ha detto sicura e sprezzante, «non lo vedete il grembiule? Quella è la nostra serva».

Prima di andarsene mi ha lanciato una lunga occhiata.

(da L’amore mio non può, edizioni e/o, per gentile concessione dell’autore)

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