Yiddishkeit

Dalla Yiddischkeit al Nuovo Mondo

Libri

di Rossella De Pas

Yiddishkeit
Yiddishkeit

“Bist a yid?” (“Sei ebreo?”). Questa frase in yiddish ha accompagnato l’autore durante la sua adolescenza quando, sulla strada di scuola, cercava di schivare i minyan-shlepper che, fermi davanti al vicolo che conduceva alla sinagoga, pronunciavano queste parole in cerca di adepti per iniziare la funzione mattutina, completando il minian.

Nato nel 1937 in Austria ed emigrato a soli due anni in Inghilterra, Paul Kriwaczek è cresciuto in una famiglia ashkenazita legata alle proprie tradizioni, nella Londra degli anni ’50 in cui gli ebrei si erano integrati, o assimilati secondo i punti vista, alla popolazione inglese.

Influenzato dalla propria cultura d’origine e dal proprio vissuto personale, l’autore di Yiddish. Ascesa e caduta di una nazione (editore Lindau, pagine 501, € 34.00) ricostruisce la storia della popolazione ebraica vissuta nell’Europa Centrale e Orientale per quasi 2000 anni, e lo fa in modo “originale”. Mentre la maggior parte degli storici, infatti, tende a ricordare tale presenza millenaria esclusivamente per la sua tragica fine durante la Seconda Guerra Mondiale, Kriwaczek sceglie di narrare la storia e le tradizioni di un popolo che, costutitosi nell’Impero Romano e negli Stati che a questo si sono succeduti, ha trovato il suo massimo sviluppo nei paesi dell’Europa Orientale.

La ricostruzione che l’autore fa della società e del mondo yiddish nei vari periodi storici e paesi dell’Europa Orientale abbonda di particolari e aneddoti che danno un quadro completo della vita sia della gente comune sia dei personaggi ricchi e famosi.

Curiosa, ad esempio, è la descrizione della taverna ebraica che, offrendo sostentamento e riposo ai viandanti ebrei (e non solo), nei secoli centrali del II millennio diventa una vera e propria istituzione familiare in cui è possibile incontrare un vasto assortimento di personaggi che ben rappresenta la società dello Yiddishland (mercanti, artigiani, operai, medici con servi e tirapiedi al seguito).

Il passo che porta dalle osterie al monopolio quasi esclusivo degli ebrei nella produzione di vodka è breve, tanto da farli spesso accusare di essere responsabili dell’ubriachezza dei poveri contadini slavi, come sembra confermare una vecchia filastrocca yiddish: “Shicker iz a goy, trinken muss er”(“Il gentile è una spugna, deve bere”). Ancora oggi, nell’Europa Orientale del XXI secolo, i superalcolici kasher sono i leader del mercato, come sembra confermare l’onomastica yiddish: cognomi come Brenner (distillatore), Bronfen (liquore), Bronfman (uomo del liquore) e Bronfenbrenner (distillatore di liquori) sono diffusi un po’ ovunque: dal Queens di New York al Queensland in Australia.

Molto dettagliata nel libro, è la descrizione della diaspora in Inghilterra e negli Stati Uniti tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, dove si svilupparono due realtà completamente diverse.

Sebbene per molti immigranti Londra fosse solo una tappa per raggiungere Liverpool e da lì imbarcarsi per le Americhe, furono quasi centomila coloro che si stabilirono nei circa dodici chilometri quadrati dell’East End. Giunti in un paese straniero senza un soldo, molti trovarono lavoro in una delle tante fabbriche che sfruttavano la manodopera nel settore dell’abbigliamento e della pelletteria.

A sostegno di questa popolazione in difficoltà fatta di ebrei ortodossi di lingua yiddish si sviluppò una fiorente economia secondaria (panettieri e pescivendoli, macellai kasher e mercanti di articoli religiosi e venditori di abiti usati, e di tutte le altre professioni necessarie alla vita di una comunità yiddish). I negozi e le bancarelle ebraiche fiancheggiavano le via principali ed alcuni negozianti diventarono molto ricchi per gli standard dell’epoca.

