Gabriele Nissim: il cacciatore di Giusti e la banalità del bene

di Fiona Diwan

Gabriele Nissim a Jaffa, vicino alla targa che ricorda Dimitar Peshev

È un uomo asciutto, schivo, a tratti monacale, come forse si addice a chi, per tutta la vita, si è dedicato alla ricerca di anonimi cittadini che poi, via via, si rivelavano persone speciali. Per un cacciatore di Giusti come Gabriele Nissim, il senso di tutta un’esistenza è racchiuso in questa ricerca: quella di storie vere che restano nascoste almeno finché qualcuno non le scopre e le racconta. Un’esistenza spesa all’inseguimento di fiammelle di Bene capaci di illuminare le tenebre della Storia, particelle elementari di bontà individuale annegate in un oceano di infamia, di delazione, di terrore totalitario. Un’indagine la sua che, dopo un lavoro durato decenni, ha avuto un solenne coronamento quando, l’anno scorso, il Parlamento Europeo ha istituito la Giornata Europea dei Giusti, il 6 marzo di ogni anno. Questa del 2013 sarà la prima edizione, con celebrazioni in contemporanea a Bruxelles (alla presenza di Shimon Peres), Praga, Sarajevo, Varsavia (a Milano il programma del 6 marzo prevede una cerimonia alle 11.00 al Giardino dei Giusti in Piazza Santa Maria Nascente, e un concerto con delle letture a Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi, in piazza Duomo, alle 20.45).

Ai Giusti tra le nazioni, a queste scintille di luce nascoste tra gli anfratti più oscuri delle circostanze storiche, Gabriele Nissim, 62 anni, storico e documentarista (ha fondato Gariwo-La foresta dei Giusti, www.gariwo.net), dice di essersi avvicinato da ragazzo, quando, militante della sinistra universitaria milanese, negli anni Settanta, iniziò a occuparsi dei dissidenti, nell’allora Unione Sovietica, di Solidarnosc in Polonia e di persone coraggiose che non temevano di esporsi e mettersi per traverso nel momento in cui i regimi totalitari scatenavano persecutorie cacce al diverso o al capro espiatorio di turno. Un’avventura esistenziale che ha portato Nissim a viaggiare ai quattro angoli del pianeta, un’esperienza etica che si è trasformata in riflessione filosofica sui temi del Bene e Male.

«Ho sempre profondamente sofferto per il problema dell’antisemitismo, fin da ragazzo. Tutta la storia della mia famiglia ne è stata condizionata. Ho frequentato le scuole elementari alla scuola ebraica di via Eupili, poi il liceo Berchet e la Facoltà di Scienze Politiche a Milano. Ma è stato andando nei Paesi dell’est Europa che ho toccato con mano l’odio antiebraico, l’odio fisico, la volontà di annientamento totale degli ebrei».

Come si diventa un ostinato “cacciatori di Giusti”?

Il tema della lotta, l’elemento ostinato, come lo chiama lei, mi viene dalla mia famiglia, una vicenda di resistenza, di combattimento. Veniamo da Salonicco, mio padre servì nell’esercito greco e all’arrivo dei nazisti decise di combatterli: andò in Egitto, si arruolò nell’esercito inglese, scelse di fare il paracadutista e combattè a El Alamein. Grazie a mio nonno, che viaggiava spesso in Bulgaria, sapevano tutto quello che avveniva nei lager: fu lui che organizzò la fuga delle mie zie verso il Libano, a bordo di due barchette. Da ragazzo feci a cazzotti con un fascista che si era rifiutato di ballare con una ragazza solo perché era ebrea.

Ecco: io sono figlio di questa volontà di opporsi. Ma sono anche figlio dell’universalismo degli anni Sessanta e Settanta; per me, essere ebreo vuol dire battersi contro regimi oppressivi, totalitari e razzisti, in nome di un’ideale di eticità. Non sono mai stato particolarmente religioso e non ho un approccio identitario all’ebraismo. Mi sono sempre sentito un cittadino del mondo e ho sempre fatto il tifo per Israele, malgrado la sinistra in cui militavo fosse  filo-palestinese. Poi, tuttavia, iniziai a viaggiare in Polonia, Russia…, a girare documentari sulla resistenza al regime comunista, conobbi Vaclav Havel, Adam Michnik, Dimitar Peshev… Mi resi conto che sulla questione ebraica c’era un abisso, ad esempio, tra realtà italiana e mondo slavo: quelle terre nordiche bruciavano di antisemitismo, ardevano di un odio antico e mai spento, neppure dopo la Shoah. Avvertii che in Polonia, in Ungheria l’antisemitismo era immenso, aveva a che fare con la repulsione fisica, tangibile, un sentimento che l’Italia non aveva mai conosciuto. Proprio per questo mi dissi che MAI avrei accettato che si banalizzasse il termine “antisemitismo”, precipitandolo in un calderone indistinto di significati; e che non si può scomodare questo termine a sproposito, banalizzarlo appunto.

