Addio a Alex Goldstein Goren. Il ricordo dei fratelli

Necrologi

di Viviana Goren

Cerco di scrivere un ricordo di nostro fratello Alex, scomparso all’improvviso questa notte. A ottantun anni appena compiuti. Ma faccio fatica, perché non riesco a credere che non sia più con noi. Ieri sera tutta la famiglia era insieme su Zoom, un’abitudine che abbiamo preso durante la pandemia e che si è rivelata preziosa per noi, che da veri ebrei erranti viviamo sparsi nel mondo. Alex aveva mal di schiena, ma stava bene, scherzava come sempre, con quella garbata ironia che lo ha sempre contraddistinto. Poi si è addormentato davanti alla TV. Mia mamma l’avrebbe chiamata “la morte di un Giusto”, ma è difficile mettere insieme la parola giustizia con la parola morte.

Che cosa si può scrivere di un fratello amatissimo che tutto di un colpo non c’è più? Ricordare un’infanzia che la retorica vuole felice e che per noi lo è stata, ma con le luci e le ombre di ogni famiglia, soprattutto le nostre che portano indelebile il fardello della Shoah?

Di noi quattro fratelli Alex è l’unico nato prima della guerra. E’ vissuto fino a quattro anni in Romania, forse ignaro di ciò che succedeva intorno, ma certo doveva avvertire la tensione nell’aria. Nel 1944 è scappato in Israele insieme ai nostri genitori, con un rocambolesco viaggio in nave (ma forse più che una nave era un barcone) sulla quale papà radunò cento orfani della Transnistria per metterli in salvo. Partirono dal porto di Costanza, scortati da un convoglio della Croce Rossa e con una pilotina delle SS che faceva loro strada nelle acque minate, grazie a un canale umanitario pattuito dalla Croce Rossa. Arrivati a destinazione, a Istanbul, il governo turco non voleva farli sbarcare, ma alla fine riuscirono a prendere un treno per  Tel Aviv. Chissà che cosa provò il piccolo Alex, in mezzo al mare insieme ad altri cento bambini che avevano perso tutto, e poi catapultato in una città ai bordi del deserto, senza i suoi amici, i suoi riferimenti e senza conoscere la lingua? Non ce ne ha mai parlato, forse ha voluto cancellarne il ricordo. Ci parlava invece dell’arrivo a Milano, nel 1946, del primo soggiorno all’Hotel Principe e Savoia, dove era il terrore dei camerieri per la sua vivacità e per il profumo di aglio che emanava (la sua tata rumena lo tirava su a aglio e pane abbrustolito, secondo lei la panacea) – della frequentazione della scuola ebraica di Via Eupili, ma a quel tempo eravamo troppo piccoli.

I nostri primi ricordi sono quelli del “fratello americano” che tornava per le vacanze dagli Stati Uniti, dove a quattordici anni fu mandato a studiare, con orrende giacche blu elettrico che a noi sembravano il massimo dell’eleganza, e ci insegnava a ballare il rock ‘n roll figurato in cui era un campione.

La vita ci ha separati presto, ma siamo sempre rimasti tutti molto legati, sia quando Alex con la prima moglie Rina e i figli Andrea e Selina si trasferì a Londra, sia negli anni di Tel Aviv, dove conobbe la seconda moglie Brooke e l’allora piccolissima Brett, che fu per lui come un’altra figlia. E poi quando si stabilì definitivamente a New York, in una casa luminosa con grande cucina, dove poteva dare estro alla sua vera grande passione: la cucina. Una delle sue ricette fu anche pubblicata dal New York Times, un successo che lo rendeva molto orgoglioso.

Ci ritrovavamo ogni anno a Forte dei Marmi, per il compleanno di nostro padre, e spesso qua e là nel mondo per matrimoni, bar-mitzvah, celebrazioni. Che non sono mai mancate, perché noi quattro fratelli siamo cresciuti come un clan con i nostri quattro cugini Cukier, e molto vicini anche ai cugini Fromcenko di Tel Aviv, e quindi le occasioni si presentavano continuamente.

Alex, come primogenito in una vera famiglia patriarcale ebraica, fu forse quello che più soffrì delle “attenzioni” di nostro padre, la cui frase preferita era: “tu non sai che cosa va bene per te, lo so io che sono tuo padre”. E così, lui che sarebbe probabilmente diventato un ottimo professore universitario, uomo di grande cultura, sofisticate letture e meravigliosa capacità di spiegare, si iscrisse alla Business School (di Harvard, perché accademicamente era un fuoriclasse). Lì cementò grandi amicizie, che durarono tutta la vita, e il rapporto profondo con la sua alma mater, di cui fu sempre orgoglioso. La sua vita, come tutte le vite, ebbe alti e bassi, per fortuna gli alti di più, e durante gli ultimi decenni della sua vita riuscì ad emergere come meritava, nella sua appassionata attività a favore della Ben Gurion University, dove fu per molti anni acclamato CEO del Board of Governors e da cui ricevette la laurea honoris causa nel 2015. Il suo grande amore, dopo la famiglia e insieme alla cucina e alla “sua università” furono i libri. Era un bibliofilo e umanista di rango, soprattutto di edizioni tipografiche contemporanee a tiratura limitata. Divenne amico di editori come i Tallone e in America di Luke Pontifell, raffinato bibliofilo e fondatore di Thornwillow, e riuscì a mettere insieme una importante collezione che poi donò alla Columbia University.

Nell’attività filantropica per l’Università e nella passione per i libri riuscì a realizzare il suo profondo desiderio di trasmissione della cultura, che noi fratelli ben conoscevamo, perché Alex era la persona a cui tutti ci rivolgevamo quando avevamo curiosità, dubbi, ricerca di informazioni. Fu il primo a segnalarci, parecchi anni fa, come riconoscere le fake news, i suoi interessi spaziavano in ogni campo, e ricordo accese discussioni sul cervello -che è il mio campo-, sull’esistenza di una realtà oggettiva, sul movimento #metoo,  e su tutte le vicende politiche che in questi ultimi tempi ci hanno appassionati e in cui lui ribadiva senza esitazioni il suo animo profondamente democratico, paritario e antirazzista.

Caro fratello, non possiamo venire a East Hampton, dove ti eri rifugiato per sfuggire il Covid, a darti l’ultimo saluto. Non possiamo riunirci e fare shiva tutti insieme. Non possiamo abbracciarci e cercare di consolarci a vicenda della tua assenza.  Ma ci siamo con il cuore. E se tutti noi, laici, facciamo fatica a credere che un giorno ci ritroveremo, tu continuerai a vivere nei nostri cuori e nel nostro ricordo. Che la terra ti sia lieve…

 

Viviana, Micaela  e James Goren

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