Amos Oz e Milano: un abbraccio in Sinagoga per Bookcity

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di Ester Moscati

image“Fate la pace, non l’amore”, questo dice al pubblico milanese Amos Oz, al termine di un incontro pieno di stimoli e spunti di riflessione. È la sua visione politica del compromesso, che non è un atto d’amore ma un incontro necessario in cui ciascuno perde qualcosa, in cui non si diventa amanti ma semplicemente vicini.

Ma è stato un abbraccio pieno di affetto quello che Milano ha riservato allo scrittore israeliano Amos Oz, che in una sinagoga stracolma ha presentato il suo ultimo libro, Giuda, in occasione di BookCity. Una collaborazione efficace tra casa editrice Giuntina, assessorato alla Cultura della Comunità e l’editore italiano di Oz, Feltrinelli, ha reso possibile l’incontro con la Città di uno degli scrittori israeliani più amati in Italia. “Scintille per un mondo che cambia” il titolo scelto da Shulim Vogelmann per l’evento di domenica 16 novembre.

In una sinagoga è normale pregare in ebraico; meno normale ascoltare la lettura di qualche pagina di un romanzo. Ma è così che Oz ha voluto iniziare. Ha infatti letto un passo del suo Giuda, “per far ascoltare anche a chi non parla ebraico la musicalità di questa lingua”. La traduzione offerta al pubblico, con fotocopie sui banchi, ha consentito a tutti di gustare questo momento.

Dopo i saluti di Daniele Cohen, assessore alla Cultura della Comunità, e di Shulim Vogelmann della Giuntina, e introdotto dalle note di Nili Oz, da 55 anni moglie dello scrittore, è iniziato un dialogo profondo e coinvolgente tra Fabio Vacchi e Amos Oz. Vacchi, musicista, ha composto un’opera su libretto di Oz, tratto dal suo romanzo Lo stesso mare. Sodalizio e amicizia, dunque che hanno lasciato trasparire nel corso del dialogo.

Giuda è un libro pieno di “traditori”, personaggi, fantasmi, ricordi che siano. C’è Giuda, ma anche Abravanel, che “tradì” Ben Gurion contastando la fondazione di Israele. Vacchi fa notare che nel romanzo tutti i punti di vista sono sostenuti con la stessa passione, la stessa capacità argomentativa, quasi che l’Autore ritagliasse per sé un ruolo neutro.

Amos Oz risponde che in realtà non condivide integralmente nessuna delle opinioni espresse dai suoi personaggi, ma che ha voluto creare una polifonia di voci in equilibrio, in armonia. Ma chi sono dunque i personaggi? C’è il giovane e idealista Shmuel, che sta scrivendo una tesi su Giuda e ha idee molto precise sul rapporto tra Gesù e l’ebraismo; c’è il vecchio Wald, cinico e disincantato; e c’è Atalia, una donna non più giovanissima, ma seduttiva e potente, figlia di Abravanel il cui fantasma aleggia sulla scena con altri trapassati recenti e lontani.

Dialoghi serrati, quelli tra i personaggi, ricchi di suggestioni, temi e motivi di riflessione, accennati nel corso dell’incontro a stuzzicare l’interesse del pubblico. Come il tema del tradimento di Giuda, e di Gesù “ebreo per sempre”. Chi era davvero Giuda, l’apostolo più amato, più fedele? Perché lui, giovane benestante, tradì per miseri trenta denari? E che bisogno c’era di quel bacio, dato che tutti a Gerusalemme conoscevano Gesù? Un ebreo per sempre, un ebreo che sarebbe inorridito a sapere che cosa altri avrebbero fatto nel suo nome, inquisizione, torture, roghi…

C’è speranza in questo libro? Sì, speranza e miracolo, il miracolo di voci diverse che si parlano, personaggi all’inizio estranei, estremanente diversi che però via via sviluppano tra loro affetto e comprensione reciproca. “È per questo miracolo che ho scritto questo romanzo” dice Amos Oz. Perché Shmuel, il giovane, alla fine va a cercare se stesso. Va a cercare una risposta e in questa ricerca c’è tutta la speranza che serve al mondo. Miracoli, fede lealtà e tradimenti sono quindi gli ingredienti del libro. “Ci sono molti traditori – dice ancora Oz – ma ognuno di noi è un po’ un traditore. Un bambino cresce e tradisce la sua infanzia, un giovane lascia la propria casa e tradisce i suoi genitori, si cambia idea nella vita, si tradisce quella precedente. Il più famoso traditore della storia è Gìuda iscariota, la Chernobyl dell’antisemitismo perché da allora tutti identificano i Gìudei con Giuda (anche se naturalmente non è da Giuda iscariota che nasce la parola Gìudeo!).

Spesso i cosiddetti “traditori” sono coloro che vedono le cose in una prospettiva diversa, e più lontano degli altri.

Abravanel lotta con Ben Gurion perché non vuole che sia fondato uno Stato ebraico, la sua visione è “visionaria”, di un mondo senza confini, senza eserciti, senza armi, senza Stati… Ma è una visione troppo avanzata, troppo idealistica, troppo bella per i nostri tempi. “Noi ebrei sappiamo bene – dice ancora Oz- che cosa significa, quanto sia terribile vivere duemila anni senza uno Stato, un territorio, senza la possibilità di difendersi”.

E ancora: “Per questo sono una grande sostenitore del compromesso, che non significa porgere l’altra guancia, ma incontrarsi a metà strada con il tuo nemico. In Europa si pensa che il conflitto tra israeliani e palestinesi sia un grande equivoco, che se ci si incontrasse, se ci si conoscesse, tutto potrebbe essere risolto. Ma non è così. Non c’è nessun equivoco: entrambi vogliamo la stessa terra, perché non abbiamo un altro posto dove andare. Allora ci vuole un compromesso, dividere la casa in due piccoli appartamenti. Non dobbiamo diventare amanti, solo vicini di casa. Negli anni Settanta si diceva ‘fate l’amore, non fate la guerra’. Ma il contrario di guerra non è amore, è pace. Così io dico: non fate la guerra, fate la pace!”