Leggi Razziali, la vergogna dell’Italia

2018

 

Caro lettore, cara lettrice,

nella vita è quasi sempre una questione di resilienza. Lo hanno ripetuto gli abitanti del sud d’Israele davanti alle telecamere, nei giorni degli incendi provocati dagli aquiloni e dai palloni infuocati mandati da Gaza verso i campi coltivati dei kibbutzim dell’Hashomer Hatzair. Spegneremo il fuoco, pianteremo di nuovo, raccoglieremo il grano, ecco l’acqua, qual è il problema?, ripetevano gli abitanti alle emittenti tv.
Un tempo ci sono state le pietre, poi gli uomini-bomba, poi sono venuti i coltelli e le automobili-kamikaze. Ci sono state le infiltrazioni e sono stati costruiti i muri. Ci sono stati i tunnel da Gaza e si è risposto con le barriere; ci sono stati i missili Kassam e allora si è escogitato l’Iron Dome. Oggi ci sono aquiloni e palloni a bruciare campi e i raccolti del sud secco e polveroso di Israele e c’è il volo dei droni a rispondere, nonché l’asciutta resilienza degli abitanti.
Ma di un tikkun generale, ancora nessuna traccia. Basta guardare una sola puntata della serie tv Fauda (la seconda serie), per capire quanto l’impossibilità di una riparazione sia una ineluttabile evidenza. Il serial mette in scena la contiguità tra le due culture – israeliana e araba-, la logica azione-reazione, il tribalismo palestinese, la determinazione israeliana. Il ritmo è serrato, la tensione alta, i personaggi perfetti, la qualità filmica eccezionale. Ma Fauda ci fa capire quanto gli orizzonti divergano e nessuna scintilla di speranza riesca ad accendersi in tanta sfiducia e inimicizia.
Gli israeliani hanno imparato a vivere con il conflitto così come si vive con un tumore o con una malattia incurabile, con la sindrome di Pompei che cova nel petto. Come a Napoli, anche qui si vive sulle pendici del Vesuvio, si costruiscono strade e case, si ama, ci si sposa, si fanno figli, sperando che la montagna non si risvegli mai. La fame di vita degli israeliani è tanto più acuta e sfrenata proprio per questo, notano tutti, di ritorno da Tel Aviv o Gerusalemme. Da 70 anni ad oggi la domanda è la stessa: sarà mai possibile una riparazione, un tikkun? Saremo capaci di fare quella teshuvà necessaria per voltare pagina? Chi farà il primo passo? Chi guarderà l’altro negli occhi per primo?
Il filosofo Emil L. Fackenheim ha fatto del concetto antichissimo di tikkun olam il centro della sua speculazione post-Shoah, tikkun come unica risposta possibile allo stupro del mondo. Un’idea legata, per Fackenheim, alla nascita dello Stato d’Israele come riparazione delle relazioni tra ebrei e non-ebrei, dopo l’Olocausto. Fackenheim alludeva al problema di Auschwitz e al Male assoluto costituito dal nazismo; ma per l’ebraismo l’idea di riparare il mondo ha a che vedere con una dimensione etica e di responsabilità, una tensione a fare il Bene che includa l’interezza del Creato, non solo la sfera individuale, non solo il proprio benessere materiale e spirituale. Non redimere, non salvare, ma ricomporre l’infranto: questo sarebbe il tikkun. Un tikkun della fiducia tra ebrei e arabi, per riparare le relazioni infrante. Forse, per la terza serie di Fauda, è giunto il momento di una nuova, inaspettata sceneggiatura.

Fiona Diwan

 

 

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