Ma possibile che la Shoah non abbia lasciato traccia laggiù?

Nel mondo slavo e nei Paesi dell’Est, la memoria della Shoah è stata censurata, cancellata per decenni. Come poteva esserci stata persecuzione antiebraica se per i sovietici non esitevano le identità ma solo le classi sociali? Per i russi, i morti nei lager erano semplici vittime proletarie del capitalismo, non ebrei. Una negazione assoluta dell’identità. E così gli ebrei sono diventati invisibili, nascosti, silenti. Ma restavano il capro espiatorio privilegiato del regime. Ancora oggi penso che in Russia e nel mondo slavo ci sia scarsa attenzione al problema ebraico e alla memoria della Shoah. Laggiù, se la sognano una Giornata della memora come in Italia. Gli ebrei di casa nostra dovrebbero essere grati alle istituzioni italiane del rilievo che questo evento ha oggi qui da noi. In nessun altro Paese Europeo, neppure in Francia o in Inghilterra,  il 27 gennaio registra una tale partecipazione pubblica e privata, capace di toccare tutti, anche cittadini non ebrei.

Torniamo ai Giusti; è quindi dal mondo slavo, dalla cancellazione della memoria del Male che viene la sua attenzione al tema?

Sì. Cominciai a capire davvero la complessità della vicenda quando scrissi Ebrei Invisibili e mi confrontai con la manipolazione della memoria avvenuta nella Russia sovietica.

Quando è diventato un “cacciatore” di Giusti, allora?

Quando incontrai Moshe Moshek, un bulgaro. Lavorava all’Archivio di Israele e fu lui a svelarmi che gli ebrei bulgari erano stati salvati da Dimitar Peshev e NON dai comunisti, come invece tutti credevamo. Non avevo mai sentito parlare di Peshev e fui incuriosito. Indagai, volai a Sofia e scoprii che aveva salvato 50 mila ebrei bulgari. Era un filo tedesco ma si schierò contro la deportazione degli ebrei bulgari, fermò i convogli ferroviari, fece firmare a 42 deputati filonazisti del Parlamento bugaro un documento in cui si dichiarava che se si avesse fatto del male agli ebrei si faceva del male anche alla Bulgaria. Peshev era un Giusto, aveva agito in nome di un pensiero libero, aveva fatto il Bene così, in modo insensato per il clima dominante e a dispetto di qualsiasi premessa. La sua memoria fu riabilitata anche in Bulgaria. Dopo il caso Peshev, fu l’amico giornalista Enzo Bettiza a ragionare con me sulla questione del Giusto come figura universale, colui che aiuta le vittime durante i genocidi; che questo avvenga in Armenia, in Rwanda, in Nigeria, in Cambogia o Yugoslavia, contro i Rom o i Sinti, o contro qualsiasi popolo o etnia.

E il suo incontro con Moshe Beijski?

Fu ancor più importante. Beijski era l’antagonista di Moshe Landau, Landau che aveva istruito il processo Eichmann, il primo responsabile della Commissione dei Giusti. Landau aveva idee precise, cercava la purezza, i Giusti perfetti, gli eroi, figure carismatiche, piene di rettitudine, saldi principi. Per Bejski invece si trattava del contrario: anche un impostore o una canaglia dalla dubbia moralità poteva, inopinatamente, fare il Bene e dimostrarsi Giusto. Lo scontro fra i due fu sulla figura di Oskar Schindler, l’uomo che aveva salvato Beijski dalle camere a gas, un antieroe ambiguo, che faceva affari coi nazisti, e che Landau si rifiutava di riconoscere come Giusto. Mi ritrovai in mezzo allo scontro e presi le parti di Beijski: così scrissi il saggio su Il Tribunale del Bene. Ancora oggi quello scontro ideologico continua: da una parte ci sono i puristi, dall’altra i realisti.Personalmente mi sentii subito vicino a Beijski e ai suoi Giusti imperfetti: Beijski mi insegnò che non era necessario essere particolarmente intelligenti né particolarmente colti o istruiti per assumersi il rischio degli altri. Sono un ammiratore di Hannah Arendt, del suo concetto della banalità del male e quindi della banalità del bene. Durante il processo Eichmann, la Harendt si chiedeva: quand’è che le persone perdono la capacità di un pensiero autonomo? Un regime dove le regole sono sovvertite e dove il delitto diventa la regola, mette a tacere anche la coscienza individuale? Quand’è che si crea il depistaggio morale della coscienza?

Ecco, Beijski non si fermava alla dinamica del salvataggio; si interrogava sul percorso umano che conduce dal Male al Bene. Andava in profondità: ci fu ad esempio il caso di un tedesco che salvò molti ebrei durante la guerra. Ma che poi, anni dopo, divenne un assassino. Per Beijski costui -e chi non rispettava la vita umana-, non poteva essere considerato un Giusto, anche se aveva salvato degli ebrei.

