Intervista/L’irriverente ironia di Shalom Auslander

Libri

di Roberto Zadik

Ha quarant’anni circa, è nipote del gran rabbino Norman Lamm, e negli Stati Uniti il suo primo libro ha suscitato grande scalpore. Shalom Auslander è una delle ultime e più dissacranti promesse della letteratura ebraica americana; è lo scrittore che nel suo ultimo libro ha immaginato Dio come un grande pollo alto tre metri.

La letteratura ebraica americana d’altra parte, si sa,  è piena di autori vocati alla provocazione – da Philip Roth, a Norman Mailer, ad Allen Ginsberg, personaggio di punta dell’era hippy e gran “padre” della Beat Generation. Ma, negli ultimi tempi, pochi, nel bene e nel male, sono stati capaci di suscitare apprezzamento tanto quanto biasimo e disapprovazione come il ribelle Auslander, saggista, giornalista e scrittore, nato e cresciuto a New York, nel quartiere ortodosso di Monsey.

Noto per l’ironia tagliente e l’approccio disilluso e dissacrante verso la religione che caratterizza il suo primo libro, “Foreskin’s Lament” (trad. it. “Il lamento del Prepuzio”, Guanda, 2009), Auslander è tanto efficace nello stile quanto polemico nei contenuti. In Foreskin’s Lament descrive, in maniera spesso corrosiva,  un tormentato percorso esistenziale, un cammino  che oscilla dall’ortodossia all’ateismo, dal pentimento al ricorso ad hamburger e hot dog come atto di trasgressione.  Fra ironia e rabbia, ci racconto il suo rifiuto delle tradizioni, dei rituali, dei precetti seguiti e imposti dalla famiglia e dall’ambiente in cui cresciuto per passare poi alla ricerca di un rapporto più maturo e personale con Dio.

Fra irriverente ironia e imprecazioni, fra abilità narrativa, “odio di sè” e sensi di colpa, il libro ha provocato numerose reazioni e critiche, e ora l’autore, seguendo lo stesso filone corrosivo della sua prima opera, ha pubblicato una raccolta di racconti “Beware of God” (Trad. it. “A Dio spiacendo”, Guanda, 2010) dove ritroviamo l’intero mondo, animali compresi, in completa balia di un Dio autoritario, dispotico, ma soprattutto capriccioso.

Auslander insomma anche con il suo secondo lavoro si è posto all’attenzione dei lettori e della critica suscitando polemiche ma incontrando anche molti consensi.

Il suo ultimo libro è uscito in Italia ormai da qualche mese; se ne è parlato molto. Ma anche fuori del bailamme delle interviste a caldo, ci è parso interessante fargli qualche domanda, a cui, gentilmente, ha accettato di rispondere.

Signor Auslander, quando e in che modo ha avuto l’ispirazione per “Il lamento del prepuzio” ?  c’è un legame col capolavoro di Philip Roth “Il lamento di Portnoy”

Non direi che l’ispirazione sia nata tanto da Roth quanto piuttosto dalla nascita di mio figlio, e da tutta una serie di questioni ancora irrisolte per me – Dio, la famiglia, la religione – che in quel momento sono riaffiorate. Così ho deciso che scriverne sarebbe stata l’unica maniera per affrontarle. In qualche modo, ho scritto questo libro per mio figlio forse come spiegazione di tante cose (magari fra vent’anni potrò dire che sono stato un pessimo padre). Onestamente, non avevo riflettuto sulla somiglianza col titolo del libro di Roth, fino alla pubblicazione del mio romanzo. Stranamente nessuno mi ha chiesto se avessi preso spunto dal “Teatro del Sabbath che è il mio libro preferito di Roth o dalle “Ceneri di Angela”che è un fantastico memoriale oppure da “Wittgenstein Mistress” di David Markson, che è uno dei testi che ho amato di più. Tutti mi hanno chiesto del  “Lamento di Portnoy”. Strano.

Cosa definirebbe il suo libro “A Dio spiacendo”?  una satira?

Una raccolta di racconti che mi sono divertito molto a scrivere.  Mi trovavo in qualche terribile incontro di lavoro e mi stavo meravigliando di come fosse diventata la mia vita e mi chiedevo cosa sarebbe successo alla fine dei miei giorni. Ho avuto il desiderio di suicidarmi, così ho continuato a scrivere. Qualcun altro potrebbe definirlo diversamente, ma non mi interessa particolarmente.

Qual è stata la reazione dell’ambiente ebraico  riguardo ai suoi libri

Le persone che si agitano per questi argomenti hanno protestato anche riguardo a quanto ho scritto. Questo è quello che fanno sempre. Credo, comunque, che ci sia stata da parte della maggioranza della gente una sincera comprensione che quanto si insegna nel mondo ortodosso sia, a mio avviso, profondamente distruttivo e ingannatorio. Qualcuno mi ha detto che questo non è l’ebraismo che gli hanno insegnato e su questo non dubito che possa essere vero. Anche se questo è quello che hanno insegnato a me e a molti altri. Quindi se questo fa innervosire qualcuno che non se la prendano con me, ma che vadano a Monsey, dove sono nato, a rimproverare chi profana la religione. Possono andare in qualsiasi luogo questo accada e lasciare lo stesso messaggio!

Recentemente è stato in Israele. Cosa ne pensa?

Ci sono stato un po’ di anni fa, scrivendo un articolo per il “Time Magazine” che non ha avuto nessun riscontro. Comunque non sono un grande ammiratore di Israele o di qualunque altro posto  mediorientale. C’è troppa rabbia, troppa aggressività  e anche se ti dicono qualcosa di gentile sembra un attacco. Vengo da una famiglia molto collerica e questo non è stato molto piacevole per me. Riguardo a quanto ho scritto su Israele credo che magari dovrebbero mangiare meno carne, e meno ormoni, e più insalata e forse questo li renderebbe meno aggressivi!

Concludendo questa breve intervista, potrebbe definire i suoi sentimenti riguardo alla religione e alla tradizione ebraica in generale?

No, veramente non ci riesco.