di Esterina Dana
Il libro Elena. Una bambina sola nella Shoah, ricostruisce la storia di Elena Colombo, cugina del giornalista e scrittore Fabrizio Rondolino, che è ad oggi l’unica bambina ebrea documentata ad essere stata deportata e caricata su un vagone piombato a Carpi e condotta alla camera a gas da sola, mesi dopo l’arresto e la deportazione dei genitori.
Tutto è iniziato con un’e-mail del Museo Diffuso della Resistenza di Torino, l’organismo che si occupa di porre le pietre d’inciampo e ne chiede l’approvazione ai discendenti. È così che il giornalista e scrittore Fabrizio Rondolino viene a conoscenza della sua storia, grazie a una ricerca che riporta alla luce una lettera del 1946 di sua nonna Marcella Colombo, che chiedeva notizie sui familiari scomparsi.
Elena. Una bambina sola nella Shoah (edito da Giuntina) è ”un libro di vuoti” – dice l’autore – e decide di colmarli con un’immaginazione misurata, sia perchè la Shoah è inimmaginabile, sia perché è consapevole dell’impossibilità di comprendere pienamente l’esperienza di una bambina sola nella Shoah. Così affida la ricostruzione del passato alla fatica della memoria e alla frammentarietà oggettiva dei documenti.
Elena, sua cugina di secondo grado, è una bambina ebrea torinese. Oggi come oggi, la sua storia resta un unicum nella Shoah italiana: una tragedia a lungo rimossa che viene riesumata con delicata tenacia.
L’obiettivo dell’autore è quello di restituirle nome, dignità e presenza. Attraverso una serrata narrazione asciutta e incalzante, ne ricompone il contesto familiare. I Colombo sono dei borghesi laici bene integrati nella società italiana. Nel 1938, parafrasando quanto scrive un compagno di Elena, sono stati obbligati per legge a diventare ebrei. Dopo l’8 settembre 1943, devono abbandonare Torino e si rifugiano presso Rivarolo Canavese dove, sebbene protetti dal parroco e dai partigiani, vengono arrestati dopo un rastrellamento tedesco.
Nella famiglia di Fabrizio Rondolino era nota la morte ad Auschwitz nel 1944 di Sandro Colombo, ebreo e fratello della nonna paterna, insieme alla moglie Wanda e alla figlia. Non si sapeva che Elena, poco meno che undicenne, risulta oggi l’unica bambina ebrea documentata ad essere stata deportata e caricata su un vagone piombato a Carpi e condotta alla camera a gas da sola, mesi dopo l’arresto e la deportazione dei genitori, seguiti da un breve periodo trascorso presso conoscenti. Lo conferma una cartolina della bambina scritta dal campo di Fossoli il 4 aprile 1944 all’amica Bianca in cui, ignara del suo destino, esprime la gioia di poter “raggiungere i genitori” in Germania, la sua separazione dai quali resta tuttora incomprensibile.
L’indagine di Rondolino è minuziosa. Attraverso testimonianze di conoscenti, vicini di casa, compagni di scuola, fotografie e ricostruzioni storiche, emergono il carattere di Elena e dei suoi familiari, i luoghi vissuti, la persecuzione degli ebrei e la caccia nazista, la Resistenza. Indaga ogni fonte possibile, dal servizio militare di Sandro e di suo fratello Arturo, morto per la patria nella Prima guerra mondiale, alle ricette dei dolci di famiglia fino a “pochi particolari…che riescono a illuminare quel mondo come razzi traccianti”.
Scritto nell’arco di diversi anni il libro diventa per Rondolino anche un percorso personale di riscoperta delle proprie radici ebraiche, un «ritorno sentimentale e interiore verso la famiglia ebraica, nel tempo anziché nello spazio», «una specie di Aliyà», come lo definisce.
Ma la vicenda di Elena è intrecciata a una riflessione più ampia sulla pericolosa fragilità delle nostre conoscenze e sul ruolo dei bambini nella narrazione della Shoah; con la loro eliminazione massiccia e pianificata si voleva annientare biologicamente un’intera specie umana, cancellandone la memoria.
Ma, come scrive Fabrizio Rondolino, “l’ultimo diritto delle vittime è essere ricordate”.
Fabrizio Rondolino, Elena. Storia di Elena Colombo, una bambina sola nella Shoah, Vite, Giuntina, 2025, 18 euro



