La Brigata Ebraica

Brigata ebraica: evento Zoom organizzato da Nuova Udai fra storia, politica e cultura 

di Roberto Zadik

Nella storia recente, il valore militare ed etico dei volontari della Brigata ebraica viene manipolato da pregiudizi e stereotipi antisemiti, ma essi furono degli esempi di coraggio, altruismo e spirito di sacrificio. Molti però sono i misteri e le curiosità riguardo a questo tema. Chi furono questi volontari e quale fu  il loro contributo non solo nella storia europea ma anche nella nascita dello Stato di Israele? Questi fra i temi dell’interessante incontro Brigata ebraica viaggio fra i soldati che combatterono contro il Terzo Reich organizzato dalla Nuova Udai e dal suo presidente, Enrico Mairov, e tenutosi su Zoom lo scorso 4 maggio.

Tanti gli ospiti e le personalità importanti, dal vicepresidente onorario Udai, l’ex sindaco di Milano e europarlamentare Gabriele Albertini, al direttore del Museo della Brigata ebraica Davide Romano, allo storico Stefano Scaletta, fino alla dottoressa israeliana Miri Nahari fondatrice dell’associazione per i Profughi superstiti della Shoah che ha svelato  “in che modo i sopravvissuti siano passati per Israele per tornare alle loro patrie originarie”.

Intervento iniziale quello dell’onorevole Albertini che ha evidenziato come “la Comunità occidentale abbia sempre espresso compassione e effluvi amorosi per gli ebrei morti nella Shoah ma ha molto stentato a valorizzare quando il popolo ebraico, attraverso la Brigata ebraica, è riuscito difendere i propri valori, la propria civiltà a combattere e a vincere”. Nel suo discorso egli ha attaccato le strumentalizzazioni riguardo alla Brigata nei cortei del 25 aprile sottolineando come “con la Brigata sia iniziata la fondazione dello Stato di Israele, con una eroica compagine di cittadini che quando è finita la guerra hanno favorito immigrazione nel nascente Stato ebraico. La Brigata ebraica –  ha concluso – è stato un grande momento della storia che ha insegnato all’Occidente come un popolo afflitto dal colossale stermino grazie alla sua forza è riuscito a emergere e ad affermarsi”.

Il presidente Mairov ha successivamente ricostruito la storia cupa di quelli anni, partendo dalla Conferenza di Wansee in cui il 20 gennaio 1942 è “stato deciso che dovesse essere risolto problema ebraico sterminando  in sessanta mesi con i gas e i forni gli undici milioni di ebrei europei. In tre anni più di sei milioni ebrei vennero sterminati come aveva ordinato Heydrich, braccio destro di Himmler”. Egli fu ucciso da patrioti cecoslovacchi ma lo sterminio continuò con Eichmann. Ma nonostante questo “migliaia di ebrei hanno combattuto collaborando con eserciti angloamericani come i volontari della Brigata che venivano da Israele, risalirono l’Italia, partecipando direttamente alla sua Liberazione”.

Ma chi furono i volontari della Brigata? E cosa essa rappresentò?  A rispondere a questa domanda è stato Davide Romano che ha analizzato la complessità politico-ideologica di questo corpo militare, spiegando come esso, dopo la Seconda Guerra Mondiale, sia stato difficile da accettare sia per le destre sia per le sinistre.  Composta da ebrei, soldati e sionisti la Brigata si è rivelata estremamente problematica  da accettare e valorizzare nonostante il suo  contributo contro il nazifascismo, che mise in luce la positività e la democraticità del sionismo. Nel suo discorso egli ha evidenziato “alcuni aspetti inediti legati alla Brigata. Primo fra tutti il contributo che alcuni dei suoi membri diedero non solo alla liberazione dal nazifascismo, non solo alle Comunità ebraiche italiane colpite dalla guerra e dalle persecuzioni, ma anche e soprattutto alla formazione della nascente società israeliana. Successivamente il Direttore del Museo della Brigata ebraica ha evidenziato il contributo alla Brigata di due “geniali ebrei tedeschi come il poeta di famiglia ortodossa Ludwig Pfeuffer noto internazionalmente con il suo nuovo nome di Yehuda Amichai e valoroso combattente non solo nella Brigata ma anche nei successivi conflitti fra Israele e le popolazioni arabe e il filosofo laico razionalista Hans Jonas”. Ricalcando sinteticamente il percorso biografico e intellettuale di queste due figure “simili ma per molti versi agli antipodi che incarnarono l’eterno contrasto in seno all’ebraismo fra religiosi e laici”, Romano ha messo in luce l’importanza di alcuni dei protagonisti della Brigata troppo spesso rimasti nell’anonimato.

