Intervista al musicista Frank London, a Milano il 24 gennaio al Manzoni con il “Glass House Project”

Eventi

di Roberto Zadik

glass house
Il Glass House Project di Frank London

Manca poco all’attesissimo appuntamento del prossimo 24 gennaio quando, dalle 11 di mattina al Teatro Manzoni, via Manzoni 42, la memoria e il dramma degli ebrei ungheresi saranno al centro dell’esibizione del grande Frank London che suonerà con il suo nuovo gruppo dei “Glass House Project”. Tributo a quanto accadde alla popolazione ebraica di Budapest e alla figura emblematica di Carl Lutz che, nel suo ruolo di diplomatico svizzero nella capitale ungherese, nominato viceconsole in Ungheria nel 1942, riuscì a salvarne 62mila dalla deportazione e dalla morte nei lager nazisti, rischiando la vita con coraggio e altruismo.

L’esibizione inserita nella scaletta della rassegna “Aperitivoinconcerto” (biglietto 12 euro, per informazioni e prenotazioni www.aperitivoinconcerto.com) si preannuncia molto particolare e emozionante. Essa infatti, inserita nel calendario dell’iniziativa che durerà fino al 20 marzo, è un omaggio sia alla sofferenza che all’importanza dei Giusti come Carl Lutz, a quelli che senza nulla in cambio rischiano la vita per salvare altri esseri umani e opporsi al Male.

Rilasciando visti per la Palestina di allora per diecimila ebrei, Lutz si occupò di emettere un gran numero di lettere di protezione per gli ebrei restanti, dal 1944 in poi, che assicuravano a loro la tutela diplomatica del governo elvetico e estendendo questa protezione a una sessantina di palazzi in cui uomini, donne e bambini trovarono rifugio dai rastrellamenti che le spietate milizie naziste compievano nel Ghetto.

Una storia molto emozionante che London, acclamato trombettista, musicista e compositore ex leader dei Klezmatics, coi suoi affiatati musicisti evocherà sotto i riflettori, fondendo vari generi musicali e influenze culturali e etniche. Dalla musica ebraica klezmer e yiddish al jazz alla musica sperimentale e ricordando col nome “Glass House” (casa di vetro) i domicili dove si nascosero gli ebrei. I musicisti della Glass House Project sono un gruppo di strumentisti di grande preparazione capaci di incredibili virtuosismi e di notevole espressività che uniscono vari background e gusti melodici a seconda dei membri. Da segnalare il batterista israeliano Yonadav Halevy, uno dei migliori percussionisti jazz in circolazione, il chitarrista americano di origini armene Aram Bajakian che ha lavorato nientemeno che col grande cantautore Lou Reed, icona degli anni ’70 e ebreo newyorchese come London e gli ungheresi Miklos Lukacs, al cembalo e il fenomenale cantante violinista Edina Szirtes Mokus. Una ensemble di grandi talenti che vantano collaborazioni prestigiose e numerosi premi e riconoscimento che si esibiranno per non dimenticare gli orrori dell’Olocausto e la figura del grande Carl Lutz.

In occasione di questa spettacolare esibizione, ho contattato London, ebreo newyorchese, che si è mostrato molto disponibile alle domande. Ecco l’intervista a Frank London in anteprima e in vista del concerto:

frank londonCom’è nato questo progetto e com’è nata l’idea di collegarlo alla Shoah in Ungheria?

La nostra Orchestra è nata da un progetto iniziato da Gergely Romsics direttore dell’Istituto di Cultura Ungherese “Balassi” a New York. L’edificio è il memoriale delle vittime dell’Olocausto in Ungheria costruito in occasione del 70esimo anniversario di questa tragedia, che si è consumata quasi del tutto nel 1944. La costruzione supera il semplice memoriale e il nostro concetto era appunto questo, andare oltre alla storia e presentare un affresco globale che sottolinei la complessità della cultura ebraica ungherese e l’incredibile varietà di influenze che la caratterizzano. Per questo utilizziamo la nostra musica per informare il pubblico di come diverse culture come ebrei, carpazi, ucraini e zingari potessero convivere nello stesso territorio e formare un tessuto culturale affascinante e variegato. Visti i tempi che stiamo vivendo questa è una lezione importante da enfatizzare nella società attuale.

Ha mai incontrato Carl Lutz e come  è venuto a conoscenza di questa incredibile vicenda?

