I sette palazzi celesti di Anselm Kiefer

Arte

Fra i molti eventi fra cui orientarsi a Milano in occasione del 27 gennaio, ce n’è uno che anche se non è stato pensato appositamente per il Giorno della Memoria, lo stesso si può presta ad una riflessione sulla Shoah, sull’Occidente dopo Auschwitz. La mostra è quella di Anselm Kiefer, “I Sette Palazzi Celesti”, dal 2004 in esposizione permanente all’Hangar Bicocca di Milano.

Il titolo della mostra prende spunto dai Palazzi – insieme all’architettura dei cieli e all’esperienza diretta della presenza di Dio – descritti nell’antico trattato del Sefer Hechalot:  rappresentano il cammino di iniziazione spirituale di chi intende giungere al cospetto di Dio. Un cammino che implica il passaggio attraverso i cieli, implica percorrere i sette palazzi celesti dei quali si potrà varcare la soglia ogni volta solo eludendo la sorveglianza degli angeli.

Tutto questo è rappresentato in uno spazio di 7000 metri quadrati decorati come un’immensa navata blu sulla quale si stagliano sette monumentali torri di cemento armato: Sefirot, Melancolia, Ararat, Linee di campo magnetico, JH&WH, Torre dei quadri cadenti. Sono alte tutte dai 14 ai 18 metri ed hanno la forma di contaniners per il trasporto delle merci; per Kiefer sono l’espressione e simbolo dei sette livelli della spiritualità, del cammino che deve intraprendere colui che intende arrivare al cospetto di Dio.

La torre più imponente dell’intera installazione è “Linee di campo magnetico”: misura 18 metri di altezza. Essa è caratterizzata da una pellicola di piombo che la percorre interamente fino a depositarsi ai piedi dell’edificio, dove si trova una bobina cinematografica e di una cinepresa. La scelta del piombo, in quanto materiale che non può essere attraversato dalle radiazioni luminose e non permette quindi la produzione di alcuna immagine, si presta a diverse interpretazioni: dal tentativo nazista di cancellare la cultura ebraica e le minoranze etniche, alla lotta iconoclasta che percorre periodicamente la cultura occidentale dall’epoca bizantina fino all’epoca luterana, alla concezione, più volte enunciata da Kiefer, che “ogni opera d’arte cancella la precedente”.

Questa molteplicità di lettura è connaturata all’opera stessa nel suo complesso che vuole essere insieme interpretazione della religione ebraica, ma anche rappresentazione delle macerie dell’Occidente dopo la Seconda Guerra Mondiale, e proiezione in un futuro possibile – al quale l’artista ci invita a guardare a partire dall’oggi, dal nostro presente rovinoso. Come qualcuno ha scritto, quest’opera è “il ritratto di una catastrofe avvenuta, la rappresentazione di un pianeta disabitato e ridotto in macerie, rappresentazione di un pianeta disabitato, ridotto a maceria”.

La sfida che Kiefer si è posto con quest’opera appare oggi come oggi gigantesca quasi quanto la dimensione delle torri:  reagire alla perdita di memoria che nell’arte è tipica delle avanguardie e dei loro epigoni.

Kiefer per arrivare ad immaginare quest’opera ha percorso un viaggio all’indietro che lo ha portato alle origini, alle radici della civiltà occidentale. Le figure e le leggende della Bibbia, la Bibbia stessa, dice, “è il luogo nel quale è iscritto il grande codice della civiltà occidentale”. Non si può distruggere.

Orari e informazioni sulla mostra e sull’Hangar Bicocca si trovano qui

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