Molto interessante anche l’intervento dello storico Stefano Scaletta che ha illustrato invece la nascita della Brigata e l’evoluzione storica della sue varie fasi. Essa nacque, come ha detto Scaletta “nel 1944 ma i suoi volontari avevano almeno quattro anni di guerra all’spalle. Derivò dall’accordo fra il presidente dell’Organizzazione Sionista mondiale Weizmann col premier britannico Chamberlain affinché gli ebrei potessero contribuire all’abbattimento del Terzo Reich in Europa. Fu un progetto politico più che militare, realizzato grazie alla collaborazione fra Weizmann, filo britannico che intendeva dare la possibilità a ebrei in Europa di fare la loro parte, e Ben Gurion che invece avrebbe voluto che gli ebrei fossero al sicuro” in Eretz Israel.

Focalizzandosi sulle complessità del progetto della Brigata e di una trattativa assai faticosa fra Governo Britannico e mondo ebraico, anche se “dal 1942 tutto iniziò a cambiare con la fondazione del Palestine Regiment, forma embrionale della Brigata che porterà alla sua nascita”, nella sua lucida analisi lo storico ha evidenziato le dinamiche che hanno formato la Brigata, alcuni suoi successi militari, in Italia sul fronte del fiume Degno,  la liberazione di città importanti come Rimini e Faenza e il contributo fondamentale nelle migrazioni verso Israele con la cosiddetta “Aliyah Beth.  “La Brigata ebraica è stata una parte – ha concluso Scaletta – dei 50mila volontari ebrei nell’esercito britannico”.

Ha concluso la serata la testimonianza della psicologa israeliana Miri Nahari fondatrice dell’associazione Profughi della Shoah che salivano verso Israele, esperta numero uno nel mondo di questa realtà.  Oggetto del suo intervento è stato l’esodo degli ebrei europei  in fuga dopo gli orrori della Shoah verso Israele e la descrizione del complesso processo che ha portato alla loro salvezza. Cominciando da quanto accaduto in Italia e in Europa, ha raccontato che “mentre il mondo festeggiava la fine della Guerra, gli ebrei non avevano una casa e non sapevano dove andare. Molti decisero di lasciare per sempre l’Europa fuggendo, dirigendosi verso il mare, in Francia, Italia e anche in Bulgaria”. La studiosa ha descritto meticolosamente, con l’aiuto di rare immagini, la tortuosa strada che li portò a una nuova vita, come programmarono i passaggi attraverso i confini di Polonia e Ungheria, camminando,  sfidando la legge e i pericoli nella neve e al freddo, viaggiando con ogni mezzo, dai treni, ai camion, a estenuanti camminate in condizioni spesso disperate, senza cibo e vestiti sufficienti. Mostrando le cartine e i percorsi degli ebrei Nahari ha evidenziato quanto incerta, “creativa e decisionista” fosse la fuga e tutta la precarietà di quel cammino, affrontato coraggiosamente da quegli ebrei disposti a sfidare qualunque avversità, arrivando alle navi che li avrebbero portati in Israele. La ricercatrice si è soffermata sull’antisemitsmo polacco: “dopo la fine del nazismo, la Polonia uccise più di mille superstiti della Shoah, come nel pogrom della città di Kielce”. Nonostante queste stragi, gli ebrei di quei luoghi non si diedero per vinti cercando di superare i confini, attraversando montagne e foreste anche di notte e usando documenti falsificati. Nel suo lungo e dettagliato intervento ha descritto l’altruismo di alcuni italiani a La Spezia, dove gli abitanti diedero da mangiare ai profughi affamati, e in Puglia e il coraggio di questi superstiti, disposti a tutto pur di salvarsi la vita e ricominciare da zero.

Qui sotto il video della serata

https://www.youtube.com/watch?v=-twAXnEnZIg

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