Genova per noi

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di Daniel Fishman

La lettera c dell’alfabeto e la lettera r; vedete quante ne usa il poeta Eugenio Montale per descrivere l’asperità del territorio ligure e il carattere dei suoi scontrosi abitanti?”. Così Paola Sereni ci spiegava i versi di Ossi di seppia, al liceo della Scuola Ebraica.

Una serie di indicatori mi fanno pregiudizialmente pensare che Genova non sia la città più accogliente d’Italia, ma quando arrivo venerdì sera a casa dell’amico Ariel Dello Strologo, trovo tutto il calore che ci si aspetta in questi casi. La famiglia intona in coro il kiddush. “È una delle abitudini che abbiamo preso nel periodo della nostra permanenza a New York. Lì potemmo apprezzare cosa vuol dire far parte di una grande congregation, cosa che qui non è possibile”. Del resto, i 380 iscritti di Zena (il soprannome della città), sono in realtà sparsi in un ambito che spazia da Ventimiglia fino a La Spezia. “I numeri ma anche la possibilità di vedere cose e persone nuove, aiutano a motivarsi e a entusiasmarsi. Per questa ragione cerchiamo una volta al mese -prosegue Ariel che è anche vicepresidente della Comunità-, di accompagnare i nostri figli Yael, Tali e Ben all’Hashomer Hatzair a Milano. Lì possono fare un’attività ebraica che è fatta anche di socialità. Almeno una volta all’anno ci ritroviamo poi in vacanza con una decina di famiglie di ex ragazzi della FGEI, con i relativi figli”.

Se è vero che gli ebrei e i loro destini assomigliano a quelli delle città dove risiedono, non si può dire che il capoluogo ligure goda di grande salute. La città ha perso un quarto dei suoi abitanti in ventanni, e si domanda quanto il suo futuro dipenderà dal porto e quanto dal turismo. I numeri dicono che quest’ultimo settore è in crescita e il sabato in cui sono passato a Genova, il minian è stato corroborato anche da una famiglia proveniente dalla vicina Costa Azzurra. Rav Giuseppe Momigliano, quest’anno in “matrimonio d’argento” -dopo 25 anni- con la Comunità, mi fa entrare nella storia degli ebrei genovesi sfogliando dei vecchi faldoni con gli archivi della Comunità di fine Ottocento. Si ritrovano i nomi di alcune famiglie ancora presenti (Foà, De Benedetti, Segre, Luzzatti), ma non si notano ancora i cognomi askenaziti che giungeranno successivamente. Arrivi recenti? “Negli ultimi anni -dice la Segretaria Fernanda Segre-, sono arrivate una famiglia dal Brasile ed una dal Marocco, ma in genere i giovani lasciano la città per mancanza di prospettive di lavoro. “La realtà non induce a ottimismo, ma la storia ebraica ci ha da sempre abituati a grandi sorprese”, commenta da parte sua il Rav. No desesperar jamais, recita una canzone brasiliana di Ivan Lins e proprio la chiave di lettura musicale ci aiuta ad introdurre la grande “novità” della comunità ebraica locale: il Presidente Amnon Cohen. Shehaianu!, si tratta del primo israeliano presidente di una Comunità ebraica italiana. Siamo solitamente abituati a vedere i sabra lontano dalle nostre kehilloth, al limite impegnati a fare da responsabili della sicurezza. La sua storia è ben diversa. Amnon, nel suo ospedale, segue anche le epidemie, e questo periodo dell’anno è piuttosto impegnato. “Mi sono Laureato a Tel Aviv e specializzato in Israele, e solo dopo sono venuto in Italia. Sono del 1954 e ho già passato quasi metà dei miei cinquantasette anni qui, dove ho sposato Matilde e dove vivo con le mie due figlie gemelle. Dopo un’esperienza al Gaslini di Genova sono passato qui a Savona dove sono primario e responsabile di Pediatria, un reparto che mi ha messo negli anni in contatto con tanti in città. Sono però anche un punto di riferimento per la quarantina di studenti israeliani in Medicina che gravitano in Liguria e questo fa sì che anche loro si siano maggiormente avvicinati alla Kehillah. Fare Yom Azmaut e Yom Hashoà con gli israeliani significa fare vivere alla Comunità questi momenti in maniera diversa. C’è più consapevolezza, sentimento, conoscenza”. Tanti in Comunità hanno testimoniati di come Amnon abbia portato una bella ventata di militanza, aggiungendo però che è un peccato che risieda a Savona e che non possa dedicare più tempo alla collettività. Quando si toglie il camice bianco, e quando si accommiata da qualche Consiglio comunitario, il Presidente Cohen corre a suonare la chitarra nella sua Babilonia Ethnic Band. Repertorio multi-etnico e rock e prossimamente un concerto anche con Irene Fornaciari. Spesso per iniziative a sfondo benefico.