Non l’ho mai incontrato purtroppo ma ho scoperto per caso questa incredibile vicenda mentre stavo cercando un nome e un’immagine per il progetto. Il nome “Glass House Project” (Progetto della Casa di Vetro”) è sia particolare che universale. La storia che sta dietro ad esso riunisce al suo interno coraggio, compassione e ingenuità e un forte senso politico. Migliaia di vite sono state salvate grazie allo spirito di Lutz e alla sua premura verso il prossimo. L’immagine della Glass House mi sembrava la più adatta a questo contesto così evocativa, fragile, traslucida e aperta a molteplici interpretazioni.

Quali sono i collegamenti col suo gruppo precedente “I Klezmatics” e questa nuova idea? E quali band o tematiche vi ispirano quando suonate musica Yiddish?

Col passare degli anni, ho notato una oggettiva connessione fra tutti i miei progetti, il mio lavoro e le varie influenze. Come se ci fosse una continuazione fra Klezmatics, Glass House e altri progetti come Shekinah o Klezmer Brass Allstars. Ho imparato a preparare un metodo di lavoro comune a tutte queste idee. Per prima cosa trovo l’obbiettivo del progetto, poi faccio una seria ricerca e mi metto a studiare e permetto a tutte le esperienze di integrarsi col materiale didattico. Questo progetto “Glass House” ad esempio si focalizza sulla musica ebraica e sul folklore ungherese del Novecento. Questa ricerca mi ha portato a conoscere un ampia gamma di generi musicale: dalla musica folkloristica, all’operetta alla musica religiosa e così dopo aver scelto il materiale ci siamo divertiti a vedere cosa ne facevamo! Una delle caratteristiche più importanti e distintive della nostra Orchestra è la flessibilità e la versatilità dei membri di questa ensemble. Il gruppo può passare fra i vari generi con disinvoltura suonando classica, folk, jazz, tutto..Il nostro approccio alla musica è estremamente sfaccettato.

Come vi sentite su questa vostra prima data a Milano?

Per me è stato un privilegio esibirmi a Milano tante volte in questi anni coi Klezmatics, con gli altri progetti come Frank London Klezmer Brass Allstars dove abbiamo suonato con vari musicisti come im trombettisti Roy Paci e Boban Marcovic. Siamo per questo molto eccitati di suonare con questo nuovo gruppo per la prima volta nel prestigioso Teatro Manzoni con la sua grande storia e il suo pubblico. E’ una grande gioia per noi portare questa musica a questa gente che la conosce e apprezza.

Avete mai visitato l’Ungheria e Budapest?

Ho avuto l’onore di andare a Budapest molte volte suonando nella Grande Sinagoga così come a ogni edizione dalla Philarmonic Hall allo Sziget Festival.

Come vive la sua identità ebraica, la Shoah e i recenti fenomeni di antisemitismo e negli Stati Uniti com’è l’attuale situazione per gli ebrei?

La Shoah è una piccola parte della mia identità ebraica, come il rapporto con l’antisemitismo. La mia identità ebraica si basa su molti aspetti positivi, la nostra cultura, la musica e la lingua, i riti religiosi, le festività e la comunità, l’idea del tikkun olam e della guarigione del mondo. Le mie reazioni alla storia e all’antisemitismo recente è la stessa che provo riguardo ai pregiudizi e all’odio verso i neri, all’oppressione contro gli zingari o le leggi omofobe in Russia e nel mondo. Detesto ogni pregiudizio e provo a lavorare diligentemente per combattere contro quelli che vorrebbero opprimere il prossimo. Questo è l’obbiettivo di tutti gli artisti e le persone consapevoli: cercare di rendere il mondo un posto migliore senza pregiudizi e generalizzazioni che portano all’odio.

Qual è il suo film preferito sulla Shoah?

Sebbene sia un appassionato di cinema, recentemente non ho visto molti film sulla Shoah. Credo che comunque “Shoah” di Claude Lanzmann sia un documento importante. Più che i film, non ho mai visto “La lista di Schindler” né ho mai incontrato Spielberg o Benigni, sono stati i libri che hanno formato più profondamente la mia coscienza sull’argomento. Fra questi ci sono gli scritti di Tadeusz Borowski e di Primo Levi e i saggi di Hanna Arendt sul totalitarismo. Quasi tutta la narrativa sulla Shoah ha qualcosa da insegnare.

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