Noma Bar, il graphic design per raccontare la nostra modernità

2020

 

“L’esistenza è fatta di opposti, siamo chiamati a farli convivere”
Le sue immagini sono il “catalogo illustrato” della nostra contemporaneità. Immediate, fulminee, capaci di colpire al cuore un personaggio, una situazione: una sensibilità simbolica unica. Nato in Israele, 47 anni, Noma Bar è tra i graphic-designer più celebrati al mondo, un talento sbocciato dall’humus di un Paese in cui convivono parti contrapposte in cerca di un punto d’incontro: la dimensione degli opposti e del “positivo/negativo”, la lettura sia da destra, sia da sinistra, sono la chiave della sua “estetica”. Ha firmato campagne per la Coca Cola, sono sue le copertine dei libri di Murakami Haruki e Margaret Atwood, solo per fare due nomi, e quelle di grandi magazine internazionali, oltre a manifesti per iniziative sociali e di charity. Un’intervista.

 

 

Caro Lettore, cara lettrice,

75 anni di storia per un giornale non sono pochi; come già sapete, li ha appena compiuti il Bollettino-Bet Magazine in questi mesi. Un’avventura giornalistica che testimonia di una continuità temporale che è uno dei valori inestimabili di una Comunità. Tanto più se ripensiamo a quella ferita storica che rappresentarono le Leggi razziali del 1938, dopo più di duemila anni di stanzialità ebraica in terra d’Italia, una convivenza non sempre facile ma che, certamente feconda, ha avuto esiti a volte sorprendenti, scientifici, letterari, artistici, economici… Un giornale è vivo se sa parlare al cuore dei suoi lettori, se riesce a catturarli e interessarli, a farli anche arrabbiare, all’occorrenza, e a stimolarne la riflessione. Un giornale ha senso se sa creare rispecchiamento, dialogo, identificazione. Il Bollettino-Bet Magazine seppe farlo nel 1945 e continua a farlo oggi: non solo con i contenuti ma anche con la sua capacità di stare al passo con i nuovi linguaggi della modernità e della comunicazione, dal giornalismo online ai social network alle piattaforme di dialogo interattivo o con strumenti che consentono di scambiare informazioni e idee a distanza, un boom avvenuto in questi tempi di Covid.

Il mezzo è il messaggio, diceva Marshall McLuhan. Ma allora, come immaginare un giornalismo post-pandemia? Come confrontarci con la cosiddetta infodemia, ovvero una bulimia comunicativa senza precedenti, uno tsunami di informazione che ha travolto tutti, portando all’estremo dinamiche che erano rimaste dietro le quinte in questi anni? Del resto, come ha sottolineato lo scrittore francese Michel Houellebecq, il virus ha sancito la “logica del senza contatto” che era già in atto, ossia la tendenza inarrestabile di una società sempre più connessa, disincarnata, virtuale, senza contatto, appunto (Io sto a casa, compro su Amazon, guardo Netflix, mangio con Glovo, piango su whatsapp, prego su zoom, faccio l’amore con Face Time).

Abbiamo assistito all’abuso di titoli sensazionalistici e di toni enfatici, dirette radio e tivù fluviali, breaking news a tutte le ore; abbiamo sperimentato il bisogno di notizie come fosse droga. “Le notizie sono per la mente quello che lo zucchero è per il corpo”, scrive lo studioso svizzero Rolf Dobelli nel saggio Smetti di leggere le notizie (Saggiatore), sottolineando il fatto che il bombardamento di news e dei contenuti giornalistici brevi aggiungono ben poco valore alla nostra comprensione del mondo e dei nostri tempi, anzi contribuiscono a un sovraccarico informativo che genera solo caos e ansia. Il giornalismo post Covid (anche quello dei media ebraici), per ripensare se stesso, dovrà partire da qui. La domanda d’informazione, cresciuta a dismisura in questi mesi, ha forse bisogno oggi di una dieta con meno zuccheri e carboidrati. Per ripensare a un giornalismo post pandemia che sia anche un elogio dello slow journalism, che si ispiri alla regola ebraica del digiuno periodico, riducendo al minimo il consumo di breaking news tipiche del giornalismo digitale, per favorire invece la fruizione di contenuti più proteici, più ricchi, lunghi e strutturati, dai reportage agli approfondimenti…

Abbiamo vissuto uno stop, una pausa di vita. Il nostro Io sgargiante e onnipotente ha subito una contrazione, un forzato comprimersi, una specie di autolimitazione (di tzimtzum diremmo, se non fosse che il concetto qabbalistico si applica solo al Padreterno); ha dovuto rimpicciolirsi ma così ha lasciato spazio a un Io diverso, nascosto.

Facciamone tesoro.

Fiona Diwan

 

 

 

 

 

 

 

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