Esilio e identità: la storia di una famiglia ebraica irachena nel nuovo libro di Elena Loewenthal

Libri

di Ugo Volli

[Scintille: letture e riletture] L’ultimo romanzo di Elena Loewenthal ha tutto quel che serve per piacere al pubblico. È la storia di una grande famiglia che dura per tutto l’ultimo secolo, sotto il controllo di una matriarca affascinante e autoritaria, deliberatamente longeva oltre ogni età. Vi sono amori e lutti, coppie che si costituiscono e si dissolvono, figli affezionati e ribelli. Percorriamo la grande storia del Novecento, con le sue rovine e le sue costruzioni e accompagniamo la piccola storia delle persone che attraversano la prima cercando di non farsi travolgere, incontriamo il denaro e la passione, vediamo i panorami eterni del deserto e del gelo nordico e quelli urbani del Medio Oriente, dell’America, perfino di Milano e Madrid. Abbondano i viaggi, i moderni voli intercontinentali e le lente e difficili fughe a piedi, che legano tempi e spazi. Alla fine non ci viene fornita una morale della favola, ma emerge il senso di una continuità, di una costanza di carattere e di gusti, di un destino che non spiega ma mette in relazione ogni cosa.
Impariamo a conoscere una decina di personaggi principali, delineati tutti in maniera credibile, colti nel loro sviluppo psicologico e nel destino che li porta ben al di là di quel che potevano prevedere, essi stessi e i lettori, all’inizio del loro percorso.
Il tutto è orchestrato con un ritmo sapiente da una scrittura limpida che lascia fantasticare il lettore, lo riempie di sorprese e di vicende, non lo abbandona mai alla noia ma neppure gli toglie la percezione della complessità della vita e delle sue durate.

La vicenda di Norma, la matriarca, dei suoi amori, dei quattro figli che ha in due matrimoni diversi, delle vicende loro e di quelle dei loro figli, è suddivisa in episodi che si succedono in ordine non cronologico, cambiando spesso punto di vista, ambiente e periodo, in maniera da far conoscere al lettore da subito la mappa generale della famiglia, e da colmarne via via le vicissitudini, spiegando il futuro noto per accenni con le vicende del passato.
Tutto ciò assicurerà certamente a Nessuno ritorna a Baghdad (Bompiani, pp.384, € 19,00) un meritato successo di pubblico e di critica.

Dal punto di vista ebraico però c’è qualcosa di più che raccomanda questo libro. La grande famiglia di cui si parla è fatta da ebrei iracheni, la storia nasce a Baghdad e di lì si allontana, in seguito alle persecuzioni che iniziarono prima della seconda guerra mondiale e in una quindicina d’anni spazzarono via la più antica diaspora del mondo, risalente ai tempi della distruzione del primo tempio, come talvolta rivendicano con orgoglio i personaggi.
Nessuno di essi riesce a tornare nel luogo d’origine, molti si fermano in Israele e negli Stati Uniti, altri vagano dall’India alla Groenlandia, dall’Italia e dalla Spagna. Ma a tutti resta nel cuore l’attaccamento a quelle origini, a quella tradizione, a quella lingua, a quei sapori. Tutti si considerano, ancora ottant’anni dopo l’esilio, profondamente iracheni. Nessuno di essi è particolarmente religioso, salvo una nipote che a un certo punto entra nel mondo Chabad; ma l’ebraismo per tutti è un fatto indiscusso e determinante, un riferimento profondo che però consente la massima mobilità territoriale, lavorativa, affettiva.

Il modo in cui Loewenthal, che non appartiene affatto alla tradizione orientale, è riuscita a ricostruire questo attaccamento e questa identità è veramente fuori dal comune. E in fondo, al di là ancora della specifica origine babilonese della famiglia, il libro coglie in maniera profonda e originale una caratteristica centrale dell’ebraismo, il suo attaccamento alle radici e la sua adattabilità, il suo senso della famiglia e la curiosità profonda per la vita, i luoghi e le persone, la dialettica fra conservazione e innovazione. In una parola, l’identità.

 

Elena Loewenthal, Nessuno ritorna a Baghdad, editore Bompiani, pp. 384, € 19,00

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