“Ho poco tempo, è vero -ammette Amnon Cohen-, ma basta dormire di meno e giocare di squadra, delegando bene gli impegni con il resto del Consiglio. È forse perché sono dugri (un tipo pane al pane e vino al vino, questa l’espressione in un ebraico contaminato con lo slang arabo), che non perdo e non faccio perdere tempo alla gente, dico le cose come sono e come mi piacerebbe farle. Interpreto questo ruolo come una esperienza paragonabile alla tzavà. È come se mi fossi detto “adesso faccio tre anni di servizio civile o militare, per la Comunità. Dare significa ricevere. Vedo per esempio quanto sono felici i volontari che lavorano nel mio reparto, quanta felicità dà loro sentirsi utili agli altri.

I “freddi” genovesi ora fanno i conti con un personaggio vulcanico che vuole una Comunità con molta più partecipazione e iniziative. Amnon Cohen cita il lavoro sui i giovani, sia quello fatto “in proprio” (attività sociali con una madrichà che viene da Milano e il Talmud Torà), sia quello in collaborazione con le vicine Comunità di Livorno e di Torino con le quali ci sono già stati degli scambi di attività. Un Presidente chitarrista in una città di cantautori e grandi tradizioni musicali non poteva non creare il Coro Shlomot. Trenta persone dirette da Eyal Lerner si sono recentemente esibite all’inaugurazione del Museo Palazzo Imperiale facendo fare una bellissima figura alla Comunità. A Succoth era invece presente Efi Netzer, un cantautore israeliano famoso per le sue canzoni di Shirà bezibur (canti collettivi). “I limiti economici non ci impediscono di fare attività cultura, servizi, e di fare sentire la Comunità come una casa di appartenenza comune. Malgrado la crisi -prosegue Amnon- mi ha fatto piacere vedere degli iscritti che si sono aumentati da soli la quota di adesione, e di avere recuperato dei vecchi iscritti di cui avevamo perso traccia”. Nel circolo Shalom vereut, una domenica al mese, si organizza un pranzo comune (a Genova non ci sono negozi casher), e si dibatte un tema di attualità che viene approfondito insieme. Il rapporto con il mondo esterno trova un suo riscontro nella centrale Galleria Mazzini, nel punto dove venne arrestato il rabbino Pacifici durante le ultime vicende belliche, su iniziativa del Centro Culturale Primo Levi, da più di vent’anni elemento di congiunzione tra la Comunità e la città, grazie ad una intensa attività di produzione e diffusione della cultura ebraica rivolta a tutti.“Ma siamo in una situazione politica di poca simpatia per Israele”, dichiara Giuseppe Giannotti -un iscritto originario di Rodi, battagliero giornalista che incontro nella redazione del Secolo XIX-. Sulla scrivania una bandiera biancazzurra è la più viva testimonianza del suo impegno per intervenire su articoli e rappresentazioni della crisi mediorientale che siano poco equilibrate.

Passeggio con Giuseppe dalle parti dell’ospedale San Martino, dove la città comincia ad inerpicarsi e mi ricordo i versi del liceo, meriggiare pallido e assorto/presso un rovente muro d’orto,/ascoltare tra i pruni e gli sterpi/schiocchi di merli, frusci di serpi.