Nobel per la Letteratura a Louise Gluck: la vita sull’orlo dell’anima

2020

 

Un asciutto racconto dell’Io, della solitudine e delle dolorose relazioni famigliari. Oltre ogni retorica, oltre l’enfasi e le correnti culturali. Una poesia autobiografica, dall’anoressia
alla psicoanalisi, al retaggio ebraico. Che diventa universale

Caro lettore, cara lettrice,

che cosa hanno in comune Louise Glück, Premio Nobel 2020 per la Letteratura, americana, ebrea, 77 anni, e Mila, ragazzina di quasi 17 anni, francese, liceale? Apparentemente nulla. Eppure, ad avvicinarle, sono le attitudini morali, qualcosa che ha a che fare con la virtù del coraggio, con la sfrontatezza e il dolore, con l’urgenza di dire quello che preme, a dispetto di un mondo che zittisce, insulta, marginalizza e scarta, ma che alla fine non ce la fa a piegarti e a silenziare la tua voce. L’una è una grande poetessa dalla voce dura (vedi la storia di copertina), i versi prelibati e insieme coriacei, versi che sorprendono per la capacità di restituire l’eterno dualismo tra opposti, illusione-delusione, vita-morte, corpo-anima, spirito-materia, (“la morte non può farmi male/più di quanto mi abbia fatto male tu/amata vita mia”). L’altra, una ragazzina dalla voce determinata, il tono di quella disarmante temerarietà che si possiede solo da adolescenti.
Louise e Mila accettano di “farsi male” con la vita, ma alla fine ne escono fuori con piccole vittorie in pugno, malgrado “qualcosa di rotto” e un prezzo da pagare. Parlano, raccontano, accennano sorrisi ritrosi: due figure lontanissime unite da un sottile laccio transgenerazionale. Un senso di inadeguatezza mista a spavalderia: perché ci vuole un’indomita forma di coraggio per alzare la propria voce e renderla udibile, anche quando si rischia di perderci la vita.
Con l’incurante baldanza dei suoi anni, Mila ha sfidato l’Islam criticandolo in modo blasfemo sui social, l’ha fatto alla maniera delle celebri vignette di Charlie Hebdo, (l’Affaire Mila è su tutti i giornali di Francia). Risultato: una fatwa che la perseguita, una condanna a morte a lei e alla sua famiglia, il vivere sotto scorta e in sordina, minacciata di violenza e cose orribili ogni giorno da branchi di “lupi” ululanti e odiatori.

Si è parlato poco in Italia della sua storia: Mila ha dovuto cambiare liceo, prendere un avvocato, cancellare i suoi account Instagram e Twitter, convivere con gli auguri di “morire all’inferno”, “di essere seppellita viva”, “di strangolarla o sfigurarla con l’acido dopo averla violentata” e a nulla è servito che il Presidente Macron si esprimesse pubblicamente in sua difesa dichiarando che la blasfemia non è un reato e che in Francia vige la libertà di espressione. Molte scuole si sono rifiutate di accoglierla per paura di rappresaglie degli studenti musulmani, lei ha perso molti amici che si sono impauriti. Tutto questo per aver espresso un’idea. È la storia di una ragazza francese che vive nella paura per aver criticato l’Islam. Sarebbe accaduto lo stesso se Mila avesse criticato, anche in modo violento, il Cristianesimo o l’Ebraismo? Oggi la storia di Mila suona come un invito a una decapitazione: quella che ha di nuovo sconvolto la Francia poche settimane fa, quando il professore di storia Samuel Paty è stato decapitato per aver “offeso” l’Islam mostrando alla sua classe le vignette di Charlie Hebdo al solo fine di stimolare un dibattito tra alunni. La Francia non smette ancora di domandarsi come si è arrivati a tanto. E oggi tutti ripetono lo stesso aggettivo di sempre: epouvantable, spaventoso. C’è un clima di opacità dentro cui prosperano gli eccessi e gli “inviti a una decapitazione”, un nuovo estremismo che cresce nel lockdown interiore, lo stesso che ha ucciso Sarah Halimi, Mireille Knoll, Ilan Halimi, le persone degli attentati parigini del 13 novembre 2015 di cui ora ricorre l’anniversario. Un pericolo che affiora in questo autunno malinconico e tiepido ma infinitamente opaco. Aveva ragione Vladimir Nabokov, tutto è parodia, salvo che a volte le parodie uccidono.

Fiona Diwan

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