‘Giusti’ anche fra gli arabi

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Gli arabi: virtualmente gli unici al mondo a negare l’Olocausto. Il capo di Hezbollah Nasrallah: “Gli ebrei hanno inventato la leggenda dell’Olocausto”, il siriano Bashar al-Assad: “Non ci sono prove di come vennero uccisi gli ebrei o quanti di loro vennero uccisi”, il sito web ufficiale di Hamas etichetta il tentativo nazista di sterminio “come una storia presunta e inventata senza base storica”. Secondo un istituto di ricerca, anche l’Egitto, il Qatar e l’Arabia Saudita appoggiano e proteggono i negazionisti. E d’altronde lo statunitense Holocaust Memorial Museum nei suoi 13 anni di vita ha visto solo una visita di un leader arabo di alto livello, un giovane principe di uno stato del Golfo. In nessun paese arabo esiste un solo testo scolastico ufficiale o un programma didattico che tratti dell’Olocausto. E fin qui niente di nuovo.

Però … Quando gli arabi negano l’Olocausto essi negano anche la propria storia, la storia perduta dell’Olocausto nel mondo arabo, quella che rivela complicità e indifferenza da parte alcuni, ma anche episodi di eroismo da parte di altri che affrontarono grandi pericoli per salvare la vita di ebrei.

Né Yad Vashem né alcun altro memoriale ebraico ha mai riconosciuto un salvatore, un ‘giusto’ arabo, ed è ora di correggere questa dimenticanza, così come è anche ora che gli arabi ricordino e siano consapevoli di questi episodi della loro storia. Forse non servirà a cambiare la testa dei leader e dei gruppi più radicali, ma per alcuni l’Olocausto potrà costituire un motivo d’orgoglio degno di ricordo, e non una vicenda da negare e passare sotto silenzio. C’è bisogno che gli arabi sentano queste storie, quelle degli eroi e quelle dei carnefici.

L’Olocausto è anche storia araba. Dall’inizio della Seconda Guerra, le grandi zone su cui si stendevano le mire della Germania nazista comprendevano tutta l’area mediterranea, da Casablanca a Tripoli fino al Cairo, dove viveva oltre mezzo milione di ebrei. Dal giugno 1940 al maggio 1943 i nazisti, con i loro collaboratori di Vichy e i fascisti italiani, applicarono nel mondo arabo i prodromi della soluzione finale: non solo le leggi che privavano gli ebrei della proprietà, dell’istruzione, dei mezzi di sostentamento, della residenza, della libertà di movimento, ma anche la tortura, la schiavitù, la deportazione e la morte. Non c’erano campi di sterminio, ma infami campi di lavoro dove vennero internati migliaia di ebrei. Ricordiamo che nel film ‘Casablanca’ il maggiore Strasser parlando del marito della protagonista, un cecoslovacco della resistenza clandestina, dice: “Le autorità francesi non faranno certo fatica a trovare una scusa per rinchiuderlo in uno dei campi di concentramento che ci sono qui”. Quelli in Algeria e Marocco furono i primi campi liberati dagli alleati.

Non dimentichiamo che nei paesi arabi controllati dall’Asse morirono da 4 a 5000 ebrei, l’1% di quelli nordafricani, ma se le truppe alleate non avessero messo fine relativamente presto al dominio nazista nel continente africano (maggio 1943) gli ebrei dei paesi del Mediterraneo, e forse fino all’Egitto e alla Palestina, avrebbero condiviso la sorte dei correligionari in Europa.

Gli arabi in questi paesi non erano certo diversi dagli europei: con la guerra che infuriava intorno, i più stavano a guardare e non facevano niente, molti partecipavano in pieno e volonterosamente alla persecuzione degli ebrei, e pochi coraggiosi si davano da fare per salvare gli ebrei. I collaborazionisti operavano dovunque, e non si limitavano a eseguire gli ordini, con tutto il seguito di infamie e crudeltà dei delatori, dei corrotti, dei sadici: senza l’aiuto dei locali la persecuzione sarebbe stata impossibile.

Ma non tutti gli arabi si unirono alla campagna antiebraica. E anche se non furono molti quelli che rischiarono la vita per salvare degli ebrei, essi sono tanto più degni di nota e di ricordo. Accolsero gli ebrei nella loro casa, condivisero con loro le magre razioni, li avvisavano dell’arrivo delle SS. Il sultano del Marocco e il bey di Tunisi dettero assistenza ai loro sudditi ebrei; nella città di Algeri sotto il controllo di Vichy i predicatori della moschea nei loro sermoni proibivano ai fedeli di incamerare le proprietà confiscate agli ebrei.

Ci sono anche storie di vite salvate: 60 internati ebrei che erano riusciti a fuggire da un campo di lavoro dell’Asse vennero accolti e tenuti nascosti fino alla liberazione, da un certo Ali Sakkat. Lo stesso accadde in una cittadina della Tunisia, dove un notabile raccolse molte famiglie e diede loro riparo nella sua tenuta per proteggerle dalle violenze tedesche.

Esiste poi l’inoppugnabile prova che il più influente arabo europeo di allora, Kaddur Benghabrit, rettore della Grande Moschea di Parigi, salvasse più di cento ebrei concedendo loro certificati di appartenenza musulmana per evitare l’arresto e la deportazione.

Questi e altri furono veri eroi. Il Corano dice: “Chi salva una vita salva il mondo intero”. Il Talmud dice: “Se tu salvi una vita è come se avessi salvato il mondo”.

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