L’unica forma di intrattenimento per la classe operaia degli immigrati era il teatro yiddish, che riscuoteva via via sempre maggior consenso. Gli artisti lavoravano in condizioni durissime, mettendo in scena quattro o cinque spettacoli a serata con compensi davvero irrisori.

La lingua e la cultura yiddish che si svilupparono nell’East End attecchirono solo temporaneamente, influenzando assai poco la società inglese: il numero esiguo di coloro che parlavano yiddish trovò l’aperto antagonismo non solo dei gentili ma anche e soprattutto della vecchia comunità anglo-ebraica di origine sefardita, i cui membri avevano imparato a considerarsi britannici ebrei anziché ebrei britannici.

Il London Jewish Chronicle commentava in questo modo una pièce del teatro yiddish: “Le commedie sono state recitate nel dialetto giudeo-tedesco, una lingua di cui dovremmo essere gli ultimi a incoraggiare la sopravvivenza”. Alla fine il Jewish Chronicle ottenne ciò che voleva: con il trasferimento della comunità yiddish in altri sobborghi e zone della città dagli anni ’20 in poi, la sopravvivenza della loro lingua e cultura divenne sempre più difficile.

Ben diversa fu l’influenza che la cultura yiddish sviluppò sulla società americana: tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, l’emigrazione in massa negli Stati Uniti trasferì molti dei suoi principi, dei suoi valori, delle sue tradizioni dall’altra parte dell’Atlantico dove, attraverso la musica, la letteratura, le arti, contribuirono al modo di vivere americano, che oggi è quello dominante nel mondo intero.

Come è possibile riscontrare visitando il Lower East Side Tenement Museum di New York, infatti, il numeroso popolo yiddish proveniente da varie nazioni europee (Germania, Polonia, Lituania, Russia…) riuscì a far rivivere negli States la realtà dei propri Paesi di origine.

In effetti, ambientarsi non fu semplice per tutti: quasi un quarto di coloro che lasciarono la heym per l’America decise di tornare nell’Europa Orientale da cui era fuggito e forse un altro quarto avrebbe fatto lo stesso, se ne avesse avuto la possibilità.

La maggior parte di coloro che rimasero in America, però, ebbe successo.

Le prime generazioni di ebrei immigrati a New York conservarono un forte attaccamento alla loro lingua, alla loro religione e ai loro costumi sociali, diventando in breve tempo la più numerosa comunità ebraica statunitense.

In questa realtà, la cultura yiddish esplose in un’ultima grande fioritura: venne perfezionato il genere classico della sua letteratura (lo skitse, racconto o bozzetto); dal 1870 nacquero numerosi giornali; nel 1900 i teatri yiddish in attività erano circa una trentina, per un totale di oltre due milioni di spettatori; quando il cinema divenne un business, centinaia di film in yiddish vennero prodotti e successivamente distribuiti in Europa e migliaia di dischi di musica klezmer vennero stampati.

In realtà, però, lo shtetl importato in America offriva una visione limitata della società yiddish lasciata oltreoceano ed era destinato a spegnersi inesorabilmente: nel giro di due o tre generazioni gli immigrati non furono più distinguibili dagli americani.

Nonostante l’assimilazione delle nuove generazioni, una parte della civiltà yiddish fu però incorporata nel sogno americano.

Un esempio su tutti: l’hamburger, l’alimento simbolo della civiltà americana, nacque come polpetta kasher mangiata dai passeggeri di terza classe che effettuavano la traversata Amburgo-New York e soprannominata “Hamburger Steak”.

Come sottolinea l’autore a conclusione della sua opera: “… Chi ordina un hamburger potrà non saperlo ma sta festeggiando l’esodo del popolo yiddish dall’Europa. Questo cibo sostentò coloro che sopravvissero al naufragio della civiltà yiddish…”.

Quindi, come non concordare con Moni Ovadia quando, nella sua prefazione al libro, evidenzia che “l’humus dello yiddish ha impollinato di sé tutto l’Occidente”?

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