Calabria, Basilicata, Sicilia… All’ombra dei cedri, risorge un ebraismo dimenticato

2026

 

n° 2 - Febbraio 2026 - Scarica il PDF
n° 2 – Febbraio 2026 – Scarica il PDF

Le giudecche siciliane. Le catacombe ebraiche in Basilicata, tra le più antiche del mondo. Il Commento alla Torà di Rashi, stampato per la prima volta a Reggio Calabria. Un patrimonio secolare a lungo abbandonato che negli ultimi anni sta vivendo una rinascita, grazie al lavoro di studiosi e appassionati. Mentre a Palermo, Catania, Matera, Taranto e Palmi-Reggio Calabria, l’UCEI ha creato nuove sezioni dove far rifiorire tradizioni religiose e culturali. Una politica di grande rilancio dell’ebraismo del Sud Italia

 

 

Cara lettrice, caro lettore

durante gli anni Trenta, una rivista nazista aveva accusato Jorge Luis Borges di avere “una ascendenza ebraica, maliziosamente nascosta”. Prontamente, lo scrittore argentino aveva risposto con ironia che per quanto avesse sì cercato, sperato, desiderato e amato pensarsi ebreo, ahimè niente da fare, “l’antenato israelita mi sfugge e la mia speranza di entrare in contatto con l’Altare dei pani (l’antico Tempio di Gerusalemme, ndr), con le dieci Sefirot, con l’Ecclesiaste, sta svanendo».

Sconsolato e pieno di sarcastica veemenza, nel bel mezzo dell’avanzata del nazismo in Europa e nella dilagante psicosi antisemita, Borges rispondeva alle accuse con un piccolo saggio, Yo, Judio (che non risulta essere tradotto in italiano): inutilmente, affermava Borges, aveva scavato negli ultimi due secoli della sua genealogia; la speranza di trovarvi un antenato ebreo era risultata incerta, stentata, vana.

Borges notava che gli inquisitori e gli odiatori, ossessivamente “cercano ebrei, mai Fenici, Garamaniti, Sciti, Babilonesi, Persiani, Egiziani, Unni, Vandali, Ostrogoti, Etiopi, Dardani, Paflagoni, Sarmati, Medi, Ottomani, Berberi, Britanni, Libici, Ciclopi o Lapiti. Le notti di Alessandria, Babilonia, Cartagine e Menfi non hanno mai prodotto un nonno», un antenato scomodo: «solo le tribù del bituminoso Mar Morto ottennero questo dono».

Borges amava pensarsi ebreo e non escludeva che il suo vero cognome, Borges Acevedo, potesse avere ascendenze ebraico-portoghesi. Tuttavia, per lui, l’antisemitismo non poteva evitare di essere ridicolo. Borges non voleva assolutamente attenuarne il pericolo né minimizzare le persecuzioni, i roghi e i pogrom quanto sottolinearne l’aspetto grottesco, deformante, goffo.

In tempi di recrudescenze antiebraiche come quelli che stiamo vivendo, in un momento storico così difficile per l’Europa ebraica, le parole di Borges riescono ad accendere un sorriso e un accenno di consolazione. Soprattutto, se capita di imbattersi negli editoriali di alcuni giornalisti e storici di casa nostra, grondanti antichi pregiudizi antigiudaici, in cui Gaza diventa un experimentum crucis, rispolverando così, contro Israele e gli ebrei, l’antica accusa teologica di deicidio (Antonio Scurati, La Repubblica, 11 gennaio 2026); o ancora, di chi sovrapponendo la Shoah a Gaza, utilizzando Auschwitz contro Israele, grida al sovvertimento dell’ordine morale dell’Occidente, usando la memoria dell’Olocausto come un giavellotto etico da scagliare contro gli ebrei stessi.

Creare un parallelo tra l’azione dell’IDF a Gaza e un genocidio (sempre Scurati), definire Gaza un experimentum crucis, ossia – in senso teologale traslato – un “esperimento di crocefissione”, vuol dire accusare Israele di un crimine teologico che ripropone una delle più efferate e violente accuse contro il popolo ebraico, appunto la morte di Gesù. Uno schema in cui Israele è sempre colpevole e l’ebreo inchiodato a una colpa metafisica, seduto sul banco degli imputati della storia universale perché incapace di porgere l’altra guancia e di perdonare, ebreo come vendicativa incarnazione del male assoluto.

Anche le parole sono azioni, ripeteva il filosofo Ludwig Wittgenstein; ancor di più lo sono quelle dei cattivi maestri. Com’è noto, l’antisemitismo ha qualcosa d’inspiegabile, la sua resistenza nei secoli non smette di interrogarci e sbalordire. Di fronte a un’Europa che si sta svuotando dei suoi ebrei, di fronte alle cifre inquietanti di emigrazione in Israele (dalla Francia, Regno Unito, Stati Uniti…), forse ha ragione l’amico Joe Shammah quando mi dice «finirò come Ulisse: per non impazzire mi farò legare all’albero della ragione». (Sperando che finalmente le sirene intonino un nuovo canto).

 

Fiona Diwan