Il tema dei Giusti ci costringe a ragionare sui comportamenti umani, e su ciò che fa di noi individui liberi, che scelgono, come diceva Primo Levi. Solo così so di dare un senso alla memoria della Shoah, solo così posso sperare di interessare i giovani. Se chiedo a dei ragazzi quali sono i meccanismi che l’uomo attiva di fronte al Male, loro saranno subito interessati, perché questo è un problema che riguarda anche loro. Insomma, i Giusti ci dimostrano che si può uscire dal totalitarismo, che si possono evitare i genocidi se solo si accetta di mettersi nei panni degli altri. Per fare questo non serve essere colti o intelligenti. Basta restare svegli, non anestetizzare la facoltà di pensare. Ahimè, la storia ci ha dimostrato che la morale può essere ribaltata dalla mattina alla sera, e questo è accaduto fino a oggi, dal Darfur al Rwanda, quando cioè diventa lecito uccidere, come se fosse una cosa normale. In fondo, nei gulag o nei lager, la maggior parte di chi ci lavorava non pensava di fare qualcosa di sbagliato, anzi, era convinto che così stava facendo il proprio dovere, che stava servendo la patria e il bene collettivo.

Oggi mi chiedo: perché nessuno attiva uno scandalo morale davanti a ciò che accade in Siria? Solo adesso, Barak Obama ha creato un Dipartimento apposito per la prevenzione dei genocidi (nessun altro Paese lo ha fatto finora). Anche in Italia, chi gestisce il Giorno della Memoria dovrebbe fare un salto di qualità, ricordando TUTTI i genocidi e non solo la Shoah; la qual cosa non è riduttiva rispetto all’unicità dell’Olocausto, non è una diminuzione ma anzi, un arricchimento e contribuisce a dare senso più ampio a quella immane tragedia. Ecco: il problema della memoria non sta tanto nel guardare al passato ma nel pensare al futuro. Chi sono i Giusti di oggi? Chi sono quelli che rischiano la vita per rompere la catena del male di cui sono testimoni? Anche a costo di rimetterci la vita e quella dei propri cari?

È stato difficile convincere il Parlamento di Bruxelles a votare la Giornata Europea dei Giusti, il 6 marzo?

Un lavoro certosino. Ho bussato alla porta di 700 parlamentari europei convincendoli a uno a uno. Una faticaccia, ma ne è valsa la pena. Gabriele Albertini, all’epoca a Bruxelles, mi ha dato una mano straordinaria: fermava nell’emiciclo del Parlamento tutti i deputati e chiedeva loro di firmare la dichiarazione. Anche per lui non è stato facile e si è esposto  in prima persona. Ho capito così, viste le molte resistenze, che è molto difficile fare un discorso universale in Europa. Turchia e Spagna (quest’ultima ha contratti economici con la Turchia), non volevano sentire parlare di genocidio armeno e di Giusti; i verdi e la sinistra tedesca non volevano che si ricordassero le pagine nere della storia del comunismo, le vittime dei gulag e tutta la vicenda dei dissidenti; c’era poi chi, tra gli ebrei, non capiva perché estendere il concetto di genocidio e avevano  paura che la Shoah fosse banalizzata; infine, i deputati inglesi ritenevano che quello dei Giusti fossero un concetto religioso squisitamente ebraico e pertanto, come laici, non potevano sottoscriverlo, e che il termine non fosse politically correct. Molti altri, negavano la valenza universale dell’idea di Giusto e di memoria del Bene. Alla sinistra del nord Europa poi, solo a sentir parlare di Israele, gli veniva l’orticaria. A tutti loro ho obiettato che da Socrate a Spinoza a Kant, l’idea di Giusto si ritrovava in tutta la storia della filosofia. Ma il riferimento al Giardino dei Giusti di Yad Vashem dava fastidio: implicitamente, il messaggio della mozione presentata diceva: “Europa, impara dall’esperienza di Yad Vashem e ricordati di tutti i genocidi”. Molti mi davano del pazzo, certi che non l’avrei spuntata. E so che se avessi evitato i riferimenti a Israele sarebbe stato più facile convincerli. Non ho voluto. Così li ho inondati di mail, li ho presi per stanchezza. Ma è adesso che la Giornata esiste davvero che comincia il vero lavoro di costruzione. È solo l’inizio.

6 marzo: il programma

Giornata Europea dei Giusti, prima edizione. Si parte con l’evento al Parlamento di Bruxelles, alla presenza di Shimon Peres, presidente d’Israele, di Boyko Borissov, primo ministro della Bulgaria e Gabriele Nissim, per ricordare il destino degli ebrei bulgari e il salvataggio ad opera di Dimitar Peshev. In contemporanea, eventi nella mattinata del 6 marzo a Varsavia, a Praga (con gli ex di Carta 77), a Sarajevo (qui saranno premiati dei Giusti bosniaci), a Milano (con una cerimonia al Giardino dei Giusti, alle 11.00, in Piazza Santa Maria Nascente e un concerto a Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi, alle 20.45).

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